Cantico dei cantici – 2/2


Come dicevamo la settimana scorsa, il ‘Cantico’, testo che nel canone biblico ha sempre imbarazzato teologi e deliziato poeti, è intessuto di metafore alimentari usate per descrivere il desiderio amoroso ed erotico con una naturalezza sconcertante.
Mangiare e amare sono, in quel testo antico e infinitamente sapiente, la stessa cosa. Il godimento mistico è un banchetto.

I due liquidi che percorrono il ‘Cantico’ da cima a fondo sono il vino e il latte che rappresentano due stadi distinti e complementari del nutrimento spirituale.

Il vino è il sangue fermentato della terra, il prodotto di una trasformazione violenta: l’uva viene pigiata, la sua integrità distrutta, e ciò che ne esce deve attraversare una morte apparente prima di diventare bevanda che inebria. È, in chiave mistica, la conoscenza che si ottiene solo attraverso lo schiacciamento dell’io.

Il tuo palato è come vino prelibato.
Bibbia – Ct 7,10

qui il palato non è un organo fisico ma la capacità di discernere, di gustare la sapienza.

Nella Cabala, il palato è connesso alla Sefirah della Sapienza – Chokmah – la prima emanazione dopo il nulla divino. Assaporare il vino significa accedere a un grado di conoscenza che non passa attraverso l’intelletto, ma attraverso l’esperienza diretta, l’assaggio.

Il latte, ingrediente già affrontato precedentemente, invece, è il nutrimento primo, quello che non richiede masticazione, che viene offerto prima ancora che il lattante sappia chiedere.

Miele e latte sono sotto la tua lingua.
Bibbia – Ct 4,11

È l’immagine di una conoscenza così immediata da essere pre-verbale, una sapienza che sgorga prima ancora di essere formulata. L’alchimista Jean Vauquelin, nel suo commento seicentesco al ‘Cantico’, identifica questo latte con la «vergine» dei filosofi, il mercurio dei saggi che nutre l’Opera senza contaminarla.

Il miele, nella tradizione biblica, è il cibo che non richiede preparazione umana: è dono gratuito della natura. Nel ‘Cantico’, il miele rappresenta la dolcezza della contemplazione che precede ogni sforzo ascetico, la sostanza volatile che l’Opera deve catturare e fissare.

La coppia vino – latte, come doppia fermentazione dell’anima, disegna così la prima polarità operativa: da un lato la conoscenza che nasce dallo sforzo e dalla fermentazione, e dall’altro la grazia gratuita e incondizionata che scende senza fatica.

Proseguendo nessun elemento del ‘Cantico’ è più eloquente gastronomicamente della lista delle spezie che compare nel celebre giardino (Ct 4,12-15). Il giardino è recintato come

un vaso ermetico. Il corpo amato è un frutteto. Il piacere è un raccolto.
E al suo interno crescono melograni e frutti squisiti e altresì «nardo e zafferano, cannella e cinnamòmo, mirra e aloe» (Ct 4,14).

Aggiungendo l’incenso, già citato altrove, vale la pena notare che esse compaiono in numero di sette: numero della completezza, che suggerisce che l’insieme delle spezie costituisce un sistema chiuso, una ‘tavola degli elementi’ alchemica. Ogni spezia corrisponde a un metallo e a un pianeta.

La mirra, in particolare, merita una sosta. Si tratta di una resina che si ottiene incidendo la corteccia di un albero, il quale, ferito, trasuda questa sostanza amara e aromatica. È l’emblema perfetto della mortificatio alchemica: la materia (ego) deve essere incisa, ferita, perché possa stillare la propria essenza.

Come l’aloe, altra essenza, non propriamente una spezia, amara e curativa, partecipa con la stessa logica. pianta dell’immortalità degli antichi Egizi, che simboleggia resilienza, guarigione, protezione e buona salute.

L’Opera non procede perciò per accumulo, ma per sottrazione e ‘ferita’: solo ciò che viene intaccato può sprigionare profumo.

Le mandragore mandano profumo.
Bibbia – Ct 7,14

La mandragola, le cui radici hanno forma vagamente umana, nella tradizione magica e alchemica rappresenta l’Uomo Primordiale. Il suo profumo è il segnale che la materia dalla putrefazione è pronta e l’arte della sublimazione.

Il giardino del Cantico è come una cucina iniziatica, dove ogni frutto è una colonna fondamentale del processo.

L’invito più vertiginoso di tutto il poema è quello con cui la Sulamita chiama l’amato:

Venga il mio amato nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti.
Bibbia – Ct 4,16

Qui la metafora gastronomica raggiunge la sua massima potenza. L’amata è, simultaneamente, il giardino e il frutto, la terra e il raccolto, il cuoco e la pietanza.

Invitare l’amato a mangiare significa offrirsi come cibo sacro.

L’opera raggiunge il suo punto più alto nella celebre dichiarazione che definisce l’amore. L’archetipo come funzione di individuazione di un processo di fusione di opposti, eros e thanatos, spirito e materia, che trasforma l’identità egoica.

L’amato e l’amata non sono due più individui, ma due parti della stessa sostanza che si ricompongono nel banchetto simbolico.

Mettimi come sigillo sul tuo cuore, perché forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione. Le grandi acque non potrebbero spegnere l’amore, né i fiumi sommergerlo.
Bibbia – Ct 8,6-7

Siamo di fronte alla cottura definitiva. Il fuoco dell’amore è tale che nessuna acqua – nessuna dispersione, nessuna distrazione, nessuna dissoluzione – potrebbe spegnerlo. È la descrizione di un forno che ha ormai raggiunto la temperatura perfetta, quella in cui la materia non può più regredire allo stato informe ma si è fissata per sempre nella sua nuova natura.

Non a caso, subito dopo, la Sulamita torna a parlare di cibo:

Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa in cambio dell’amore, non ne avrebbe che disprezzo.
Bibbia – Ct 8,7

L’amore non ha prezzo perché non è una merce: è il piatto unico che, una volta preparato, non può essere comprato né venduto. Può solo essere mangiato.

L’ultimo capitolo del Cantico si chiude con un’invocazione che è anche una ricetta:

Fuggi, mio amato, simile a gazzella o a cerbiatto sopra i monti dei balsami!
Bibbia – Ct 8,14

I monti dei balsami non sono un luogo geografico, ma il piatto finito, la sublimazione ultima in cui tutto ciò che era materia grezza è diventato sublimazione.

Il banchetto dell’anima non ha termine perché l’amato, dopo aver consumato, non se ne va, si è trasformato in ciò che resta quando tutto il resto è stato compiuto. La cucina si è dissolta, ma il significato dell’esperienza permane.

In questo senso, il ‘Cantico dei Cantici’ non è solo un poema d’amore, né solo un’allegoria.

È, come ho cercato di dimostrare, un manuale di divinizzazione, anche gastronomica, un testo che insegna a cucinare sé stessi fino a diventare nutrimento per l’Assoluto.

Ogni spezia è una prova, ogni sorso di vino un grado di conoscenza, ogni frutto mangiato nel giardino una tappa dell’unione mistica.

La ricetta finale è iscritta tra le righe, ma possiamo provare a trascriverla per la prima volta nella sua forma esplicita: prendi il tuo cuore allo stato grezzo. Mettilo al fuoco lento del desiderio finché non annerisce e si decompone.

Irroralo con il vino della conoscenza e il latte della grazia. Profumalo con la mirra della ferita e l’aloe della guarigione. Quando diventa un frutto maturo, offrilo senza riserve. Solo allora, quando sarai stato mangiato, sarai per sempre unito a chi ti mangia e si troverà il significato dell’Uno.

Oggi, in un’epoca di ‘disincarnazione’ digitale e di cibo spettacolarizzato, il ‘Cantico dei Cantici’ torna a spiegarsi come un possibile antidoto: ci ricorda che il desiderio più profondo non dovrebbe essere il possedere, ma cercare di prepararsi e farsi assaporare; non continuare a consumare, ma diventare genuino nutrimento.

La sua ricetta sostanzialmente è concedersi all’altro, come si concede un frutto maturo, con la fiducia che chi mangia, in quel gesto, si fa anche egli cibo. E così si trasforma e trasforma il risultato in altare sacro e la fame in comunione.

Il percorso dove ci porterà? Stay tuned!

Restate sintonizzati e direi anche sincronizzati!


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 Investigatore Culinario

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