Bruxelles, 1 luglio 2026 – L’Irlanda ha assunto oggi, primo luglio, la presidenza semestrale del Consiglio dell’Unione europea che ha come motto “Ní neart go cur le chéile” (Strength with unity) in una fase in cui alcuni dei dossier più delicati dell’agenda comunitaria si avvicinano a un passaggio decisivo. Tra questi figurano il nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia, l’avanzamento dell’adesione di Ucraina e Moldavia, il negoziato sul prossimo bilancio pluriennale dell’UE, le tensioni commerciali con Stati Uniti e Cina e le riforme per rafforzare mercato unico e competitività europea. Altro tema delicatissimo riguarda il confronto tra UE e Big-Tech statunitensi. L’Irlanda ospita le sedi europee di alcuni dei più importanti colossi globali del digitale e, secondo diversi analisti, potrebbe incontrare ostacoli nei cruciali negoziati europei sulla sovranità digitale.
Quella che ha inizio oggi è l’ottava presidenza dell’Irlanda del Consiglio UE da quando il Paese da 5,4 milioni di abitanti è entrato a far parte del blocco nel 1972. L’ultima presidenza irlandese risale al 2013 ed era stata caratterizzata dalla crisi dell’eurozona e impostata attorno a tre parole d’ordine: stabilità, occupazione e crescita. I dossier centrali furono soprattutto economico-finanziari, molto più legati alla gestione post-crisi rispetto all’agenda attuale dove dominano i temi geopolitici e geoeconomici.
La presidenza irlandese del Consiglio dell’Unione europea nella seconda metà del 2026 costituisce anche la prima parte di una “presidenza a tre” della durata di diciotto mesi, che comprenderà anche le presidenze della Lituania (da gennaio a giugno 2027) e della Grecia (da luglio a dicembre 2027). I tre Stati membri collaboreranno per definire gli obiettivi e l’agenda che il Consiglio dovrà affrontare durante il periodo di diciotto mesi, garantendo la continuità dei lavori del Consiglio.
Dalle sanzioni alla Russia al nuovo allargamento
Il primo banco di prova per Dublino sarà il confronto sul nuovo pacchetto di misure restrittive contro la Russia. Lo scorso 9 giugno la Commissione ha proposto un 21mo pacchetto di sanzioni che prevede interventi sulle entrate energetiche di Mosca, sulla flotta ombra utilizzata per aggirare le restrizioni, su istituti finanziari e imprese attive nei criptoasset, oltre che su alcune categorie di merci e persone coinvolte nella guerra contro l’Ucraina. Tra gli elementi più sensibili vi è il meccanismo di revisione del tetto al prezzo del petrolio russo, che rischierebbe di alzarsi in presenza di prezzi energetici più elevati, con un possibile beneficio per il Cremlino.
La presidenza irlandese dovrà quindi trovare un’intesa tra Stati membri con interessi differenti, evitando che le riserve nazionali rallentino l’adozione del pacchetto. Dublino, al pari della presidenza cipriota, dovrà tentare di applicare uno dei principali strumenti di pressione europea su Mosca, ma che richiede l’unanimità dei Ventisette, lasciando spazio a negoziati su deroghe, tempistiche e singole designazioni.
Il testimone di Paese più riottoso sembra essere passato dall’Ungheria alla Bulgaria con il nuovo governo guidato da Rumen Radev contrario all’inserimento nella lista dei sanzionati del Patriarca Kirill, capo della Chiesa ortodossa russa, e del miliardario e fondatore del colosso energetico Lukoil, Vagit Alekperov. Non solo, come ricorda Euronews, di recente, Radev ha espresso preoccupazione per l’impatto che le sanzioni proposte potrebbero avere sui fertilizzanti e sui pezzi di ricambio per la metropolitana di Sofia.
Il secondo dossier riguarda l’allargamento, tornato al centro della strategia europea dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Dublino punta a sostenere il percorso di Ucraina e Moldova, cercando di favorire l’apertura di ulteriori capitoli negoziali dopo l’avvio del primo ciclo di colloqui fondamentali. Il margine politico, tuttavia, dipenderà anche dalla posizione dell’Ungheria guidata dal nuovo premier Peter Magyar, che ha sicuramente riportato il Paese nell’orbita Europea dopo la sconfitta di Viktor Orban alle elezioni del 12 aprile, ma che che continua a chiedere cautela sui prossimi passaggi del processo di adesione di Kyiv.
Sul tavolo rimane anche il Montenegro, considerato il candidato più avanzato dei Balcani occidentali. Qui, la presidenza irlandese sarà chiamata a guidare il lavoro tecnico e politico sulla fase conclusiva dei negoziati, compresa la preparazione del futuro trattato di adesione il cui avvio è avvenuto sotto la presidenza cipriota. Per Bruxelles, l’obiettivo è trasformare il caso montenegrino in un riferimento per le future adesioni, introducendo garanzie e periodi transitori capaci di rassicurare gli Stati membri più scettici.
Lo spinoso negoziato sul bilancio 2028-2034
La partita più rilevante resta però il prossimo Quadro finanziario pluriennale. L’Irlanda eredita un negoziato già segnato dalla distanza tra chi vuole contenere la spesa e chi chiede maggiori fondi per difesa, innovazione, clima, sicurezza economica e sostegno all’Ucraina.
La precedente presidenza aveva fatto una proposta di “negotiating box” lo scorso 11 giugno, fornendo ai Paesi UE alcune cifre di massima, riguardanti la ripartizione di un piano di bilancio che nelle intenzioni della Commissione si aggira intorno a 2.000 miliardi di euro e che prevede una drastica riformulazione dei capitoli di spesa tradizionali.
Cipro aveva proposto un taglio moderato del 2% alla proposta della Commissione, attirandosi le critiche sia dei Paesi frugali, con in testa Paesi bassi e Svezia, per i tagli troppo limitati ribadendo le nuove priorità di spesa (difesa, energia e digitale), sia del Parlamento UE e dei Paesi del cosiddetto gruppo degli “Amici della Coesione”, che richiedono invece un bilancio più espansivo e di non alterare i fondi di coesione e la Politica agricola comune.
La presidenza irlandese avrà quindi il compito di rielaborare le cifre per le varie voci del bilancio, nel tentativo di trovare un punto di incontro tra i due blocchi. Uno dei nodi che dovrà affrontare Dublino sarà quello delle nuove risorse proprie, ambito particolarmente delicato tra le priorità indicate dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, che le ritiene indispensabili per rendere sostenibile il prossimo bilancio pluriennale. Al termine del Consiglio europeo del 18-19 giugno, Costa ha spiegato che il Consiglio europeo ha incaricato la futura presidenza irlandese del Consiglio dell’UE di accelerare i lavori sulle nuove entrate, con l’obiettivo di arrivare a un avanzamento concreto entro ottobre. “Abbiamo bisogno di queste entrate aggiuntive per un accordo a dicembre”, ha affermato Costa, presentando la chiusura del negoziato entro la fine del 2026 come una “responsabilità condivisa”.
L’obiettivo di Costa è di poter trovare un accordo proprio durante la presidenza di turno irlandese, entro dicembre 2026, per evitare che i negoziati si protraggano nel 2027, anno in cui le cruciali elezioni in Francia, Italia, Spagna e Polonia rischiano di comprometterli. Dublino dovrebbe presentare la sua “negotiating box” nel mese di ottobre, dando così il via all’ultima fase del percorso del QFP.
Commercio, rapporti con Washington e confronto con Pechino
Un altro fronte delicato sarà quello commerciale caratterizzato dal difficile rapporto tra l’Unione europea e gli Stati Uniti di Donald Trump, ma anche dalle complesse relazioni con la Cina dove l’UE sconta un deficit commerciale di 360 miliardi di euro.
Il compito di Dublino – che è stata scelta come sede europea dalle più importanti Big tech americane – sarà quello di contribuire a mantenere l’unità europea nel rapporto con gli Stati Uniti, in una fase caratterizzata da nuove minacce tariffarie e dall’incertezza sull’attuazione dell’agenda commerciale e degli investimenti UE-USA, tra cui la tariffa del 100% sui Paesi europei che tassano i servizi digitali.
Il programma della presidenza indica esplicitamente questo dossier come una priorità, insieme ai negoziati commerciali con Malaysia, Filippine, Thailandia ed Emirati Arabi Uniti e all’attuazione della strategia europea sulla sicurezza economica.
Se Trump dovesse dare seguito alla sua minaccia massimalista, l’accordo UE-USA crollerebbe e scoppierebbe una guerra tariffaria. Sebbene il commercio sia di competenza esclusiva della Commissione, la presidenza irlandese avrebbe la responsabilità di mantenere tutti gli Stati membri saldamente allineati, un compito difficile quando i legami economici sono appesi a un filo.
Parallelamente, Bruxelles continua a cercare un riequilibrio nei rapporti economici con la Cina. A ottobre, nel pieno della presidenza guidata da Dublino, vi sarà la cruciale visita del commissario europeo al Commercio, Maros Sefcovic a Pechino, follow up dei punti discussi con il ministro del Commercio cinese, Wang Wentao, a Bruxelles lo scorso 29 giugno nell’ambito della prima riunione del ciclo di Consultazioni UE-Cina su commercio e investimenti, il nuovo formato ministeriale denominato TIC che ha portato alla prima dichiarazione congiunta UE-Cina sul commercio degli ultimi sette anni.
Il dossier Cina non riguarda solo il deficit commerciale, ma anche l’accesso al mercato, le sovvenzioni pubbliche, la dipendenza dalle filiere cinesi e il rischio di ritorsioni contro misure europee considerate protezionistiche da Pechino. In questo quadro, la presidenza irlandese avrà un ruolo di coordinamento tra capitali che restano divise sul grado di durezza da adottare.
Mercato unico e competitività
L’ultimo grande capitolo è quello della competitività. L’Irlanda ha collocato nel suo programma il rilancio della produttività europea al centro del proprio semestre, assumendo come riferimento la tabella di marcia “One Europe, One Market”, concordata da Consiglio, Commissione e Parlamento nel corso della presidenza cipriota. L’obiettivo è accelerare l’approvazione delle norme ancora aperte e ridurre gli ostacoli che frammentano il mercato interno.
Tra i fascicoli più rilevanti figurano l’Unione dei risparmi e degli investimenti, l’euro digitale, la sicurezza informatica, il cosiddetto 28° regime per le imprese e le nuove misure per rafforzare la base industriale europea, ovvero l‘Industrial Accelerator Act mirato a imporre condizioni più severe alle aziende straniere che cercano di accedere agli appalti pubblici e agli investimenti dell’UE e già finito sotto i riflettori della Cina.
La presidenza irlandese si apre anche sotto osservazione sul terreno della sovranità digitale. Il tema non riguarda soltanto la presenza in Irlanda delle sedi europee di grandi gruppi tecnologici statunitensi e cinesi, ma il peso economico che le multinazionali estere esercitano sul Paese.
Secondo la Commissione europea, l’88 per cento del gettito dell’imposta sulle società irlandese nel 2024 proveniva da imprese a controllo straniero, con oltre la metà delle entrate concentrata in pochi grandi contribuenti.
In un articolo di opinione pubblicato sul The Guardian, Johnny Ryan, direttore dell’unità Enforce dell’Irish Council for Civil Liberties, ha sottolineato che il peso delle grandi piattaforme nell’economia irlandese potrebbe in parte influenzare la capacità di Dublino di esercitare un ruolo pienamente neutrale nei negoziati europei su intelligenza artificiale, protezione dei dati e sovranità digitale.
Tuttavia, in parallelo, il sistema europeo di tutela dei dati dipende in misura rilevante dalle autorità irlandesi, chiamate a vigilare su numerose piattaforme che hanno scelto Dublino come base nell’Unione. La Data Protection Commission e il regolatore dei media Coimisiún na Meán hanno aperto o gestito in questi anni diversi procedimenti contro grandi piattaforme, inclusi TikTok e LinkedIn.
La posizione di Dublino su questo fronte resta però particolarmente delicata. Nell’ottobre 2025, quaranta organizzazioni della società civile hanno chiesto alla Commissione di verificare l’indipendenza della Data Protection Commission dopo la nomina di un commissario con una precedente esperienza nelle relazioni istituzionali di Meta.
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