C’è qualcosa di struggente nell’aria di San Lorenzo quando cala la sera. Un quartiere che odora di storia operaia, di murales accesi, di vita vera – lontano dal Tevere, lontano dai circuiti patinati del cinema ufficiale, lontano da tutto ciò che è costruito per apparire. Ed è proprio qui, sotto il cielo aperto di Roma, al Parco dei Caduti, che questa sera ho presentato Il Pianeta Verde alla Festa del Cinema del quartiere. Un’emozione difficile da descrivere, ma impossibile da dimenticare.
C’era qualcosa di quasi sacro nel farlo all’aperto. Lo schermo illuminato nel buio della notte, le sedie disposte nel parco carico di memoria e di dolore civile, le stelle sopra – forse poche, come sempre a Roma, soffocate dalla luce della città – ma presenti, nel senso in cui si è presenti quando si vuole bene a un luogo. Il vento di giugno muoveva l’aria con discrezione, come se anche lui volesse assistere senza disturbare.
Prima che le immagini cominciassero a parlare, ho preso la parola insieme a Rino Fabiano, Assessore al Verde e allo Sport del Secondo Municipio di Roma. Due voci diverse, un’unica direzione. Lui con la consapevolezza istituzionale di chi conosce i meccanismi della città dall’interno, io con quella di chi guarda il mondo attraverso ciò che naviga — mari, fiumi e, soprattutto, il Tevere, che da sempre è la mia bussola più vera. E, quasi naturalmente — come accade quando sei sotto un cielo aperto e senti che le parole possono viaggiare lontano — abbiamo cominciato a parlare di quel fiume.
Non era un discorso preparato a tavolino. Era qualcosa di più vivo di così.
Ho raccontato che San Lorenzo è lontano dal fiume, separato da lui da un pezzo di città che nei secoli ha costruito muri, strade, indifferenza. Eppure il Tevere è lì, a scorrere nell’ombra, a pochi chilometri, e porta con sé una storia che Roma, troppo spesso, ha smesso di ascoltare. Ho parlato di Pater Tiberinus, il padre Tiberino, divinità fluviale che gli antichi Romani veneravano con devozione genuina. Di quel fiume che un tempo era il cuore commerciale, spirituale e simbolico della città più potente del mondo. Di quelle acque che trasportavano grano, marmo, speranze.
E poi ho parlato di quello che trasportano oggi.
Un vecchio pescatore di Ponte Milvio – un uomo con le mani grandi come il pane e gli occhi chiari come certi pomeriggi di febbraio – mi disse una volta una frase che non ho più dimenticato: “Il fiume lo conosco da settant’anni. Da ragazzo ci nuotavo. Ora non ci butto nemmeno una mano.” Semplice, brutale, vera. Nel parco, nella notte, quella frase è rimasta sospesa nell’aria come una domanda senza risposta facile.
Il pubblico ascoltava in silenzio – quel silenzio raro e prezioso che non è assenza, ma presenza totale.
I fiumi non sono solo acqua. Sono la memoria biologica di un territorio, il resoconto fedele di tutto ciò che accade sulla terra che li nutre. E, purtroppo, sono anche i nostri più fedeli trasportatori di inquinamento. Microplastiche, metalli pesanti, residui farmaceutici, scarichi abusivi — tutto confluisce, tutto scorre, tutto arriva al mare. Il Tevere non fa eccezione. Quello che abbandoniamo sulle sue sponde, quello che scarichiamo nei suoi affluenti, finisce nel Mediterraneo. I fiumi non dimenticano. Raccolgono tutto e portano tutto con sé, fino in fondo.
Con Rino abbiamo illustrato le potenzialità enormi di questo fiume — ancora intrappolato nella burocrazia e nel dimenticatoio umano. Un fiume che potrebbe essere molto di più di quello che è oggi: un corridoio ecologico vivo, un patrimonio culturale restituito ai cittadini, uno spazio di comunità dove la storia antica e il presente si parlano finalmente senza vergogna. I terreni lungo le rive del Tevere capitolino sono troppo spesso abbandonati, degradati, inaccessibili — sottratti alla città non con la forza, ma con quella distrazione silenziosa e colpevole che è forse la forma più sottile di abbandono. Quegli spazi meritano ben altro destino. Non il cemento, non le transenne, non la logica miope dell’appalto e del tornaconto. Ma la cultura, la storia, quella cura professionale e partecipata che una città millenaria merita – e che i Romani veri sanno ancora esprimere, quando qualcuno li chiama davvero a raccolta.
Il Tevere deve tornare in mano ai Romani. Culturalmente, storicamente, professionalmente. Deve tornare a essere un luogo da vivere, da studiare, da amare con consapevolezza. Non uno sfondo pittoresco per le fotografie dei turisti, ma un’identità collettiva da ricostruire insieme, mattone dopo mattone, progetto dopo progetto, volontà dopo volontà.
Poi le luci si sono abbassate e Il Pianeta Verde ha cominciato il suo viaggio sullo schermo. Il film non parla di fiumi, ma parla di questo. Di quel filo invisibile che lega ogni essere vivente al proprio ambiente, di quella responsabilità silenziosa che abbiamo verso il pianeta che ci ospita e che, troppo spesso, trattiamo come un contenitore usa e getta.
Stasera, al Parco dei Caduti, San Lorenzo mi ha regalato qualcosa di raro: attenzione vera. Una signora, uscendo, mi ha fermato per mano e mi ha detto sottovoce: “Adesso capisco che non basta guardare il fiume — bisogna difenderlo.” Non lo sapeva, ma stava chiudendo un cerchio che avevamo aperto prima che il film cominciasse — io, Rino e quel vento di giugno che portava nell’aria l’odore di qualcosa che può ancora cambiare.
Quella frase, nell’aria fresca della notte romana, valeva più di qualsiasi riconoscimento.
E prima di andare, c’è un nome che voglio portare con me — e senza il quale questa serata non sarebbe mai esistita. Giorgia Grossi. È lei che ha immaginato, costruito e animato questo festival con una dedizione silenziosa e potente, con quell’amore per Roma e per l’arte che non si improvvisa e non si delega — si vive, giorno dopo giorno, dettaglio dopo dettaglio, con la cura di chi sa che la cultura non è un lusso, ma una necessità. Grazie, Giorgia. Per aver creato uno spazio dove un fiume dimenticato può tornare a scorrere, anche solo per una sera, nel cuore delle persone.
Finché ci sono serate così, finché ci sono quartieri così, finché ci sono persone come lei che tengono accesa la fiamma, c’è ancora tempo.
Per il Tevere. Per il pianeta. Per noi.
Claudio Sisto
Nella foto: Il Pianeta Verde (La Belle Verte) è un film scritto e diretto dalla regista francese Coline Serreau e uscito nel 1996, anche se la lavorazione risale ai primi anni Novanta. Si tratta di una commedia fantascientifica con una forte impronta ecologista e satirica, diventata nel tempo un’opera di culto per il suo approccio originale e controcorrente ai temi ambientali e sociali.
La storia si sviluppa su due livelli narrativi. Da una parte c’è il “Pianeta Verde”, un mondo immaginario e ideale, abitato da una civiltà evoluta che vive in piena armonia con la natura. In questo pianeta non esistono denaro, gerarchie o inquinamento: le relazioni umane sono basate sulla cooperazione, sull’equilibrio e su una connessione profonda con l’ambiente.
Dall’altra parte c’è la Terra, osservata attraverso lo sguardo della protagonista, che arriva in particolare in una Parigi contemporanea agli anni ’90. Qui il contrasto è immediato e voluto: la società terrestre appare caotica, consumista, alienata, segnata dall’inquinamento e da rapporti sociali frammentati. Il film costruisce così un confronto continuo tra un modello utopico e la realtà urbana occidentale, utilizzando il linguaggio della satira e dell’ironia per mettere in discussione le abitudini e le contraddizioni del mondo moderno.
Nel suo insieme, Il Pianeta Verde non è solo una narrazione fantascientifica, ma un racconto filosofico e politico che invita lo spettatore a riflettere sul rapporto tra essere umano, società e natura, e sulla possibilità — o difficoltà — di immaginare un modello di vita diverso da quello dominante.
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