Tra i lavori quotidiani del nutrizionista spicca l’elaborazione di una strategia alimentare finalizzata a massimizzare lo sviluppo di biomassa microbica cercando di soddisfare al meglio delle possibilità i molteplici fabbisogni del microbiota ruminale. Per elaborare i piani alimentari di un’azienda produttrice di latte è necessario considerare i singoli alimenti disponibili, sia foraggi che concentrati, oltre che l’impostazione, intesa come gruppi, della mandria.
Sostenuti dai modelli matematici di nutrizione dinamica, suddividiamo qualunque mandria a prescinderne dalle dimensioni in almeno tre fondamentali macrogruppi a seconda che dobbiamo alimentare giovani animali da rimonta, vacche in asciutta oppure in lattazione.
Gruppo che vai, esigenze che trovi
Oggigiorno sono comunque auspicabili anche in aziende di piccole dimensioni sottogruppi che raccolgono animali con esigenze e fabbisogni “ravvicinati” tra di loro, in modo da aumentare l’accuratezza nell’elaborazione delle varie diete e migliorare, di riflesso, le prestazioni aziendali.
I fabbisogni nutritivi variano, anche profondamente, in funzione dell’età dell’animale, dello stato di gravidanza, dell’ambiente di vita e, in modo particolare, delle potenzialità genetiche che potrebbe esprimere il fenotipo.
Questo assunto, ci spinge almeno concettualmente ad accantonare il concetto di alimentazione “di mandria” a favore di programmi se non proprio individuali, quantomeno molto personalizzati.
Ciò è reso già in parte possibile dall’avvento della mungitura robotizzata e dai sistemi di alimentazione automatica, tuttavia, in sistemi allevatoriali di grandi dimensioni, elaborare diete ad personam è ancora utopistico.
Ma perché questo cambio di paradigma?
Qualora i fabbisogni delle varie categorie di animali fossero davvero coerenti e soprattutto validi in ogni condizione, l’insorgenza di dismetabolie, soprattutto in transizione, sarebbe molto meno frequente o di più facile risoluzione. Ecco, dunque, che la nutrizione di base deve spesso evolvere in nutrizione “clinica” con la necessaria fusione di competenze tra nutrizionisti, alimentaristi (coloro che fisicamente alimentano la mandria) e medici veterinari.
Poter modulare l’assetto nutrizionale nel delicato periodo di pre- e post-parto, consente di avvicinarci meglio ai vari cambiamenti, sia ormonali che metabolici, a cui le partorienti vanno incontro, in considerazione dello status infiammatorio che naturalmente si accompagna a questa fase.
Di recente ci siamo imbattuti in un caso pratico che vorremmo condividere con voi lettori di questa rubrica, nel quale la sinergia e l’incrocio di vedute tra nutrizionista e veterinario, ha permesso di risolvere dei disturbi poco chiari su animali in transizione in un’azienda a gruppo unico.
Breve quadro generale e scelte gestionali
Azienda con circa 120 capi in lattazione suddivisi in due gruppi, primipare e pluripare ma soli due gruppi alimentari: il primo facente riferimento al periodo di asciutta-transizione mentre il secondo ai due gruppi in lattazione.
Ciò che osservavamo nel dettaglio era un decorso altalenante e incerto in alcuni animali nei primi giorni di lattazione a parità di condizioni ambientali e razione ingerita. Il colostro poteva essere abbondante e di qualità e il latte poteva aumentare quotidianamente secondo le attese, oppure per taluni soggetti la produzione di colostro risultava misera e la montata lattea all’inizio della lattazione arrancava. Gli animali potevano andare in difficoltà 10 giorni dopo il parto pur non segnalando una riduzione della sostanza secca ingerita.
Accettati i limiti nutrizionali del gruppo alimentare unico in asciutta e pre-parto, nonché la variabilità tra i vari individui, la cosiddetta resilienza delle vacche da latte capaci di superare anche momenti di difficoltà, tra lo stupore degli addetti ai lavori, abbiamo virtualmente raggruppato gli animali oggetto d’indagine in corso dal 2025, sulla base del numero di lattazioni, del loro BCS (Body Condition Score) e del profilo ematico rilevato durante il periodo di asciutta e trascorsi 10 giorni di lattazione.
I dati mostravano una mobilizzazione di grasso corporeo dopo il parto modesta, così pure la chetonemia, mentre l’ingestione di sostanza secca e l’idratazione risultavano nella norma.
Successivamente al parto, le vacche venivano idratate con un drench a base di acqua tiepida e maltodestrine e si cominciava a fornire loro uno speciale mangime arricchito di fibra digeribile e precursori della gluconeogenesi. Avveniva con successo il secondamento e tutto sembrava decorrere positivamente.
L’assetto minerale nel puerperio
Valutati i principali macrominerali, su tutti il calcio ematico, abbiamo appurato che le “crisi” dopo il parto non erano legate a fenomeni di ipocalcemia. Infatti, le vacche in difficoltà rispondevano solo temporaneamente alla somministrazione di calcio, confermando la disponibilità ematica del minerale.
Ci siamo focalizzati sulla razione post-parto, equivalente alla lattazione se non per un contenuto maggiore e migliore di aNDFom (fibra neutro detersa), osservando che variarne la fermentescibilità oppure i livelli di tamponi impiegati non modificava il comportamento alimentare e non escludeva inceppamenti durante il periodo di transizione.
Abbiamo quindi deciso di intraprendere un percorso multidisciplinare coinvolgendo un veterinario esperto in minerali per allargare la “visione” d’insieme. Dai parametri relativi alla razione in asciutta e transizione, dall’esame diagnostico sul sangue e dall’analisi dei dati relativi al controllo funzionale è emerso un quadro più ampio e complesso, in cui è stato possibile formulare un’ipotesi di interventi per evitare crisi in transizione.
Considerazioni finali: un male necessario
Se da un lato la gestione della mandria in gruppi unici garantisce flessibilità agli allevatori in contesti con numeriche contenute, dall’altro questo snello sistema manageriale può risultare rigido per gli animali, non garantendo loro il pieno soddisfacimento delle esigenze alimentari, soprattutto in transizione. In modo particolare non ci consente di tenere a bada l’infiammazione.
Il panorama scientifico comincia ad attribuire allo stato infiammatorio che inevitabilmente infierisce sugli animali partorienti (Graef et al., 2025), l’insorgenza di patologie in transizione e che spesso si traducono in riforma involontaria.
Dal momento che la vacca affronta una gravidanza e si prepara ad una nuova lattazione con cambiamenti metabolici ed endocrini. Ai fini pratici, il problema diviene pesante quando la risposta infiammatoria è eccessiva, prolungata o non ben risolta: in questo caso aumenta il rischio di calo dell’ingestione, peggior adattamento metabolico e minori prestazioni in transizione. La gravità dello stato infiammatorio post-parto definisce se le lattifere subiranno danni immunitari oppure attraverseranno la lattazione nel migliore dei modi, destinando gran parte dell’energia somministrata attraverso la dieta verso la propria vocazione genetica: la produzione lattea.
È necessario abbandonare i vecchi dogmi e lavorare sull’uscita rapida dallo stato infiammatorio, dando per assodato che l’energia a disposizione delle vacche nel puerperio ha solo due destini: la produzione di latte, via elettiva, o l’immunità.
Gioco di squadra
Il lavoro a quattro mani sui dati con il veterinario ha permesso di addensare i concetti di nutrizione di base con quelli della nutrizione clinica e ha permesso, attraverso esami diagnostici, di ridurre il più possibile i fenomeni infiammatori anche in un’azienda a gruppo unico. Pensando all’assetto minerale, la collaborazione ha permesso di ridefinire il protocollo di idratazione delle vacche dopo il parto introducendo precisi sali minerali e in quantità appropriate, per evitare un fenomeno subdolo e sul quale non avevamo riversato le prime attenzioni: l’alcalosi ematica.
Nonostante i moderni mezzi a disposizione di noi tecnici Veronesi, fra cui NIR portatili e laboratori analitici accreditati, riteniamo che uno strumento ben più potente sia la collaborazione con i professionisti che si sono specializzati in determinate branche scientifiche e che possono far valere i propri studi di campo per migliorare la salute e il benessere della mandria e la qualità del lavoro dell’allevatore. In Veronesi crediamo molto nella specializzazione nei vari ambiti che costituiscono l’alimentazione della vacca da latte. Ognuno di noi sostiene l’altro, concedendo le proprie conoscenze per il fine ultimo di garantire un servizio impareggiabile alle stalle da latte.
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Redazione Ruminantia
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