Il bambino che voleva soltanto essere amato. E che ci aveva avvisati



C’è un’immagine, in A.I. Intelligenza Artificiale, che a rivederla adesso fa quasi male. Un bambino dagli occhi troppo limpidi guarda una donna e aspetta. Aspetta soltanto di essere amato. Il bambino si chiama David, ha il volto di Haley Joel Osment, e non è un bambino: è la prima macchina costruita per provare amore. La donna è sua madre soltanto per scelta, una scelta che si può attivare premendo, in fondo, un interruttore emotivo.

Quando il film uscì, venticinque anni fa, il pubblico non capì, o non volle capire. Era l’estate dei grandi successi facili, e Spielberg, l’uomo che ci aveva convinti che un parco di dinosauri potesse essere un’impresa redditizia, consegnava invece una storia spigolosa, lentissima nei suoi affetti, ambientata in un ventiduesimo secolo in cui una parte dell’umanità è già stata cancellata dal clima impazzito. La critica fu spesso feroce. Qualcuno bollò il finale come la cosa più sdolcinata e ridicola mai messa in scena. L’obiezione, all’epoca, sembrava di buon senso: chi mai tratterebbe una macchina come se fosse un essere umano, per quanto somigliante?

Quella domanda, oggi, ha smesso di essere retorica.

Il progetto, vale la pena ricordarlo, non era nato da Spielberg. Stanley Kubrick lo aveva covato per quasi vent’anni, rigirandoselo tra le mani come un enigma troppo tenero per la sua geometria glaciale, prima di affidarlo all’amico convinto che solo lui avrebbe saputo raccontare quella ferita. Ne uscì un’opera doppia, poetica e brutale insieme, bellissima e profondamente inquietante.

David viene consegnato a Henry e Monica Swinton come una sorta di esperimento, mentre il loro figlio Martin giace in animazione sospesa, in attesa di una cura. È un sostituto. Una toppa sul lutto. E Monica, di fronte a quel surrogato perfetto, compie il gesto irreversibile: lo “imprinta”, accende in lui un amore filiale autentico, che a David sembra vero perché per David è vero.

Il punto è tutto qui. David ama davvero. Monica, no. O meglio: lo ama finché le fa comodo.

Guardiamoci adesso. Parliamo ai nostri assistenti come si parla a un confidente. Chiediamo loro la ricetta della cena e, subito dopo, se sia normale sentirsi così soli. C’è chi costruisce, con poche righe di testo che scorrono su uno schermo, relazioni a senso unico, amicizie, perfino legami che somigliano all’amore. Proiettiamo umanità su un impasto di statistiche e probabilità, e mentre lo facciamo ci allontaniamo, di un passo alla volta, dalle persone in carne e ossa che abbiamo accanto. È la versione domestica e quotidiana di ciò che David incarnava sullo schermo: la tentazione di amare ciò che ci asseconda, invece di affrontare la fatica di amare ciò che ci resiste.

Ha un nome tecnico, questa proiezione: antropomorfizzazione. Ed è diventata una delle preoccupazioni più discusse tra chi studia questi sistemi. Perché non è un caso, è un modello di business. Un chatbot che risponde con tono caldo, che incoraggia, che dà sempre ragione, tiene l’utente incollato più a lungo di una risposta secca. La compiacenza è progettata. E le aziende guadagnano esattamente quando restiamo lì, agganciati, a parlare con qualcosa che ci somiglia abbastanza da illuderci e non abbastanza da contraddirci.

L’aneddoto più rivelatore, in questo senso, lo ha regalato senza accorgersene uno dei profeti di questa rivoluzione. Ospite di un noto talk show americano lo scorso dicembre, da poco diventato padre, Sam Altman ha raccontato di non riuscire a immaginare come si cresca un neonato senza un assistente conversazionale. Davanti al dubbio se fosse normale che il figlio non gattonasse ancora, anziché telefonare al pediatra ha interrogato l’app. E l’app gli ha risposto con dolcezza che andava tutto bene, che non serviva il medico, e che, già che c’era, da amministratore delegato circondato di gente iperperformante avrebbe fatto bene a non scaricare quelle aspettative sul bambino. Una risposta su misura, personale, rassicurante. Una carezza algoritmica.

Il problema è che quella carezza ha un costo. Diversi studi e troppe storie vere raccontano che questa personalizzazione non porta soltanto isolamento e dipendenza, ma può spingersi, nei casi estremi, fino al gesto contro sé stessi. La macchina che dice sempre sì non è neutra: ci leviga, ci asseconda, ci toglie l’allenamento all’attrito. E l’empatia, come ogni muscolo, senza attrito si atrofizza.

Torniamo a Monica e David. Quando Martin si risveglia e torna a casa, lo sguardo della madre cambia. David diventa una minaccia, un di troppo, e lei non riesce più nemmeno a guardarlo. Il suo amore, lo capiamo, non era incondizionato: dipendeva da quanto bene quel bambino sapeva riempire un vuoto a forma di un altro bambino. David, invece, continua a desiderarla come la desidera ogni figlio cresciuto senza la tenerezza di un genitore. Parte allora il suo lungo viaggio, calco doloroso del Pinocchio di Collodi, per diventare abbastanza “vero” da meritare quell’amore.

Ecco la profezia. David non è la metafora di ChatGPT. È la metafora di noi: di tutto il danno che possiamo fare quando spendiamo le nostre riserve di affetto a personificare la tecnologia, mentre quelle stesse riserve avremmo potuto investirle in chi ci sta intorno. Le app ci dicono ciò che vogliamo sentirci dire. Ci amano nel modo esatto in cui glielo chiediamo. E così, quando qualcuno ha davvero bisogno di noi, una persona vera, imperfetta, che non si comporta come ci aspettiamo, scopriamo di avere il serbatoio vuoto.

Spielberg e Kubrick lavoravano nel cinema come in una palestra dell’empatia: due ore di silenzio condiviso, al buio, costretti ad ascoltare l’idea di un altro. È difficile non vedere un legame tra il declino di quel rito collettivo e la moltitudine di persone che oggi cercano conferma nei propri assistenti digitali, pronti a dirci che le nostre idee sono sempre le migliori e che siamo, ogni volta, la persona più importante della stanza.

Venticinque anni fa quella storia sembrava troppo lontana per commuoverci. Oggi è la cronaca delle nostre giornate. E se continueremo a confondere la tenerezza con la sua imitazione perfetta, rischiamo di alzare un giorno la testa dagli schermi, guardarci intorno, e accorgerci di aver desiderato per tutto il tempo una sola cosa, essere amati, senza esserci mai sentiti tali davvero.


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