«Il futuro delle Pmi passa da un Sud più competitivo»


COSENZA PMI: Sud, Italia ed Europa alla sfida del futuro“. E’ il titolo scelto per il primo Forum del Mezzogiorno organizzato da Confapi Calabria e ospitato nell’Aula Caldora dell’Università della Calabria, venerdì 3 luglio 2026. Il presidente di Confapi Calabria e Vice Presidente nazionale, Francesco Napoli, ha anticipato – in una intervista al Corriere della Calabria – alcuni degli argomenti al centro dell’incontro. «Abbiamo scelto di partire dall’Università della Calabria, perché crediamo che il futuro nasca dall’incontro tra sapere, impresa e istituzioni. Chiederemo che il Sud venga considerato per ciò che realmente è: una delle più grandi opportunità di sviluppo dell’Italia e dell’Europa».

Quali sono oggi, secondo Confapi, i principali fattori che frenano la competitività delle PMI nel Sud Italia rispetto al resto del Paese e dell’Europa?

«Oggi la competitività delle PMI del Mezzogiorno non è limitata dalla capacità imprenditoriale, che rimane alta e spesso sottovalutata, ma dal contesto in cui le imprese operano. Il vero nodo è la qualità dell’ecosistema produttivo. Il primo elemento critico riguarda il capitale umano. Nel Sud Italia si registra ancora una forte difficoltà nel trattenere competenze qualificate, soprattutto giovani formati che spesso emigrano verso altre aree del Paese o all’estero. A questo si aggiunge un mismatch strutturale tra formazione e fabbisogni delle imprese, in particolare nei settori tecnici e digitali. Un secondo fattore riguarda l’accesso al credito. Le micro e piccole imprese restano le più esposte a difficoltà finanziarie e spesso non riescono a sostenere investimenti di medio-lungo periodo. Il terzo elemento è rappresentato dalla complessità amministrativa e dall’incertezza normativa, che continuano a incidere sulla velocità delle decisioni di investimento. In economia, il tempo è un fattore competitivo decisivo, e oggi il divario con altri sistemi europei si misura anche nella rapidità dei procedimenti. In una logica come quella che stiamo costruendo nel progetto “Calabria 2035”, il problema non è la mancanza di imprese, ma la difficoltà del sistema di presentarsi come un ecosistema investibile e competitivo a livello europeo».

Le PMI rappresentate da Confapi stanno integrando l’intelligenza artificiale nei processi produttivi quotidiani?

«L’Ai nelle PMI del Mezzogiorno è ancora in una fase iniziale, ma non marginale. In una fase più avanzata, alcune imprese stanno iniziando a utilizzare strumenti di analisi predittiva, sistemi gestionali evoluti e applicazioni che migliorano l’efficienza produttiva e logistica. Tuttavia, l’integrazione pienamente strategica dell’IA nei modelli di business è ancora limitata. Il vero limite non è la tecnologia, che oggi è ampiamente disponibile, ma la capacità delle imprese di adottarla in modo strutturale. Per questo, nei lavori del Mezzogiorno e nella visione di Calabria 2035, il tema centrale non è solo “adottare l’IA”, ma costruire condizioni perché l’intelligenza artificiale diventi una infrastruttura diffusa di competitività, attraverso reti tra imprese, università e soggetti intermedi come le associazioni di rappresentanza».

La transizione energetica è percepita dalle PMI come un costo o come un’opportunità competitiva?

«La transizione energetica viene ancora percepita in modo duplice. Nel breve periodo è spesso vissuta come un costo aggiuntivo, soprattutto a causa dell’impatto dei prezzi energetici sui bilanci aziendali e della complessità degli adempimenti. Tuttavia, sta emergendo con sempre maggiore chiarezza una consapevolezza diversa, cioè che l’energia rappresenta uno dei principali fattori di competitività industriale dei prossimi anni. Molte imprese stanno già guardando con interesse all’autoproduzione energetica, alle comunità energetiche e ai sistemi di accumulo, non solo per ridurre i costi, ma per stabilizzare la propria struttura produttiva nel medio periodo. Nel quadro strategico che abbiamo definito, anche attraverso il percorso Calabria 2035, la transizione energetica non è più soltanto una politica ambientale, ma una vera e propria politica industriale».


Che cosa significa concretamente “welfare competitivo” per una piccola o media impresa?

«Il welfare competitivo, per Confapi, non è un costo aggiuntivo né un beneficio accessorio, ma una componente strutturale della competitività delle imprese. Significa innanzitutto riconoscere che la capacità di un’impresa di attrarre e trattenere competenze dipende anche dalla qualità dell’ambiente di lavoro che è in grado di offrire. In un contesto segnato da carenza di manodopera qualificata e invecchiamento demografico, il welfare diventa uno strumento strategico. In termini concreti, vuol dire integrare il benessere dei lavoratori con gli obiettivi di produttività, attraverso modelli organizzativi più moderni, strumenti di conciliazione vita-lavoro, formazione continua e sistemi di welfare aziendale che siano realmente accessibili anche alle piccole imprese. Il punto centrale è superare la logica della compliance normativa e trasformare il welfare in un fattore di innovazione organizzativa».

Dopo la fase del PNRR, quali leve resteranno per sostenere la crescita del sistema produttivo italiano?

«Una volta conclusa, la crescita del sistema produttivo italiano dipenderà dalla capacità di costruire strumenti permanenti di sviluppo. Le leve principali saranno tre. La prima riguarda la stabilizzazione e il rafforzamento della ZES Unica, che deve diventare una infrastruttura permanente di politica industriale per il Mezzogiorno. La seconda riguarda la capacità di costruire politiche industriali integrate, in grado di mettere in coerenza strumenti fiscali, incentivi, fondi europei e politiche di coesione, superando l’attuale frammentazione. La terza leva è rappresentata dalla capacità di attrarre investimenti privati, che è il vero indicatore della competitività di un territorio. In questa prospettiva, settori come il turismo di qualità, il turismo congressuale e l’energia diventano fondamentali, come evidenziato anche nel modello Calabria 2035.

Quanto incide ancora l’assenza di piena legalità economica sulla competitività delle imprese?

«Il primo effetto è sull’attrattività degli investimenti. Dove il livello di certezza del diritto è percepito come basso, aumenta il costo del capitale e diminuisce la propensione degli investitori a insediarsi. Il secondo effetto riguarda la concorrenza interna tra imprese. Le distorsioni del mercato penalizzano chi opera nella legalità e riducono l’efficienza complessiva del sistema economico. Il terzo effetto è più profondo e riguarda la fiducia. Senza un contesto di piena trasparenza e regole certe, diventa più difficile costruire relazioni stabili tra imprese, istituzioni e investitori. Per questo, nella visione di Calabria 2035, la legalità economica non è soltanto una questione di ordine pubblico, ma una vera e propria infrastruttura della competitività. Senza legalità, infatti, non esiste un vero mercato degli investimenti». (f.benincasa@corrierecal.it)

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 Redazione Corriere

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