Lo strano e stralunato mondo di Blaise debutta al cinema dopo il successo dell’omonima trilogia a fumetti realizzata da Dimitri Planchon e una serie animata (30 episodi da 30 minuti ciascuno) ideata qualche anno da per Arte.
Adesso Planchon, insieme al suo co-regista Jean-Paul Guigue, trasferisce quei personaggi ormai familiari al pubblico in un lungometraggio che li reinventa completamente, presentato a Cannes nel programma dell’ACID e, questa settimana, nel concorso Contrechamp al 45esimo Festival del film d’animazione di Annecy.
Abbiamo avuto modo di chiacchierare con i due registi e farci raccontare l’evoluzione di questo universo narrativo attraverso i differenti media e le sfide nell’adattare lo stile visivo e lo specifico umorismo dei fumetti per il cinema.
Come il fumetto e la serie, anche questo film è un’opera autonoma, che presenta pochissimi riferimenti alle sue altre iterazioni. Ogni volta sembra che ripartiate da zero con questi personaggi. È così?
Planchon: Sì, è esatto. Quello che mi interessa davvero sono i tre protagonisti. Sono personaggi ossessionati da ciò che gli altri pensano di loro, dal modo in cui vengono percepiti e dal fatto di non avere chiaro il loro posto nel mondo.
Non abbiamo mai voluto realizzare un semplice adattamento del fumetto, neanche con la serie. Ogni progetto è un universo indipendente. Nel fumetto, ad esempio, Blaise lo conosciamo bambino e poi lo vediamo crescere fino a diventare un soldato. Nella serie abbiamo ricominciato completamente da capo e lo stesso vale per il film. Ogni volta prendiamo gli stessi tre personaggi – il bambino, la madre e il padre – e li inseriamo in un contesto completamente diverso.
Per me è quasi un esercizio di stile: ciò che cambia è il mondo attorno a loro, quel che resta costante è il loro modo di affrontarlo.
Nel corso degli anni il tuo stile è cambiato molto. La tecnica del collage, un tempo volutamente evidente, si è trasformata in un realismo molto più sottile e inquietante. Cosa ti ha portato verso questa evoluzione?
Planchon: All’inizio i miei riferimenti erano il Dadaismo e il fotomontaggio di artisti come John Heartfield. I tagli erano volutamente visibili e il collage era parte integrante dell’immagine.
Con il tempo, però, il mio gusto personale è cambiato naturalmente. Non è stata una decisione presa per seguire una moda o per adattarmi a una determinata storia. È semplicemente il modo in cui io e Jean-Paul, con cui lavoro da sempre, abbiamo sviluppato il nostro linguaggio visivo.
Questa evoluzione è andata di pari passo con la scrittura. Il realismo rende ancora più evidenti gli aspetti grotteschi dei personaggi e del mondo che li circonda. Inoltre, le nostre marionette di carta sono molto rigide, non possono muoversi liberamente, e questo riflette perfettamente la loro difficoltà a trovare il proprio posto nella società.
Il film parla molto dell’adolescenza. Ti manca mai quel periodo della tua vita?
Planchon: Direi di no (ride, ndr). Forse mi piacerebbe tornare adolescente, ma con la maturità e la consapevolezza dei miei anni. Se c’è qualcosa che mi manca, non è tanto l’età in sé, quanto quella particolare leggerezza con cui si vive. Da adolescenti non hai ancora il peso del lavoro, delle responsabilità, del doverti mantenere. Hai una libertà e anche un certo egoismo che fanno parte di quel periodo.
Ma soprattutto mi manca la capacità di scoprire le cose con entusiasmo. È l’età in cui scopri la musica, il cinema, i fumetti e li ami con un’intensità che poi difficilmente ritrovi da adulto. I gusti che sviluppi allora spesso ti accompagnano per tutta la vita. Oggi continuo ad amare quelle cose che amavo da bambino, ma non provo più lo stesso stupore della scoperta.
Ecco, infatti, i vostri protagonisti sono volutamente impacciati, goffi, fuori posto. Pensate che questo tipo di personaggi sia poco rappresentato nel cinema?
Guigue: Abbiamo sempre avuto una passione per questo genere di personaggi. Basta pensare a molto cinema francese degli anni Settanta. Quello di Pierre Richard o, più recentemente, a qualcuno come Nathan Fielder.
In fondo sono personaggi comici classici: funzionano proprio perché non riescono mai ad adattarsi al mondo che li circonda. La loro inadeguatezza genera naturalmente comicità. Sono sempre un po’ fuori posto e questo li rende umani.

Le voci degli attori sono state registrate all’inizio della lavorazione. In che modo questo ha influenzato il ritmo del film, dovendo poi creare tutto a partire dalla loro recitazione?
Guigue: È stato un processo molto organico. Abbiamo registrato le voci degli attori praticamente all’inizio della produzione, poi abbiamo montato le loro interpretazioni fino a trovare il ritmo giusto. Abbiamo lavorato, nella fase iniziale, come se fossimo stati a teatro.
Solo dopo abbiamo costruito lo storyboard e l’animatic attorno alle voci. Tutto è cresciuto progressivamente: prima le interpretazioni, poi l’animazione e infine la musica. Questo ci ha permesso di ottenere un ritmo molto preciso fin dalle prime fasi del lavoro.
I personaggi hanno pochissimi elementi espressivi. Come siete riusciti a trasmettere emozioni con un’animazione così essenziale?
Planchon: I nostri personaggi possono contare soltanto su pochi elementi: gli occhi, le sopracciglia e alcune espressioni della bocca. In un certo senso è quasi come il concetto di “persona” tipico teatro greco: bastano lo sguardo e la voce.
Guigue: Per questo abbiamo lavorato moltissimo sui micromovimenti degli occhi. Piccolissimi spostamenti delle pupille, lievi variazioni dello sguardo, minuscoli movimenti delle sopracciglia o delle labbra. Sono dettagli quasi invisibili, ma sono quelli che danno vita ai personaggi.
Se osservi attentamente il film, ti accorgi che quasi tutto è immobile. La vita passa soprattutto dagli occhi, dai loro riflessi e, soprattutto, dalla direzione dello sguardo.

Cosa avete pensato al termine della première mondiale a Cannes?
Planchon: È stata un’esperienza sorprendente. Era la prima volta che vedevamo davvero il film insieme a un pubblico. Fino a quel momento avevamo fatto solo proiezioni tecniche, per controllare la calibrazione dell’immagine.
Sentire la sala reagire così intensamente ci ha emozionati. Durante il film ci siamo resi conto che il pubblico stava ridendo e, arrivati ai titoli di coda, avevamo ormai smesso di preoccuparci della loro reazione. Eravamo semplicemente felici e anche molto sorpresi.
Guigue: Ricordo perfettamente che, quando stavamo finendo la color correction, io e Dimitri guardavamo il film su un proiettore 4K e ci dicevamo: «Forse questa sarà l’ultima volta che verrà proiettato su un grande schermo». Per fortuna ci sbagliavamo. Grazie a Cannes e ad Annecy il film sta incontrando il suo pubblico.
Quindi è un film pensato per essere visto sul grande schermo? Avete lavorato con questa speranza?
Planchon: Assolutamente sì. Abbiamo lavorato per anni davanti ai nostri monitor, in piccoli studi, costruendo ogni singolo fotogramma. Adesso il nostro desiderio più grande è vedere il film proiettato sul grande schermo e sentire il pubblico ridere insieme in una sala.
La commedia funziona in modo completamente diverso al cinema. Mi è capitato di vedere film comici in televisione trovandoli appena divertenti e poi rivederli in sala, circondato da altre persone, e ridere moltissimo. La risata è qualcosa di collettivo: più persone ridono, più anche tu ridi.
Dopo oltre vent’anni, senti di aver detto tutto con questi personaggi oppure tornerai ancora a raccontarli?
Planchon: Penso di aver passato abbastanza tempo con loro.
Vorrei continuare a fare film utilizzando la stessa tecnica che abbiamo messo a punto con questo e continuando a esplorare gli stessi temi che mi sono cari, ma con personaggi e storie nuove. Convivo con Blaise e gli altri da oltre vent’anni: è arrivato il momento di andare avanti e scoprire qualcosa di diverso.
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Davide Sette
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