La transizione energetica globale sta vivendo una fase di profonda frammentazione che rischia di compromettere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, in particolare sull’accesso all’elettricità. Il quadro dettagliato emerge dall’edizione 2026 del rapporto internazionale Tracking Sdg 7, the energy progress report, redatto congiuntamente dalle 5 agenzie custodi del settore: l’Agenzia Internazionale dell’Energia, l’Agenzia Internazionale per le Energie Rinnovabili, la Divisione Statistica delle Nazioni Unite, la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il documento rivela che, nonostante lo straordinario balzo in avanti delle tecnologie pulite nelle principali economie occidentali e asiatiche, il tasso globale di accesso all’elettricità si è drammaticamente arenato al 92%. Questo stallo lascia ancora 655 milioni di persone nel mondo completamente prive di energia elettrica, evidenziando l’assoluta necessità di triplicare la velocità degli interventi per sperare di raggiungere l’accesso universale entro la fine del decennio.
La mappa della vulnerabilità e il divario territoriale
L’analisi geografica del deficit elettrico mette in luce una concentrazione della povertà energetica senza precedenti. Oltre i tre quarti della popolazione mondiale priva di allacciamento all’elettricità risiede in appena 20 Paesi, quasi tutti situati nell’Africa Subsahariana. Solo tre nazioni sono responsabili di circa un terzo dell’intero divario globale: la Nigeria con 87 milioni di cittadini al buio, la Repubblica Democratica del Congo con 85 milioni e l’Etiopia con 57 milioni. Esistono aree in cui l’elettrificazione è quasi inesistente, come il Sud Sudan, dove appena il 5% della popolazione dispone di energia elettrica, seguito dal Ciad al 13% e dal Malawi al 16%.
Al contrario, regioni come l’Asia Centrale e Meridionale hanno registrato progressi straordinari grazie all’espansione delle reti e all’integrazione dei mercati regionali, riducendo la loro quota sul deficit globale dal 36% del 2010 ad appena il 3% attuale. La forbice tra aree urbane e rurali rimane profonda, poiché l’Africa Subsahariana si conferma l’unica area del Pianeta in cui il deficit rurale è aumentato, passando da 376 milioni a 447 milioni di persone escluse.
Elettricità negata: la crisi silenziosa della cucina pulita
Parallelamente all’elettricità, l’accesso a sistemi di cottura sani e non inquinanti rappresenta un’altra emergenza umanitaria e sanitaria di vaste proporzioni. Nel mondo circa un quarto della popolazione, pari a 2 miliardi di persone, fa ancora affidamento su combustibili nocivi e tecnologie obsolete per cucinare. Le proiezioni attuali indicano che senza un cambio di rotta strutturale almeno 1,8 miliardi di persone rimarranno escluse da questo diritto fondamentale anche oltre il 2030.
Mentre l’India e la Cina hanno guidato la riduzione del deficit globale coprendo rispettivamente il 40% e il 30% dei progressi storici, la situazione sta precipitando nell’Africa Subsahariana, dove 970 milioni di persone cucinano in modo insalubre, una cifra destinata a superare il miliardo entro il 2027 con gravissime ripercussioni sulla salute pubblica e sulla mortalità prematura.
La spinta delle rinnovabili e i nodi dell’efficienza
Sul fronte della generazione, le energie rinnovabili mostrano una dinamica incoraggiante, arrivando a coprire il 18% dei consumi energetici finali globali rispetto al 15,6% registrato a inizio del monitoraggio. La capacità installata pro capite ha raggiunto i 544 watt per abitante. Il settore elettrico rimane il vero motore della transizione, con oltre il 30% della domanda globale coperta da fonti pulite, trainata dallo sviluppo massiccio del fotovoltaico e dell’eolico, sebbene l’idroelettrico rimanga la prima fonte singola rinnovabile.
Maggiori difficoltà si riscontrano invece nei settori del riscaldamento e dei trasporti. Anche l’efficienza energetica globale mostra segnali di rallentamento, con un tasso di miglioramento dell’intensità primaria sceso all’1,5%, ben lontano dal 4,2% annuo necessario per raggiungere i traguardi prefissati, nonostante le ottime prestazioni registrate nell’Unione Europea e negli Stati Uniti grazie a severe politiche di regolamentazione.
Il nodo dei finanziamenti e le risorse necessarie
Il vero ostacolo al completamento della transizione nei Paesi in via di sviluppo risiede nella cronica mancanza di capitali internazionali e nel calo degli aiuti pubblici. I flussi finanziari pubblici internazionali a sostegno delle energie pulite nelle aree svantaggiate sono rimasti quasi immobili, attestandosi a circa 22,6 miliardi di euro. Un dato allarmante riguarda i paesi meno sviluppati, che hanno subito una contrazione degli investimenti dell’11%, fermandosi a soli 3,4 miliardi di euro. Gli investimenti sui singoli segmenti vedono il solare fare la parte del leone con circa 6,8 miliardi di euro, seguiti dall’idroelettrico con 3,8 miliardi di euro, mentre l’eolico ha subito un forte ridimensionamento.
Per allinearsi agli obiettivi internazionali del Consenso degli Emirati Arabi Uniti e mantenere la traiettoria climatica ottimale, gli analisti stimano che gli investimenti globali complessivi legati alla transizione dovrebbero salire a una cifra compresa tra i 2.760 miliardi e i 4.600 miliardi di euro all’anno fino al 2030. Di questi, circa 1.380 miliardi di euro l’anno andrebbero destinati unicamente alla capacità rinnovabile e 2.390 miliardi di euro all’efficientamento dei sistemi, spostando il baricentro dei flussi di capitale che oggi rimangono pesantemente concentrati solo in Cina, Europa e Stati Uniti.
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