REGGIO CALABRIA Oltre trecento anni di carcere totali, con richieste di condanna che arrivano fino a un massimo di venti anni di reclusione per i ruoli di primo piano. È questa la pesante richiesta avanzata dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria nel processo con rito abbreviato nato dall’operazione “Millennium”. Le risultanze investigative dell’inchiesta hanno delineato una ‘ndrangheta capace di superare i confini regionali e di strutturarsi su scala nazionale e internazionale, esportando i propri modelli organizzativi identici a Volpiano e Buccinasco, nel Torinese e nel Milanese, e trasformando così il nord Italia in una propaggine diretta dei mandamenti jonico e tirrenico.
Per quanto riguarda il rito ordinario invece, il gup ha disposto il rinvio a giudizio per sedici imputati, per i quali la prima udienza è stata fissata per il 10 settembre davanti al Tribunale collegiale di Locri.
L’inchiesta
L’accusa ha offerto uno spaccato preciso sulle dinamiche di coordinamento tra i tre mandamenti storici – Centro, Ionico e Tirrenico – evidenziando la stabilità dei “locali” di Sinopoli, Platì, Locri, Melicucco e Natile di Careri. Nonostante l’esistenza di tensioni interne e “fibrillazioni” tra le potenti consorterie dei Barbaro “Castani” di Platì e gli Alvaro di Sinopoli, l’organizzazione ha dimostrato una spiccata operatività transnazionale, concepita per la gestione sistematica del narcotraffico attraverso soggetti definiti “cerniera”, incaricati di garantire la fluidità delle operazioni tra la Calabria, il Piemonte e la Lombardia. I capi d’imputazione riflettono la pervasività di queste attività, che spaziano dall’associazione mafiosa al traffico internazionale di droga, dalle estorsioni al sequestro di persona a scopo estorsivo, fino al reato di scambio elettorale politico-mafioso.
Le richieste di pena formulate dai pubblici ministeri si muovono all’interno di un range molto ampio, che parte da un minimo di 2 anni di reclusione. La pena più alta, pari appunto a venti anni di carcere, è stata chiesta per Giuseppe Barbaro, classe ’56, indicato dall’inchiesta come promotore e organizzatore con funzioni direttive sia nell’assetto unitario della ‘ndrangheta che nell’articolazione territoriale di Platì. La stessa condanna massima a venti anni è stata invocata per Rocco Rugnetta, Francesco Sciarrone e Rocco Bruno Varacalli, detto “u longu”.
Il narcotraffico dal Sudamerica
Tra le accuse ci sono quelle di far parte di un’organizzazione dedita all’importazione, trasporto, coltivazione, detenzione, acquisto e successiva cessione di cocaina, hashish e marijuana, «importando dall’estero ingenti partite di sostanza stupefacente del tipo cocaina attraverso l’occultamento nei container imbarcati sulle navi provenienti dal Sudamerica (in particolare Colombia, Brasile, Panama) e curandone l’esfiltrazione dal porto di Gioia Tauro avvalendosi di squadre di operatori portuali non identificati, individuando anche nel territorio calabrese e nel resto d’Italia fonti di approvvigionamento di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti del tipo cocaina, hashish e marijuana, producendo, mediante coltivazioni di canapa indiana, sostanza stupefacente del tipo marijuana, occultando lo stupefacente acquistato o prodotto per la successiva rivendita, ricercando in Calabria e in altre regioni italiane soggetti interessati all’acquisto della sostanza stupefacente, incontrandoli a Sinopoli e nei paesi limitrofi, a Rosarno, a Reggio Calabria, ovvero raggiungendo i predetti nei luoghi di residenza (Campania) al fine di concordare modalità e termini economici delle cessioni di stupefacente, cedendo dietro corrispettivo di denaro notevoli quantitativi di sostanze stupefacenti del tipo hashish e marijuana e cocaina trasportando lo stupefacente in tutto il territorio nazionale al fine di cederlo agli acquirenti».
Lo scambio elettorale politico-mafioso
Secondo l’impianto accusatorio, inoltre, l’organizzazione avrebbe stretto solidi «patti di scambio elettorale politico-mafioso» con i rappresentanti delle più influenti articolazioni della ’ndrangheta reggina: dai Labate ai Piromalli, passando per i Serraino, i Nirta-Strangio, fino ai Morabito e agli Alvaro.
L’obiettivo era la «stipula di ulteriori accordi integranti corruzioni elettorali con i candidati da loro sostenuti». Gli indagati, secondo l’accusa, «ponevano in essere plurimi reati contro la pubblica amministrazione, la fede pubblica e l’amministrazione della giustizia». L’obiettivo era duplice: «soddisfare le esigenze dei potenziali elettori» e gratificare «chi assumeva l’impegno di procurare pacchetti di voti». L’aggravante contestata è quella di aver agito per «agevolare le attività dell’associazione mafiosa unitaria denominata ’ndrangheta», consentendo «di ottenere, per i propri affiliati e per i soggetti dagli stessi segnalati, indebite agevolazioni nella risoluzione di pratiche amministrative, corsie preferenziali nell’accesso ai servizi della pubblica amministrazione, segnalazioni presso operatori pubblici e privati del settore sanitario e previdenziale, raccomandazioni ai fini del superamento di esami universitari e l’accesso al mondo del lavoro, segnalazioni presso periti nominati dall’autorità giudiziaria; tutti benefici idonei a rafforzare il prestigio e la capacità di infiltrazione sociale delle cosche».
I nomi e le richiesta
ABBATE Giuseppe Francesco: 12 anni di reclusione
ALVARO Cosimo detto “Pelliccia”: 13 anni e 4 mesi di reclusione
ALVARO Domenico detto “u trappitaru”: 12 anni di reclusione
ALVARO Giuseppe: 8 anni, 10 mesi e 20 giorni di reclusione
BARBARO Giuseppe detto “u castanu”: 20 anni di reclusione
CONDELLO Vincenzo detto “cecè”: 3 anni e 8 mesi di reclusione
PILLARI Domenico: 9 anni di reclusione
RUGNETTA Rocco: 20 anni di reclusione
SCIARRONE Francesco: 20 anni di reclusione
VARACALLI Rocco Bruno detto “u longu”: 20 anni di reclusione
ALVARO Francesco cl. ’98: 9 anni e 4 mesi di reclusione
ALVARO Francesco Paolo: 4 anni di reclusione
CACCIOLA Giuseppe: 2 anni di reclusione
CARBONE Rocco: 2 anni di reclusione
FEDERICO Antonino: 8 anni, 10 mesi e 20 giorni
IANNACI Domenico: anni
LAGANA Giuseppe: 2 anni e 10 mesi
MORFEA Elio Arcangelo: 17 anni e 4 mesi di reclusione
MUIÀ Vincenzo: 5 anni di reclusione
VIOLI Giuseppe: 9 anni e 4 mesi di reclusione
ROMEO Pasquale: 9 anni e 4 mesi
RUGNETTA Vincenzo: 2 anni di reclusione
GIGLIO Vincenzo: 12 anni di reclusione
TRIPODI Pasquale: 12 anni di reclusione
ERRANTE Giuseppe: 9 anni di reclusione
ALTOMONTE Sebastiano: 12 anni di reclusione
LATELLA Davide: 8 anni di reclusione
QUATTRONE Demetrio: 4 anni di reclusione
NERI Domenico: 4 anni di reclusione
REMO Pasquale: 7 anni e 4 mesi di reclusione
FOTI Domenico: 10 anni di reclusione
BARRECA Giuseppe: 11 anni e 40 giorni di reclusione
BELLINI Marcello: 7 anni e 4 mesi di reclusione
FOTI Andrea: 10 anni di reclusione
FALLANCA Antonio: 9 anni e 4 mesi di reclusione
FOTIA Gregorio: 9 anni e 4 mesi di reclusione
TRAPANI Giuseppe: 4 anni di reclusione
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Redazione Corriere
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