Sabato 27 giugno 2026
Mail delle 14:46: «Ho finito ora l’interminabile articolo di D’Orrico di una noia e prosopopea mortali. Basta raccontarci di protagonisti egotisti che non si danno pace. Basta con questa storia dello Strega, piena di meschinità. Ne traggo due conclusioni: non acquisterò NESSUNO dei libri in gara e troverò più divertente leggere Dagospia al posto di
Distinti saluti Maria Giordani D’Orrico».
Mail delle 14:49 «Errata corrige: nell’ultima riga il D’Orrico dopo la mia firma va riportato alla riga precedente. Maria Giordani».
Ohi, per un momento ho temuto che si trattasse di una parente serpente, invece è soltanto un pesce, come dicevano i correttori di bozze. Per il resto, il Principe Antonio De Curtis avrebbe risposto: «Mi fate conoscere per favore questa Prosopoppea? Il nome mi fa ben sperare».
P.S. Grazie Maria, perché ormai, dato che tutti parlano bene di me, pensavo che ero morto.
Domenica
Scrive Jelena Saban: «Ho letto con particolare piacere la sua rubrica del 12 giugno. Più ancora del tema, mi ha incantata lo “scambio” che ha avuto con il suo lettore. Mi è sembrato di assistere, per qualche minuto, a qualcosa che oggi capita di rado: l’incontro fra due menti che si riconoscono e si parlano senza rumore, senza fretta, con la naturale eleganza del pensiero.
Mentre leggevo, ho immaginato quella corrispondenza prendere corpo. Non più una pagina di giornale, ma un tavolino appartato in quel vecchio bar milanese che menziona il suo lettore, uno di quelli dove il tempo sembra avere ancora il buon gusto di rallentare e dove un Negroni Sbagliato accompagna conversazioni che non hanno fretta di finire.
Il suo lettore – mi permetta la licenza – scrive con stile e classe. Nel vostro dialogo, ho ritrovato la capacità, ormai rara, di dare dignità alla conversazione e di ricordarci che lo scambio di idee può essere ancora un’avventura.
Lei, dall’altra parte del tavolino, con la sua cultura mai esibita ma sempre riconoscibile, con quel modo tutto suo di attraversare letteratura, teatro, cinema e vita quotidiana senza perdere leggerezza. Le sue pagine hanno spesso il pregio di spezzare il piattume del presente e di restituire al lettore il piacere della curiosità.
Confesso che, finita la rubrica, avrei voluto continuare ad ascoltarvi. Ho pensato che sarebbe bello se quella corrispondenza non rimanesse un episodio isolato. C’è un potenziale straordinario negli scambi fra menti capaci di nutrirsi reciprocamente: non soltanto per chi scrive, ma anche per chi legge, che finisce per sedersi idealmente a quel tavolino e partecipare in silenzio alla conversazione.
Nonostante il seguito, un po’ amaro, del 27/06 dove si accenna alle “serrande” mezze chiuse, vorrei, se posso, salutare Omero e dirgli che la cosa più difficile è stata fatta. Siamo 8 miliardi di persone, un incontro così vale la pena tirare un po’ più su la serranda. Forse il vero lusso, oggi, non è avere opinioni, ma concedersi il tempo di dialogare. E la sua rubrica, quando accade questo, diventa qualcosa di più di una pagina di giornale: diventa un luogo. La ringrazio per avermelo ricordato».
Cara Jelena, faccio aggiungere una terza sedia al tavolino del Bar Basso. Quando vuole… E chiederemo a Omero (Umberto Ceriani) di raccontarci la sua vita.
Lunedì
Scrive Silvano Calzini: «Il puntatone di Spaghetti&Moretti, letto tutto di un fiato con qualche cubetto di ghiaccio e una scorzetta di limone, mette le vertigini e come le bollicine delle bevande frizzanti stimola il nervo trigemino. Chiarisce, poi, una volta per tutte fatti finora rimasti nel vago come la non scazzottata con l’isterico Mari o la malcelata simpatia per l’antipatica occhialuta Ciabatti. E alla fine conferma la mia vecchia convinzione che frequentare scrittori e scrittrici nuoce gravemente alla salute. Da sempre io frequento solo scrittori e scrittrici ormai morti da tempo e continuo a trovarmi benissimo. Ciao Mister».
Silvano, se non l’hai già fatto, leggi Il Palio delle contrade morte di Fruttero&Lucentini; morti da tempo, anche se io non mi rassegno e li vorrei vivi per sempre (come i loro romanzi).
Martedì
Franco Bergamasco: «Che *kz significa “tambasiavo”? Ok, non è importante».
No che è importante. Tambasiare è verbo siciliano amatissimo da Andrea Camilleri. È come quelle parole tedesche o giapponesi che contengono moltitudini. Don Andrea me lo spiegò così in un’intervista. Io: «Rileggendo i primi Montalbano, mi sono ricordato che “tambasiare” è una delle più belle attività del mondo». Lui: «Condivido pienamente. Perché “tambasiare” è quando ti sei appena alzato dal letto e giri per casa…». Io: «…in una specie di dormiveglia della vita». Lui: «Esattamente, e il massimo dell’attività fisica e mentale che puoi chiedere a te stesso in quel momento è quella di raddrizzare un quadro che è un po’ storto».
Tambasiatore sommo era Federico Fellini. Raccontava: «Mi alzo alle sei, giro per casa, apro finestre, frugo nelle scatole, sposto dei libri da qui a là».
Io ho il sospetto di tambasiare non soltanto al risveglio ma anche nel resto della giornata. Forse pure questa rubrica è una tambasiata (anche se era nata per essere una tammurriata).
Mercoledì
Pio Ciampa: «La grazia di Sorrentino ai David di Donatello completamente snobbata, ai Nastri d’argento un trionfo! Tu non ne hai parlato».
Io: No, Pio, ricordi male, ne ho parlato (e bene).
Pio: «Le tue rubriche narrano della tua vita da invidiabile pensionato, e di magnifici aneddoti di vita vissuta, la tua. Ma di film, di libri ormai giustamente non parli più! Tu scrivi del magone, ma non è un magone, è una fase di profonda depressione. Spero di specchiarmi anche io in due magnifici occhi blu… ciao».
Io: per amor di precisione, non erano due occhi blu, erano due occhi blu blu.
Pio: «Corsi ad acquistare La più amata di Teresa Ciabatti su tuo consiglio. Non mi piacque, nemmeno come giornalista mi garba».
Io: allora ti devo una cena. Da Ciccio Sultano a Ragusa ti andrebbe bene?
P.S. Però non darmi del pensionato. Se no la depressione mi viene davvero.
Giovedì
Gennaro Esposito: «Maestro, che bel pezzo su Domani di sabato scorso! Ma non è una novità, lei scrive sempre pezzi bellissimi. Il magone è il brutto e il bello della vita. Se posso permettermi, ascoltare musica e parole può aiutare ad apprezzare entrambi gli aspetti del magone. Ascolti il duetto di Annio e Servilia nella Clemenza di Tito di Mozart. Un pezzo facile, con delle parole disarmanti nella loro semplicità, che finisce con: “Ah si tolga dalla vita tutto quel che non è amor”. Un caro saluto».
Gentile Gennaro, la sua preziosa citazione (e quanto vera) arriva mentre leggo Memorie di una traduttrice di Adriana Motti (Einaudi), autrice del più bel Giovane Holden in italiano (più che una traduzione una cover, come quelle che l’Equipe 84 e I Camaleonti facevano di Barry McGuire e Procol Harum).
Scrive Adriana Motti: «fu allora che di improvviso mi balenò la semplice spiegazione dell’abissale differenza tra la lingua inglese e la lingua italiana! Usando il linguaggio musicale, la lingua inglese è tutta “in levare”, mentre la lingua italiana è tutta “in battere” – ossia, la frase-tipo italiana è ritmata come, poniamo, la Marcia funebre di Chopin: mentre la frase-tipo inglese somiglia parecchio al tempo della Sonata III di Beethoven».
Passo la serata ad ascoltare marcia e sonata in loop. Aveva ragione la grande Adriana. Il suo orecchio letterario era assoluto.
Venerdì
Affronto il “3485° Enigma poliziesco illustrato” della Settimana enigmistica. Hanno rubato una spilla da cravatta. Il detective Mac indaga. Attenzione spoiler! Il colpevole è un pittore. Risolto il caso, mi ricordo che un giorno a Napoli, in via dei Tribunali, Agostino ‘O Pazzo mi raccontò della volta che conobbe Banksy (ma lui diceva Banschi), che allora ancora non era Banksy e dipingeva Madonne nei vicoli. Ad ascoltare Agostino c’erano pure due femminielli…
Non lasciarti prendere dallo sconforto, Pio, vedi quanti romanzi ci sarebbero ancora da scrivere? E quadri da scoprire, magari una bellissima Madonna con Bambino che Banksy dipinse di nascosto da qualche parte.
Per scrivere ad Antonio D’Orrico: lettori@editorialedomani.it
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