Ci sono imprenditori che diventano simbolo di una generazione grazie a un’intuizione capace di cambiare il proprio settore. Altri, invece, riescono a fare qualcosa di ancora più difficile: continuare a innovare, adattarsi ai cambiamenti del mercato e rimettersi continuamente in gioco. È questo il percorso che negli ultimi anni ha caratterizzato Matteo Achilli, fondatore di Egomnia, una delle startup italiane che più hanno fatto parlare di sé nel panorama dell’innovazione.
Per chi segue il mondo delle startup il suo nome non è certo nuovo. Nel 2017 la sua storia arrivò persino sul grande schermo con The Startup, film ispirato alla nascita di Egomnia e al percorso di un giovane imprenditore che, partendo da un’idea sviluppata durante gli anni del liceo, riuscì a costruire una realtà tecnologica capace di attirare l’attenzione del mondo dell’innovazione.
Anche STARTHINKMAGAZINE, in quegli anni, aveva raccontato quella storia. Oggi, a quasi dieci anni di distanza, torniamo a parlare di Egomnia perché il percorso dell’azienda non si è fermato. Al contrario, ha scelto di affrontare una delle sfide più complesse e strategiche del nostro tempo: lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
Il nuovo progetto si chiama Emma e rappresenta una nuova famiglia di Large Language Models (LLM) sviluppati in Italia. L’obiettivo dichiarato non è semplicemente realizzare un nuovo assistente conversazionale, ma contribuire alla costruzione di un’infrastruttura tecnologica nazionale capace di valorizzare la lingua italiana, il patrimonio culturale del Paese e le esigenze delle imprese, delle istituzioni e dei professionisti.
Il lancio di Emma arriva in un momento in cui il dibattito sull’intelligenza artificiale ha assunto un’importanza che va ben oltre il settore tecnologico. Oggi l’AI influenza economia, pubblica amministrazione, ricerca scientifica, sanità, istruzione e industria. Per questo motivo sempre più governi parlano di autonomia digitale, protezione dei dati e sovranità tecnologica.
Negli ultimi anni il mercato è stato dominato da aziende statunitensi e cinesi. ChatGPT di OpenAI, Gemini di Google, Claude di Anthropic e altri modelli internazionali hanno cambiato il modo di lavorare di milioni di persone. Tuttavia, la crescente dipendenza da piattaforme sviluppate all’estero ha aperto un confronto sempre più acceso anche in Europa: è possibile costruire modelli di intelligenza artificiale che rispondano alle esigenze dei singoli Paesi e che siano sviluppati nel rispetto del loro patrimonio linguistico e normativo?
Emma nasce proprio all’interno di questo scenario.
Per comprendere il significato di Emma è necessario tornare indietro di qualche anno.
Quando Egomnia iniziò il proprio percorso, il termine “startup” era ancora poco diffuso nel linguaggio comune. Parlare di innovazione significava soprattutto immaginare nuovi servizi digitali, piattaforme online e strumenti in grado di semplificare processi tradizionali.
Fu proprio in questo contesto che Matteo Achilli sviluppò l’idea di un sistema capace di superare il classico curriculum vitae, utilizzando algoritmi per mettere in relazione competenze, esperienze e richieste delle aziende.
Un progetto che, nel giro di pochi anni, trasformò Egomnia in una delle realtà emergenti dell’ecosistema italiano.
Da allora il percorso dell’azienda è cambiato profondamente.
Accanto alle soluzioni dedicate al recruiting sono arrivati nuovi servizi, attività di consulenza ICT, progetti nel settore della cybersecurity, dello sviluppo software, delle telecomunicazioni e della trasformazione digitale. La società ha ampliato progressivamente il proprio raggio d’azione fino a operare in comparti altamente specializzati, costruendo competenze che oggi rappresentano la base su cui nasce Emma.
Questa evoluzione racconta molto del modo in cui alcune startup italiane sono riuscite a crescere negli ultimi anni.
Non limitandosi a difendere il prodotto con cui erano nate, ma investendo costantemente in ricerca, nuove tecnologie e sviluppo di competenze.
Emma rappresenta probabilmente il passaggio più significativo di questa trasformazione.
Negli ultimi mesi il termine sovranità tecnologica è entrato con sempre maggiore frequenza nel dibattito europeo.
Ma cosa significa realmente?
In termini semplici, significa ridurre la dipendenza da tecnologie sviluppate esclusivamente fuori dall’Europa e rafforzare la capacità dei Paesi europei di progettare, sviluppare e gestire infrastrutture digitali strategiche.
L’intelligenza artificiale è diventata una di queste.
Ogni volta che un’impresa utilizza un modello linguistico per analizzare documenti, elaborare strategie, automatizzare processi o gestire dati sensibili, affida una parte importante della propria attività a una tecnologia sviluppata da qualcun altro.
Per molte aziende questo non rappresenta un problema.
Per altre, soprattutto nei settori strategici, la questione assume un’importanza completamente diversa.
Sicurezza, riservatezza dei dati, conformità normativa e controllo delle infrastrutture digitali stanno diventando elementi sempre più rilevanti nelle scelte tecnologiche di imprese e pubbliche amministrazioni.
È proprio da questa riflessione che prende forma Emma.
Secondo la visione illustrata da Egomnia, l’intelligenza artificiale non può più essere considerata soltanto uno strumento software. È destinata a diventare una componente fondamentale dello sviluppo economico, industriale e culturale di un Paese. Per questo motivo favorire la nascita di modelli sviluppati localmente rappresenta non solo un’opportunità economica, ma anche una scelta strategica per rafforzare competitività e resilienza del sistema nazionale.
Uno degli aspetti più interessanti del progetto riguarda la scelta di sviluppare modelli ottimizzati per la lingua italiana.
Può sembrare un dettaglio tecnico, ma in realtà rappresenta una decisione che incide direttamente sulla qualità delle risposte e sulla capacità del sistema di comprendere il contesto.
L’italiano è una lingua ricca di sfumature, modi di dire, riferimenti culturali e terminologie specialistiche. Pensiamo al linguaggio giuridico, a quello amministrativo, medico o finanziario: sono ambiti nei quali una semplice traduzione non è sufficiente.
Un modello progettato specificamente per il nostro Paese può essere addestrato tenendo conto della normativa italiana, del lessico utilizzato dalle imprese, della terminologia della Pubblica Amministrazione e delle caratteristiche linguistiche che rendono unico il nostro contesto.
Secondo Egomnia, questo approccio consente anche di sviluppare modelli più efficienti e meno onerosi dal punto di vista computazionale, capaci di funzionare su infrastrutture meno complesse rispetto ai grandi modelli generalisti. Una scelta che potrebbe favorire l’adozione dell’intelligenza artificiale anche da parte delle piccole e medie imprese italiane, spesso alla ricerca di soluzioni potenti ma sostenibili.
Quando si parla di intelligenza artificiale è quasi inevitabile fare paragoni con i nomi che oggi dominano il mercato globale. ChatGPT, Gemini, Claude, Llama o DeepSeek sono ormai entrati nel linguaggio quotidiano di milioni di persone e rappresentano il punto di riferimento per chiunque voglia avvicinarsi ai Large Language Models.
La domanda, quindi, nasce spontanea: dove si colloca Emma?
La risposta, probabilmente, non va cercata nella corsa ai numeri.
Negli ultimi anni il dibattito sull’AI si è spesso concentrato sulla dimensione dei modelli: miliardi di parametri, capacità computazionale, potenza di calcolo e quantità di dati utilizzati per l’addestramento. È una competizione che richiede investimenti enormi, sostenibili soltanto da pochi colossi tecnologici.
Egomnia sembra aver scelto una direzione differente.
Più che inseguire il modello più grande, punta a costruire un modello più vicino alle esigenze di chi lo utilizzerà quotidianamente. È una filosofia che privilegia la qualità della specializzazione rispetto alla semplice crescita delle dimensioni del modello.
Nel comunicato di presentazione viene sottolineato come il progetto nasca con l’obiettivo di sviluppare modelli verticali, ottimizzati per il contesto linguistico, culturale e operativo italiano. Una scelta che permette di ridurre la complessità computazionale mantenendo elevate capacità di comprensione e generazione del linguaggio.
In altre parole, Emma non cerca necessariamente di sapere tutto.
Cerca di conoscere meglio ciò che serve davvero alle imprese e ai professionisti italiani.
L’Italia è il Paese delle piccole e medie imprese.
Secondo gli ultimi dati europei, oltre il 99% delle aziende italiane rientra nella categoria delle PMI. Realtà che rappresentano il cuore del nostro sistema produttivo ma che, spesso, incontrano maggiori difficoltà nell’introdurre tecnologie avanzate rispetto ai grandi gruppi industriali.
L’intelligenza artificiale può contribuire a ridurre questo divario.
Pensiamo, ad esempio, alle attività che occupano una parte significativa della giornata lavorativa:
- redazione di documenti;
- gestione delle email;
- analisi di contratti;
- predisposizione di offerte commerciali;
- elaborazione di report;
- ricerca normativa;
- assistenza ai clienti;
- organizzazione delle informazioni aziendali.
Molte di queste operazioni possono essere accelerate grazie all’AI.
Tuttavia, perché questo accada davvero, è fondamentale che gli strumenti siano in grado di comprendere il contesto in cui operano.
Una piccola impresa italiana ha esigenze molto diverse rispetto a una multinazionale americana.
Lavora con una normativa differente.
Utilizza un linguaggio diverso.
Ha processi organizzativi specifici.
Per questo motivo la possibilità di utilizzare un modello addestrato direttamente sul contesto italiano potrebbe rappresentare un vantaggio concreto.
Uno degli aspetti che emergono con maggiore chiarezza dal progetto Emma riguarda il rapporto tra prestazioni ed efficienza.
Negli ultimi anni si è diffusa l’idea che un’intelligenza artificiale debba necessariamente essere gigantesca per risultare efficace.
Non sempre è così.
Molte aziende non hanno bisogno di un sistema capace di rispondere a qualsiasi domanda del mondo.
Hanno bisogno di uno strumento affidabile, rapido e costruito sulle proprie esigenze operative.
Secondo Egomnia, proprio la scelta di sviluppare modelli monolingua consente di ottenere sistemi più leggeri, riducendo la quantità di risorse hardware necessarie e rendendo possibile l’utilizzo anche su infrastrutture meno complesse.
In prospettiva, questo potrebbe favorire una maggiore diffusione dell’intelligenza artificiale anche tra quelle imprese che oggi considerano ancora troppo elevati i costi di implementazione.
L’intelligenza artificiale non riguarda esclusivamente il settore privato.
Negli ultimi anni anche la Pubblica Amministrazione, il sistema sanitario, il mondo della ricerca e quello della formazione hanno iniziato a sperimentare nuove soluzioni basate su modelli linguistici avanzati.
Un sistema progettato specificamente per il contesto italiano potrebbe trovare applicazione in numerosi ambiti.
Tra questi:
- supporto alla gestione documentale;
- ricerca normativa e giurisprudenziale;
- assistenza ai cittadini;
- analisi automatica di grandi quantità di dati;
- semplificazione dei procedimenti amministrativi;
- supporto alla formazione interna degli enti pubblici;
- gestione della conoscenza aziendale.
Naturalmente ogni applicazione dovrà rispettare rigorosi criteri di sicurezza, trasparenza e conformità normativa.
Ma il potenziale appare significativo.
In particolare per quelle organizzazioni che necessitano di strumenti in grado di comprendere la complessità del linguaggio amministrativo e giuridico italiano.
Se c’è un tema destinato ad accompagnare l’evoluzione dell’intelligenza artificiale nei prossimi anni è quello della protezione delle informazioni.
Ogni giorno imprese, studi professionali ed enti pubblici affidano ai sistemi digitali documenti riservati, dati sensibili, strategie aziendali e informazioni che richiedono il massimo livello di tutela.
Per questo motivo il tema della sicurezza non può essere considerato secondario.
Anzi.
Diventerà probabilmente uno dei principali criteri di scelta nella selezione delle piattaforme AI.
Anche sotto questo profilo Emma potrebbe rappresentare una proposta interessante per il mercato italiano.
Il progetto nasce infatti con l’obiettivo di valorizzare elementi come la personalizzazione, la sicurezza del dato, la conoscenza del contesto locale e l’efficienza operativa, aspetti che assumono un ruolo sempre più rilevante soprattutto per le imprese europee.
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Emma arriva in un momento particolarmente significativo per il settore dell’intelligenza artificiale.
Il mercato evolve con una rapidità senza precedenti.
Ogni settimana vengono annunciati nuovi modelli, nuove funzionalità e nuovi investimenti miliardari.
In questo scenario potrebbe sembrare difficile ritagliarsi uno spazio.
Eppure la storia dell’innovazione dimostra che non sempre il successo appartiene esclusivamente a chi dispone delle maggiori risorse economiche.
Molto spesso vincono le aziende capaci di comprendere meglio il proprio mercato di riferimento.
Quelle che conoscono i bisogni dei clienti.
Quelle che costruiscono soluzioni realmente utilizzabili.
È probabilmente questa la direzione scelta da Egomnia.
Non rincorrere una competizione globale impossibile da sostenere sul piano delle dimensioni, ma sviluppare strumenti capaci di creare valore all’interno di un contesto ben definito.
Una strategia che potrebbe rivelarsi vincente soprattutto per un Paese come l’Italia, caratterizzato da un tessuto produttivo estremamente diversificato e composto prevalentemente da piccole e medie imprese.
Negli ultimi due anni l’Unione Europea ha compreso che l’intelligenza artificiale non rappresenta soltanto una nuova tecnologia, ma una leva strategica destinata a influenzare la competitività economica del continente nei prossimi decenni.
Le iniziative avviate a Bruxelles, dall’AI Act ai programmi di finanziamento per la ricerca, hanno un obiettivo preciso: creare un ecosistema europeo capace di sviluppare competenze, infrastrutture e modelli proprietari, riducendo la dipendenza tecnologica dai grandi operatori internazionali.
In questo scenario, il contributo delle singole imprese assume un valore ancora più significativo.
La partita, infatti, non si giocherà soltanto tra i grandi colossi tecnologici, ma anche tra quelle realtà capaci di sviluppare soluzioni altamente specializzate, costruite sulle esigenze di mercati specifici.
È proprio qui che un progetto come Emma potrebbe trovare il proprio spazio.
L’Italia dispone di un patrimonio fatto di università, centri di ricerca, imprese innovative e competenze che, se adeguatamente valorizzate, possono contribuire alla crescita di un ecosistema nazionale dell’intelligenza artificiale.
Naturalmente nessuno immagina che una singola azienda possa competere, in termini di investimenti, con i giganti internazionali.
Ma la competitività non dipende esclusivamente dalle dimensioni.
Dipende dalla capacità di risolvere problemi concreti.
Di comprendere il mercato.
Di offrire strumenti realmente utili.
Ed è su questi elementi che molte startup europee stanno costruendo la propria strategia.
Quando si parla di modelli linguistici, la lingua non rappresenta soltanto uno strumento di comunicazione.
È il veicolo attraverso cui vengono trasmessi cultura, diritto, economia, tradizioni e modalità di ragionamento.
L’italiano, in particolare, possiede caratteristiche estremamente complesse.
Basti pensare alla terminologia giuridica, ai linguaggi specialistici utilizzati nei diversi settori professionali, ai riferimenti culturali che caratterizzano la comunicazione quotidiana e alle numerose sfumature semantiche che distinguono il nostro lessico.
Realizzare un modello progettato specificamente per comprendere questo patrimonio significa investire non soltanto nella tecnologia, ma anche nella valorizzazione della nostra identità linguistica.
È un aspetto che spesso passa in secondo piano quando si parla di intelligenza artificiale, ma che potrebbe diventare sempre più rilevante con la diffusione di strumenti destinati a essere utilizzati quotidianamente da imprese, professionisti e pubbliche amministrazioni.
Dietro ogni progetto tecnologico esiste spesso una storia personale.
Anche in questo caso il nome scelto non è casuale.
Emma è il nome della figlia di Matteo Achilli.
Una scelta che trasmette l’idea di un progetto pensato guardando al futuro e alle nuove generazioni, piuttosto che esclusivamente alle esigenze del presente.
È un dettaglio che racconta anche la volontà di costruire qualcosa destinato a durare nel tempo.
Non soltanto un prodotto.
Ma una visione.
Quando, quasi dieci anni fa, STARTHINKMAGAZINE dedicò un articolo a Egomnia, il panorama dell’innovazione italiana era profondamente diverso.
Le startup stavano iniziando a ritagliarsi uno spazio sempre più importante all’interno dell’economia nazionale.
L’intelligenza artificiale generativa era ancora lontana dall’entrare nella quotidianità delle persone.
Oggi il contesto è cambiato radicalmente.
L’AI è diventata uno strumento di lavoro.
Le imprese stanno ripensando processi produttivi, organizzazione interna e modelli di business.
Professionisti, ricercatori e studenti utilizzano quotidianamente sistemi basati su modelli linguistici avanzati.
In questo scenario, vedere una realtà italiana che decide di investire nello sviluppo di una propria famiglia di LLM rappresenta una notizia che merita attenzione.
Non tanto perché prometta di rivoluzionare il mercato nel breve periodo, quanto perché testimonia la volontà di contribuire alla costruzione di competenze tecnologiche nazionali.
Uno degli aspetti più interessanti della storia di Egomnia riguarda la continuità.
Molte startup nascono con un’intuizione brillante, ma faticano ad adattarsi quando il mercato cambia.
Altre riescono a reinventarsi, investendo in nuovi settori e trasformando l’esperienza maturata in nuove opportunità.
Il percorso di Egomnia sembra appartenere a questa seconda categoria.
Dal recruiting all’ICT.
Dalla consulenza allo sviluppo software.
Fino all’intelligenza artificiale.
Una crescita che dimostra come l’innovazione non sia un punto di arrivo, ma un processo continuo fatto di ricerca, investimenti e capacità di leggere in anticipo le trasformazioni del mercato.
Emma rappresenta oggi una nuova tappa di questo percorso.
Sarà il tempo a stabilire quale impatto avrà sul mercato.
Ma il valore del progetto risiede già nella scelta di investire in un settore strategico come quello dell’intelligenza artificiale, contribuendo ad arricchire il panorama dell’innovazione italiana.
Nei prossimi anni assisteremo con ogni probabilità a una diffusione sempre più ampia dell’intelligenza artificiale all’interno delle imprese, della Pubblica Amministrazione e dei servizi rivolti ai cittadini.
Non sarà sufficiente utilizzare modelli sempre più potenti.
Sarà necessario sviluppare soluzioni affidabili, sicure, personalizzabili e in grado di adattarsi alle esigenze dei diversi contesti operativi.
È proprio su questo terreno che progetti come Emma potrebbero ritagliarsi un ruolo interessante.
La possibilità di sviluppare modelli costruiti attorno alla lingua italiana, alle normative nazionali e alle necessità del nostro sistema produttivo rappresenta infatti un approccio complementare rispetto ai grandi modelli generalisti oggi disponibili sul mercato.
La vera sfida inizia adesso.
Perché ogni progetto di innovazione viene giudicato non dalle intenzioni, ma dalla sua capacità di generare valore concreto per imprese, professionisti e cittadini.
Negli ultimi anni l’intelligenza artificiale è passata dall’essere una tecnologia destinata a pochi specialisti a uno strumento capace di incidere sul lavoro quotidiano di milioni di persone.
In questo scenario, l’Italia è chiamata a una sfida importante: non limitarsi a utilizzare le innovazioni sviluppate altrove, ma contribuire attivamente alla costruzione di competenze, infrastrutture e soluzioni tecnologiche proprie.
Emma si inserisce in questo percorso.
Il progetto presentato da Egomnia rappresenta un esempio di come anche una realtà nata nel nostro Paese possa scegliere di investire in uno dei settori più strategici del prossimo decennio, puntando su una visione che mette al centro la lingua italiana, la specializzazione e il valore del contesto locale.
Per STARTHINKMAGAZINE è anche l’occasione per ritrovare una storia che avevamo iniziato a raccontare quasi dieci anni fa.
Seguire una startup non significa limitarsi a raccontarne il momento della nascita.
Significa osservare come evolve, come affronta le trasformazioni del mercato e come sceglie di affrontare nuove sfide.
Il percorso di Egomnia dimostra proprio questo.
L’innovazione non è mai un traguardo definitivo.
È un processo continuo fatto di idee, competenze, investimenti e capacità di guardare avanti.
Emma rappresenta oggi una nuova tappa di questo percorso.
E, come sempre accade nel mondo dell’innovazione, sarà il tempo a raccontarne i risultati.
Nel 2017 avevamo raccontato una startup che muoveva i primi passi nel mondo dell’innovazione digitale.
Nel 2026 torniamo a raccontare la stessa realtà mentre affronta una delle sfide tecnologiche più importanti del nostro tempo.
Perché seguire l’innovazione significa anche osservare come le idee crescono, cambiano e continuano a guardare al futuro.
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Luca Balducci
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