Le trasformazioni dell’agricoltura italiana, analizzate sulla base dei dati ISTAT riportati in un rapporto del 12 giugno 2026 che prende in considerazione 100 anni della nostra storia, evidenziano un profondo cambiamento strutturale del settore primario nel corso degli ultimi decenni e del secolo scorso. L’analisi consente di ricostruire le principali dinamiche evolutive che hanno interessato il numero di aziende, l’uso della superficie agricola e i livelli occupazionali, mettendo in relazione tali variazioni con i processi di modernizzazione, meccanizzazione e riorganizzazione produttiva che hanno progressivamente ridisegnato il sistema agricolo nazionale.
Nel 1930 si contavano 4,2 milioni di aziende agricole e 26,3 milioni di ettari di superficie agricola totale (Figura 1). Il quadro resta simile nel 1961, ma tra gli anni successivi il numero di aziende cala progressivamente: 3,6 milioni nel 1970, 2,8 milioni nel 1990 fino a 1,1 milioni nel 2023. Le superfici si riducono molto meno, arrivando a 15,9 milioni di ettari, con un conseguente aumento della dimensione media aziendale da 6,3 a 14,1 ettari (Figura 1).
Sul piano occupazionale, la contrazione è ancora più marcata: gli occupati nel settore primario passano da 10,8 milioni nel 1861 e 9,4 milioni nel 1931 a 5,7 milioni nel 1961, fino a 1,6 milioni nel 1991 e circa 800.000 nel 2024. La quota sul totale degli attivi scende così da circa il 70% a poco più del 3% (Figura 2).
L’agricoltura nei territori
Secondo i dati ISTAT, tra il 1930 e il 2020 l’agricoltura italiana ha subito una profonda trasformazione territoriale, caratterizzata da una consistente riduzione delle superfici agricole e da una forte redistribuzione geografica delle attività produttive.
Nel corso di questi 90 anni, la superficie agricola totale si è ridotta di circa 10,4 milioni di ettari, ma il fenomeno non ha interessato il territorio nazionale in modo uniforme. Le perdite più consistenti hanno riguardato le aree montane, dove le superfici agricole si sono ridotte di quasi due terzi, passando dal 35,5% al 21,4% del totale nazionale. Anche le aree collinari hanno registrato una contrazione significativa, mentre le zone di pianura hanno mantenuto una sostanziale stabilità, perdendo complessivamente solo circa 400.000 ettari (Figura 3).
Dal punto di vista geografico, le riduzioni più marcate hanno interessato il Nord-Ovest, dove la superficie agricola è passata da 6,2 a 2,5 milioni di ettari, e il Mezzogiorno, che ha visto una diminuzione da 7,0 a 4,2 milioni di ettari (Figura 3). Alla base di questa evoluzione vi è il progressivo spopolamento delle aree montane, favorito dall’isolamento geografico, dalla minore redditività delle attività agricole, dalle difficoltà climatiche e dall’invecchiamento della popolazione rurale.
L’abbandono dell’agricoltura nelle zone montane rappresenta una criticità sotto diversi aspetti. Oltre alla chiusura di molte attività produttive, può favorire il degrado idrogeologico, la perdita di biodiversità agricola e zootecnica e l’indebolimento dell’identità culturale dei territori. Parallelamente, tuttavia, questo fenomeno ha contribuito a una significativa espansione del patrimonio forestale nazionale, con il recupero naturale di ampie superfici boschive.
Nel contesto europeo, nel 2020 l’Italia occupava il quinto posto per estensione della Superficie Agricola Utilizzata (SAU), preceduta da Francia, Spagna, Germania e Polonia. Tuttavia, considerando l’evoluzione degli ultimi sessant’anni, il nostro Paese è risultato uno di quelli che hanno registrato la più forte contrazione della SAU. Con una riduzione superiore al 53%, l’Italia è seconda soltanto all’Austria, mentre la Spagna ha registrato una diminuzione del 46%, la Francia del 23% e la Germania meno del 5% (Figura 4).
Questa marcata riduzione della superficie agricola riflette le peculiarità storiche dello sviluppo economico italiano e spagnolo, caratterizzato da una più tardiva industrializzazione e da un maggiore utilizzo, in passato, di terre marginali, successivamente abbandonate con la progressiva modernizzazione del settore agricolo e l’espansione delle attività extra-agricole (Figura 4).
Nonostante il processo di concentrazione delle superfici in un numero sempre minore di aziende, la dimensione media di un’azienda italiana resta piccola: appena 10,6 ettari di SAU, quasi sei volte meno della Germania e sette volte meno della Francia e della Danimarca.
Il capo azienda e la pratica biologica
L’evoluzione dell’agricoltura italiana negli ultimi decenni non ha riguardato soltanto la struttura delle aziende e l’utilizzo del territorio, ma anche le caratteristiche della forza lavoro e gli orientamenti produttivi. I dati ISTAT evidenziano cambiamenti significativi nella composizione della conduzione aziendale, nell’organizzazione del lavoro e nella diffusione dell’agricoltura biologica.
Tra il 2000 e il 2023 è aumentata, seppur moderatamente, la presenza femminile alla guida delle aziende agricole. La quota di aziende condotte da una capo azienda donna è infatti passata dal 29,2% al 32,9%, confermando il crescente ruolo delle donne nel settore primario. Nello stesso periodo si è invece ridotta la presenza dei giovani imprenditori agricoli: la percentuale di capi azienda under 40 è scesa dal 10,3% al 7,9%, evidenziando le difficoltà legate al ricambio generazionale e al progressivo invecchiamento della popolazione agricola.
Un altro fenomeno rilevante riguarda l’organizzazione del lavoro. Le aziende agricole tendono sempre più a esternalizzare alcune attività produttive, facendo maggiore ricorso a manodopera esterna rispetto al passato. Se nel 2000 soltanto il 14,8% delle giornate lavorative era svolto da lavoratori non appartenenti al nucleo familiare, nel 2023 questa quota è salita al 27,5%, quasi il doppio. Tale tendenza riflette la crescente professionalizzazione delle attività agricole e la necessità di ricorrere a competenze specializzate.
Parallelamente, la maggiore attenzione verso la sostenibilità ambientale e la sicurezza alimentare ha favorito una significativa espansione dell’agricoltura biologica. Tra il 2000 e il 2024 la quota di aziende che adottano il metodo biologico è passata dal 2,25% al 7,4% del totale, mentre la superficie coltivata con metodo biologico è cresciuta dal 7,9% al 19,5% delle superfici agricole complessive (Figura 5, sinistra).
Grazie a questa crescita, l’Italia si sta progressivamente avvicinando all’obiettivo fissato dall’Unione europea, che prevede il raggiungimento di almeno il 25% della superficie agricola coltivata con metodo biologico entro il 2030. Nel contesto europeo, nel 2024 il nostro Paese occupava il quarto posto per incidenza della superficie biologica sul totale delle aree coltivate, con una quota più che raddoppiata rispetto al 2012 (Figura 5, destra). Questi risultati confermano il ruolo dell’Italia tra i principali protagonisti della transizione verso sistemi agricoli più sostenibili e orientati alla valorizzazione delle produzioni a basso impatto ambientale.
Le produzioni agricole e il saldo con l’estero
Secondo i dati ISTAT, la produzione agricola italiana ha vissuto, dal secondo dopoguerra a oggi, una profonda evoluzione, passando da un sistema prevalentemente manuale e orientato all’autoconsumo a un modello sempre più meccanizzato, specializzato e intensivo. Negli ultimi anni, tale processo si è ulteriormente evoluto verso un’agricoltura orientata alla qualità delle produzioni, nella quale le aziende più avanzate cercano di integrare innovazione tecnologica e sostenibilità ambientale.
L’andamento delle principali colture erbacee evidenzia una fase iniziale di crescita delle produzioni, favorita dall’aumento della produttività per ettaro, seguita però da una progressiva contrazione delle quantità prodotte. Per il frumento e le patate il calo inizia già negli anni Sessanta, mentre per il mais la flessione diventa evidente dagli anni Ottanta. Fanno eccezione il riso e il pomodoro da industria, che hanno mantenuto una tendenza positiva per molti decenni, anche se quest’ultimo mostra segnali di rallentamento negli anni più recenti (Figura 6, sinistra).
Alla base di queste dinamiche vi sono diversi fattori, tra cui le crescenti incertezze climatiche, la forte concorrenza internazionale, la presenza di filiere lunghe che comprimono i margini economici degli agricoltori, la riduzione delle superfici coltivate e, in alcuni contesti, il progressivo impoverimento della fertilità dei terreni.
Più articolata risulta l’evoluzione delle colture arboree. La produzione di pere mostra una tendenza negativa fin dagli anni Sessanta, quella delle olive registra una contrazione dagli anni Novanta, mentre le pesche evidenziano una flessione soprattutto nel nuovo millennio. Al contrario, le produzioni di mele e arance hanno mantenuto nel tempo livelli elevati, confermando una maggiore capacità di adattamento alle trasformazioni del mercato e del contesto produttivo (Figura 6, destra).
Nel complesso, i dati evidenziano come l’agricoltura italiana abbia progressivamente aumentato la propria efficienza produttiva, ma si trovi oggi ad affrontare nuove sfide legate alla sostenibilità economica e ambientale delle produzioni, alla competitività internazionale e agli effetti sempre più evidenti dei cambiamenti climatici.
Secondo i dati ISTAT, la produzione di carne in Italia è cresciuta lentamente fino al secondo dopoguerra, anche per la diffusione dell’autoconsumo, per poi aumentare rapidamente fino alla fine degli anni Ottanta grazie alla modernizzazione degli allevamenti.
Negli ultimi decenni si è invece assistito a una progressiva riduzione della produzione di carne bovina, bufalina e ovicaprina, mentre quella di carne suina è diminuita soprattutto dopo il 2011. Oggi la produzione bovina è tornata su livelli simili a quelli degli anni Sessanta, mentre quella ovicaprina risulta addirittura inferiore a quella registrata nel 1861.
Nel confronto europeo, l’Italia è tra i Paesi con il minor numero di bovini, suini e ovicaprini in rapporto alla popolazione, con circa 32 capi ogni 100 abitanti, contro i 100 della Spagna, i 50 della Francia e i 40 della Germania.
In controtendenza, la produzione di carne avicola continua a crescere, confermandosi il comparto più dinamico della zootecnia italiana (Figura 7, sinistra).
Secondo i dati ISTAT, la produzione di latte in Italia ha registrato una crescita costante, raggiungendo nel 2024 circa 14 milioni di tonnellate. Una quota limitata (circa il 3%) è destinata all’autoconsumo, mentre il resto viene impiegato per il consumo diretto, le esportazioni e soprattutto per la trasformazione industriale.
La destinazione principale è la produzione di formaggi, in forte crescita negli ultimi quarant’anni fino a raggiungere circa 1,4 milioni di tonnellate nel 2024, mentre la produzione di burro si mantiene su livelli più contenuti ed è in calo dal 2001 (Figura 7, destra).
Nel lungo periodo, il saldo commerciale dei prodotti agro-zootecnici è stato generalmente negativo. Tuttavia, l’Italia si conferma un importante Paese di trasformazione: negli ultimi quindici anni il rafforzamento dell’industria alimentare ha determinato un progressivo miglioramento della bilancia commerciale, che dal 2018 risulta positiva per l’intero comparto agroalimentare (Figura 8).
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Redazione Ruminantia
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