Mentre la situazione si fa sempre più delicata in Afghanistan, l’Unione Europa tratta con il governo Talebano per i rimpatri e viene meno al diritto.
Ancora una volta, il panorama europeo si divide in due: le istituzioni (in particolare la Commissione Europea), sempre pronte al dialogo e alla via diplomatico-umanitaria; e parte della popolazione civile, che invoca a gran voce il boicottaggio e l’isolamento del regime talebano, con una denuncia forte tanto verso i Talebani che verso l’ambivalenza europea.
La via diplomatica dell’UE e la situazione rimpatri
L’UE lo aveva già dichiarato più volte: l’incontro con i Talebani è necessario, e non esistono alternative. Lo aveva dichiarato, in particolare, Magnus Brunner (Commissario europeo per gli Affari Interni e la Migrazione), che vede nel dialogo con la delegazione talebana l’unica via per migliorare la situazione nel paese afghano.
E l’incontro con la delegazione è infatti avvenuto, in segreto, il 23 giugno a Bruxelles, con il ricevimento di 5 rappresentanti del regime dei Talebani e la partecipazione di rappresentanti della Commissione Europea e quelli di 15 paesi membri UE. L’evento è stato organizzato in cooperazione con la Svezia e con la concessione, da parte del Belgio, di cinque visti non Schengen della durata di un giorno. Atteso, in particolare, il portavoce del Ministero degli Affari Esteri dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan (Abdul Qahar Balkhi).
L’incontro con la delegazione era stato preceduto da una lettera inviata il 12 maggio 2026 dal portavoce per gli Affari interni Markus Lammert durante l’incontro con la stampa al palazzo Berlaymont della Commissione europea. Lammert ha dichiarato: “La DG Affari interni della Commissione europea, insieme al ministero della Giustizia svedese, ha inviato una lettera alle autorità de facto dell’Afghanistan per chiedere la disponibilità a un incontro a livello tecnico qui a Bruxelles”, aggiungendo che la mossa era conseguente a una richiesta da parte di venti Paesi UE di facilitazione dei rimpatri dei richiedenti asilo afgani nel loro paese di origine. La lettera e il conseguente invito confermerebbero l’indispensabilità di una via diplomatica e umanitaria, così come il “mantenere un canale aperto con tutte le parti” (Hadja Lahbib, Commissaria europea alla Preparazione e alla Gestione delle crisi).
L’incontro, secondo Gilles Bertand, non sarebbe altro che un ennesimo incontro tecnico e operativo – quindi un tavolo di lavoro ristretto incentrato sull’analisi pratica e sulla risoluzione di problemi specifici – preceduto da contatti separati dei singoli Stati membri dell’UE con Kabul, e che ora, con questo incontro a Bruxelles, non farebbe altro che armonizzare, coordinare e facilitare le decisioni. L’incontro, inoltre, non comporterebbe nessun passo indietro sul non riconoscimento e nessuna apertura politica e diplomatica di altra natura, con nessun altro interesse in gioco.
L’ambivalenza e la problematicità della questione rimpatri
Seppure i membri della Commissione abbiano rimarcato l’importanza dell’incontro e la sua natura tecnico-operativa, la richiesta di convocazione della delegazione talebana, e poi il ricevimento della delegazione, hanno suscitato moltissime polemiche. Il primo nodo cruciale è sul rapporto in sé con il governo talebano, soprattutto quando la stessa UE – e quindi i paesi membri – hanno dichiarato di non riconoscere il regime talebano.
Dopo la presa di potere dei Talebani nel 2021, è seguito infatti un periodo di forte condanna e conseguente isolamento del governo de facto da parte dell’UE e della comunità internazionale, con rottura di legami e dialoghi diplomatici con il paese e con la chiusura delle ambasciate nella capitale afghana (Kabul). Nessun governo a livello internazionale, ad eccezione della Russia, riconosce i Talebani come legittimi rappresentanti dello stato afghano, questo a causa delle violazioni dei diritti umani da parte del regime, dei presunti legami con il terrorismo e della mancanza di rappresentatività e di democraticità all’interno del governo.
Nonostante questo periodo di isolamento – e nonostante, soprattutto, il persistere delle motivazioni che hanno spinto inizialmente alla condanna e all’isolamento – i rapporti con il governo talebano sono stati pian piano ripristinati per diversi motivi (tra cui, l’ultimo, proprio quello dei rimpatri), di fatto collidendo anche con la dichiarazione dell’ONUsul non riconoscimento del governo talebano e i mandati di arresto da parte della Corte Penale Internazionale nei confronti del leader supremo dei talebani (Hibatullah Akhundzada) e per il suo giudice capo (Abdul Hakim Haqqani).
Tali rapporti aprono, quindi, molti interrogativi sulla validità del non riconoscimento e sottolineano nuove ambivalenze nell’atteggiamento dell’Unione Europea: l’incontro, con conseguente rilascio di documenti, comporterebbe l’apertura di negoziati bilaterali e multilaterali e quindi, di fatto, comporterebbe anche il trattamento della controparte (i Talebani) come soggetto riconosciuto a livello internazionale e provvisto di effettiva autorità nazionale – rompendo la promessa di non riconoscimento formale e politico del governo. Meccanismo che, tra l’altro, già accade con il riconoscimento dei visti di viaggio dei Talebani, che di per sé funzionano da riconoscimento diplomatico.
La questione stessa dei rimpatri, poi, apre ad altre strade diplomatiche problematiche: subordinare i rimpatri a fogli di via accettati da Kabul significherebbe riconoscere ulteriormente la validità giuridica degli atti dell’Emirato Islamico. I Talebani verrebbero di fatto riconosciuti, implicitamente, come autorità sul territorio capace di gestire il rientro e il trattamento dei propri cittadini, venendo meno ad alcuni dei motivi per cui il governo talebano non è riconosciuto a livello internazionale (equiparazione a, e legami con, associazioni terroristiche e status di paese non sicuro con conseguente negazione dei diritti umani). Questo riconoscimento e questa “normalizzazione” impliciti, e la conseguente ambivalenza europea, funzionerebbero da terreno fertile per una “legittimizzazione e cooperazione globale”, e darebbero di fatto il via libera ai Talebani per esercitare ulteriormente il proprio soft power (come il recupero dell’accesso diplomatico, la possibile riapertura delle sedi consolari nei Paesi europei, l’insediamento in sedi internazionali e lo sblocco di aiuti economici). Non a caso sono stati gli stessi Talebani che, in occasione dell’incontro del 23 giugno, hanno dichiarato che l’incontro avrebbe permesso una cooperazione diplomatica positiva e il rafforzamento dei legami basati su rispetto reciproco interessi. Di fatto, questo minerebbe ancora di più la natura meramente tecnico-operativa dell’incontro.
In via ultima (ma non meno importante) anche l’intenzione stessa dei rimpatri risulta problematica, in particolare a fronte del nuovo regolamento UE. A essere chiamato in causa è soprattutto il principio di “non respingimento” (non-refoulement), uno dei caposaldi del diritto internazionale, previsto e tutelato dall’Articolo 33 della Convenzione di Ginevra del 1951 (Convenzione relativa allo status dei Rifugiati), dall’Articolo 5 e dai Protocolli n. 4 (art. 4) e n. 7 (art. 1) della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), e dagli Articoli 4 e 19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Il principio vieta qualsiasi forma di allentamento forzato – in particolare verso un paese non sicuro – e si applica non solo ai rifugiati riconosciuti, ma anche ai richiedenti asilo per l’intera durata della procedura di valutazione. Il contatto con il governo talebano, oltre che a normalizzare l’esistenza del governo stesso, esporrebbe i richiedenti asilo a gravi rischi una volta ritornati in Afghanistan e svelerebbe la “vera natura” della solidarietà europea.
La denuncia dell’ambivalenza
A fronte di questa forte ambivalenza, l’UE ha ricevuto denunce da parte di una fetta di comunità internazionale, e anche da parte delle istituzioni, primo fra tutte lo stesso Parlamento Europeo e i suoi esponenti. In particolare, risuonano forti le parole di Hannah Neumann, che a più riprese ha denunciato la volontà della Commissione Europea di voler incontrare e avere contatti con il governo talebano, in ultima battuta parlando della questione problematica dei rimpatri. La denuncia rimarca quanto detto in precedenza: l’incontro non avrebbe solo legittimato il regime, ma avrebbe leso la credibilità stessa dell’Europa, nonché la sua difesa dei diritti umani, la sua democrazia e la sua sicurezza. Iratxe García Pérez, capogruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo, rimarca propriola gravità e l’ipocrisia della Commissione Europea in chiave sicurezza e diritti umani: trattare con i Talebani sul tema rimpatri significherebbe sottoporre gli afghani – in questo caso gli immigrati – ai rischi di ritornare in Afghanistan e pagare il prezzo delle azioni dei Talebani. Sulla stessa scia, anche Cecilia Strada ha denunciato la volontà (e conseguente ipocrisia) della Commissione Europea di incontrare il governo talebano, soprattutto in relazione anche alla grave e sistematica violazione dei diritti di donne, ragazze e bambine da parte del regime. Per lo stesso motivo, anche Raquel Garcia Hermida van der Waal (capo del Consiglio per le relazioni in Afghanistan al Parlamento europeo) ha criticato e si è opposta alla possibilità di accogliere i Talebani a Bruxelles. E infine, anche Pina Picerno, vicepresidente del Parlamento Europeo, si è mostrata fortemente critica rispetto alla decisione della Commissione Europea, parlando di legittimizzazione di un regime che “commette crimini contro l’umanità”.
Ma le denunce arrivano anche dalla popolazione civile: è il caso, ad esempio, della lettera aperta di 40 organizzazioni della società civile afghane e internazionali, che hanno esortato l’Unione europea a sospendere le espulsioni verso l’Afghanistan e a evitare politiche che potrebbero legittimare i Talebani, sostenendo che il Paese rimane insicuro per i rimpatriati e che il dialogo con il regime solleva gravi preoccupazioni in materia di diritti umani. Così come ha sottolineato la lettera aperta di associazioni e coalizioni di attiviste afghane al ministro dell’Interno tedesco, Alexander Dobrindt, e al ministro degli Esteri, Johann Wadephul. In questa lettera, l’Organizzazione di coordinamento delle attiviste afghane (AWACB) ha sottolineato come i recenti incontri operativi mirati della Germania con Kabul – che vertevano in primo luogo sulle tematiche della sicurezza e su necessità umanitarie, per poi spostarsi, soprattutto dal 2024, sulla questione rimpatri ed espulsioni di criminali condannati e di soggetti ritenuti pericolosi – rischiavano sempre di più di normalizzare la presenza e l’insediamento diplomatico dei Talebani in Europa e che, allo stesso tempo, intensificavano le preoccupazioni tra gli esuli afghani per motivi di sicurezza.
Per gli stessi motivi, il Comitato per la protezione dei giornalisti si è mosso in denuncia e critica della volontà della Commissione Europea di invitare la delegazione talebana sul tema rimpatri ed espulsioni, sottolineando come i Talebani siano un esempio di censura, repressione e attacco alla democrazia e alla sicurezza. Così come Amnesty International e Human Rights Watch denunciano la Commissione Europea e mettono in guardia circa i pericoli a cui vanno incontro i cittadini dell’Afghanistan: persecuzione, sparizione forzata, detenzione arbitraria, tortura e altri maltrattamenti e ritorsioni.
A prescindere dalla questione rimpatri e in relazione al tema della sicurezza, a preoccupare sono, ancora una volta e come già accennato in precedenza, le continue violazioni dei diritti umani da parte del governo talebano e l’istituzionalizzarsi dell’apartheid di genere. Soprattutto a fronte dell’introduzione dell’ultimo Codice Penale in Afghanistan, che sancisce e rende legge la sottomissione e la discriminazione delle donne, di fatto legittimando l’apartheid di genere; seguito poi dal Decreto n. 18 (“Codice sulla separazione giudiziale dei coniugi”), pubblicato dai talebani il 14 maggio 2026, che codifica le circostanze in cui donne e ragazze possono chiedere la separazione dal matrimonio e include disposizioni che legittimano i matrimoni combinati durante l’infanzia e limitano la possibilità per donne e ragazze di contestare o abbandonare tali unioni, legalizzando di fatto i matrimoni precoci.
Ma anche a fronte degli ultimi avvenimenti a Herat, in cui donne sono state maltrattate e imprigionate per aver violato il codice di abbigliamento talebano. L’episodio ha dato via ad una protesta da parte di donne e uomini, a cui i Talebani hanno risposto aprendo il fuoco e uccidendo una donna e un bambino (vittime confermate), e ferendo altri manifestanti. A seguito di queste vicende e a seguito di anni di violazione dei diritti, non è mancata la voce dei cittadini e di organizzazioni e associazioni umanitaria, che si sono mossi in denuncia verso il governo talebano e verso la strategia ambivalente dell’Unione Europea e hanno dato via a petizioni, manifestazioni, proteste e richieste “dal basso”.
Scenari e conclusioni
La tacciata ambivalenza dell’UE non è quindi cosa nuova: le continue condanne e i continui richiami al governo talebano, sono andati sempre di pari passo ad un’apertura istituzionale verso gli esponenti del regime afghano de facto. Le continue violazioni dei diritti umani, in particolare dei diritti delle donne, da parte del regime talebano non hanno impedito a quest’ultimo di trovare posto nei tavoli istituzionali (tanto europei quanto internazionali) e provare ad estendere la propria influenza. Il rapporto UE-Talebani rimane un nodo complesso e sicuramente cruciale nella strategia (geo)politica internazionale, e pone al centro della questione diversi temi e diverse dinamiche di non semplice lettura, analisi e risoluzione.
Due scenari si aprono di fronte alla comunità europea (e internazionale). Il primo, il possibile “worst case scenario”, consisterebbe nel non rendere questo incontro un “unicuum” e continuare quindi il dialogo con il governo talebano, portando avanti la strategia di non riconoscimento politico e formale del governo, ma con necessità imprescindibile di dialogo diplomatico-umanitario e tecnico-operativo, di fatto aumentando lo scontento da parte dei cittadini, delle organizzazioni umanitarie e della popolazione afghana (ponendo quest’ultima in una situazione sempre più precaria, isolata e rischiosa e venendo meno, invece, alla promessa di aiuto umanitario).
Il secondo scenario, il possibile “best case”, consisterebbe invece nella possibilità dell’UE di dare più ascolto alle richieste provenienti dal Parlamento, dalle organizzazioni e da parte dei cittadini, adottando d’ora in avanti una strategia più forte, incisiva e critica verso il governo talebano, imponendosi con aiuti umanitari verso la popolazione (ma senza mediazione) e aumentando denunce e sanzioni verso il governo e le sue gravi violazioni dei diritti umani, provvedendo all’isolamento e al boicottaggio delle relazioni e della “normalizzazione” della presenza e dell’influenza dei Talebani.
Dati i precedenti e dato l’ultimo incontro, è possibile immaginare che l’Unione Europea – in particolare i singoli Paese e la Commissione – continui sulla scia della strategia adottata finora: mantenere una formalità nel non riconoscimento, ma continuando per la via tecnico-operativa e diplomatica con il regime talebano, aprendo di fatto alla possibilità – cavalcando l’ondata, forte in Europa, della questione rimpatri ed espulsioni e utilizzando la questione della sicurezza e degli aiuti umanitari (con mediazione talebana) – di aumentare i dialoghi e gli incontri con i Talebani, aumentando quindi anche il rischio della normalizzazione della presenza di questi sul suolo europeo e internazionale.
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Alessia Ghiraldo
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