Si aggravano le tensioni diplomatiche tra Ucraina e Polonia (Francesco Dall’Aglio)


La crisi diplomatica esplosa tra Polonia e Ucraina dopo che il Presidente polacco Karol Nawrocki ha revocato il conferimento a Zelensky dell’Ordine dell’Aquila Bianca, la più alta decorazione polacca, non accenna a placarsi e anzi peggiora. A prima vista pare una cosa ottocentesca litigare per una decorazione, ma la questione ovviamente non riguarda tanto l’Ordine quanto i motivi per cui era stato prima conferito e poi ritirato.

I motivi del conferimento, avvenuto il 5 aprile 2023 durante la presidenza Duda, sono noti: ‟in riconoscimento del contributo eccezionale all’approfondimento delle relazioni amichevoli e globali tra Polonia e Ucraina, allo sviluppo della cooperazione per la democrazia, la pace e la sicurezza in Europa e alla fermezza nella difesa dei diritti umani inalienabili”. Del resto Zelensky non è il primo presidente ucraino a cui è stata concessa l’onorificenza: l’hanno infatti ricevuta Leonid Kučma, Viktor Juščenko e Petro Porošenko, in pratica tutti tranne il ‟filorusso” Viktor Janukovyč (e tranne Leonid Kravčuk, il predecessore di Kučma) il che ci lascia chiaramente intendere, al di là dei paludamenti diplomatici, qual era il senso reale del conferimento.

Accettando l’onorificenza, Zelensky l’aveva caricata di ulteriori significati. L’ordine era per lui, ma in realtà per tutti gli ucraini, soprattutto i militari ‟che certamente conquisteranno la vittoria per l’Ucraina, la Polonia, l’Europa e il mondo”.

Aveva poi ringraziato il popolo polacco per l’accoglienza riservata ai profughi ucraini, che in Polonia si sentivano a casa invece che ospiti, e detto che tra Polonia e Ucraina in quel momento non c’erano frontiere e che si augurava che non ce ne sarebbero state in futuro, né politiche, né economiche né storiche: un accenno all’integrazione europea ma anche al desiderio di costruire una memoria storica condivisa, superando le ‟incomprensioni” del passato.

Era un clima molto diverso, di sicuro. La guerra era iniziata da ‟appena” un anno e si era nel momento di maggiore ottimismo dell’intero conflitto, quando era in preparazione la controffensiva che doveva portare alla fine vittoriosa della guerra.

La Polonia era, e lo è tuttora, il Paese che maggiormente aveva contribuito all’accoglienza dei profughi, alle forniture militari, all’addestramento delle forze armate ucraine, all’intransigenza diplomatica nei confronti della Russia, ed è attraverso il suo territorio che passava, e passa tuttora, la maggior parte degli aiuti occidentali all’Ucraina.

Di fronte all’invasione russa e alla possibilità di danneggiare la Russia, Duda poteva permettersi di chiudere un occhio, come già avevano fatto i suoi predecessori nei confronti dei predecessori di Zelensky, su un problema che avvelenava da decenni i rapporti tra Polonia e Ucraina, ovvero gli eventi del 1943, quando nelle regioni di quella che una volta era la Polonia orientale i reparti militari dell’UPA (Esercito Insurrezionale Ucraino) guidato da Roman Šuchevyč, ovvero l’ala militare dell’OUN-B (Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini) guidata da Stepan Bandera, avevano massacrato un gran numero di civili polacchi, ebrei, russi, bielorussi e di altre etnie, inseguendo il sogno dell’Ucraina etnicamente pura e purificata dalla peste ebraica e dalla peste bolscevica.

Il progetto di sterminio iniziò nel febbraio 1943 e toccò il culmine  l’11 luglio, quando unità dell’UPA attaccarono un centinaio di villaggi abitati da polacchi massacrando circa 100.000 civili. Nel 2016 il parlamento polacco ha riconosciuto questi eventi come genocidio e nel 2025 l’11 luglio è stato dichiarato giornata nazionale della memoria.

Tra Polonia ed Ucraina non vi è mai stata una vera pacificazione, anche perché la comune appartenenza al blocco socialista aveva insabbiato la faccenda. Le regioni dove l’UPA aveva massacrato i polacchi erano state assegnate alla Repubblica Socialista Ucraina (ed è abbastanza ironico che l’uomo forse più odiato in Ucraina, Stalin, è stato anche colui che ha coronato il sogno territoriale banderista, pur se all’interno dell’URSS), e la Polonia era stata compensata espandendo i suoi confini occidentali. Ma, ovviamente, anche se insabbiata la faccenda non era dimenticata.

Nawrocki, del resto, oltre che Presidente della Polonia è anche stato per molti anni il presidente dell’Istituto della Memoria Nazionale, che ha esordito come centro di documentazione e indagine sui crimini comunisti ma oi si è allargato a tutti i ‟crimini contro la nazione polacca”, incluso ovviamente il massacro dei civili in Volinia nel 1943.

Non si tratta, quindi, di una novità o di una polemica recente, e chi avesse seguito i rapporti polacco-ucraini prima che iniziasse il conflitto (incredibilmente questi popoli e questi stati hanno una storia precedente all’invasione del 2022) avrebbe senza difficoltà trovato tensioni molto serie, e una totale indisponibilità, da parte ucraina, a riconoscere i crimini di cui l’UPA si era macchiata (oltre a una totale indisponibilità da parte polacca a riconoscere la durezza del dominio polacco nei confronti degli ucraini dei ‟territori occidentali” e della campagna di polonizzazione linguistica e culturale avviata subito dopo il 1918).

L’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022 ha, ovviamente, cambiato un po’ le cose. La disponibilità polacca a sostenere l’Ucraina era principalmente in chiave antirussa più che filoucraina, e di certo non si trattava, e non si tratta, di un appoggio disinteressato.

L’ambizione dei nazionalisti polacchi di recuperare quelle regioni (almeno come zona di influenza economica, poi chissà…) non si è mai sopita, insieme al sogno di guadagnare centralità politica e militare nell’Unione Europea ponendosi come l’ultimo baluardo dietro il baluardo ucraino. In nome dell’opposizione alla Russia la Polonia, come abbiamo detto, si è schierata immediatamente e senza condizioni, come i tre paesi baltici e la Finlandia.

Tutti hanno infatti costruito buona parte (direi, per alcuni, tutta) la loro mitologia nazionale e nazionalista sull’opposizione alla Russia, giungendo a rimozioni surreali (l’occupazione svedese della Finlandia, ben più dura di quella russa, o gli altri due imperi che con la Russia si sono spartiti la Polonia. Dei nazisti nel Baltico meglio non parlare, per molte ragioni) per raccontarsi come eterne vittime dell’aggressione russa, e solo russa. Ma, appunto, c’è una grande differenza per quanto riguarda Polonia e Ucraina. Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia e Finlandia non si sono mai fatte la guerra nell’ultimo secolo né hanno massacrato gli altrui civili.

Certo hanno chi più, chi meno, e chi moltissimo ed entusiasticamente, collaborato coi nazisti, ma sempre, a detta loro, contro i russi e contro i comunisti, cosa che ultimamente è diventata se non una medaglia qualcosa che ci si avvicina molto. Ma gli ucraini hanno massacrato i polacchi, e questa non è una benemerenza. Gli ucraini, si sa, non sono russi. E nemmeno comunisti.

Non sorprende quindi che la Polonia abbia vissuto come un tradimento e un insulto la contemporanea sepoltura con gli onori militari di Andrij Mel’nyk, capo dell’OUN-A (i moderati: fascisti ma non nazisti) finora sepolto in Lussemburgo (e ci fosse stato qualcuno che si fosse chiesto come mai era morto in Lussemburgo, e Bandera a Monaco…), che il New York Times ha avuto la sfrontatezza di chiamare ‟un eroe divisivo del ventesimo secolo” e soprattutto il conferimento a una unità militare dell’esercito ucraino del nome ‟eroi dell’UPA”.

La Polonia ha chiesto di cambiare il nome, ma ovviamente non era cosa che Zelensky, che ha firmato il decreto, poteva fare perché per una parte del paese quelli dell’UPA sono davvero eroi (anche qui, le anime belle che ci dicono che non c’è nessun problema con l’estrema destra in Ucraina, che alle elezioni ha preso il 2 o il 4 o il 6%, dovrebbero interrogarsi sul peso reale che queste formazioni hanno all’interno della politica e delle forze armate ucraine). E così Nawrocki ha rotto gli indugi e, spiegando le motivazioni in un discorso di tredici minuti, ha revocato il conferimento dell’onorificenza a Zelensky.

La reazione ucraina è stata, come l’ha definita Oleksij Arestovyč, adolescenziale. Zelensky ha rispedito la decorazione per posta e le spese di spedizione sono a carico del mittente,, che ha pagato in contanti, dichiarando che lui comunque una decorazione che era stata data a Caterina II, Mussolini e Gerhard Schröder non la voleva, e rincarando successivamente la dose accusando Nawrocki di avere architettato il tutto per questioni di politica interna (probabile), che si stava comportando come Viktor Orbán e che la cosa sarebbe finita male per lui, e riferendosi agli eventi del 1943 secondo la definizione ufficiale ucraina, ossia ‟tragedia di Volinia” che ha coinvolto in egual misura polacchi e ucraini.

Immediatamente dopo Kučma, Juščenko e Porošenko hanno annunciato che rinunciavano alla loro decorazione (non sappiamo se anche loro la restituiranno per posta), seguiti dal Ministro degli Esteri Andrii Sybiha e da Kyrylo Budanov che hanno rinunciato alle loro onorificenze (per entrambi la Croce di Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica di Polonia), mentre personalità minori come l’ambasciatore ucraino in Polonia e l’ex sindaco di Vinnytsia Volodymyr Groysman hanno rinunciato alle loro decorazioni minori.

La Sottosegretaria di Stato presso la Cancelleria del Presidente della Repubblica di Polonia, Agnieszka Jędrzak, ha replicato con un lungo post su Twitter/X nel quale ha detto che l’Ordine non è stato ritirato a Caterina II e a Mussolini perché non è previsto che i defunti ne possano essere privati, e che per quanto riguarda  Schröder certo è un filorusso, ma durante il suo governo “non è stato eretto alcun memoriale in onore di Hitler o Himmler” né nessuna unità della Bundeswehr è stata intitolata agli “eroi delle SS”. Ha replicato anche Nawrocki dicendo più o meno le stesse cose.

 

Francesco Dall’Aglio


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