A venticinque anni dalle giornate del G8 di Genova, la memoria torna a farsi presente. Non come un esercizio nostalgico, ma come una domanda rivolta al nostro tempo. Dal 4 al 21 luglio il capoluogo ligure ospita “Genova 2001-2026. Riprendiamoci il futuro”, una lunga serie di iniziative culturali, dibattiti, spettacoli, mostre e manifestazioni che intendono ricucire il filo tra le mobilitazioni del 2001 e le grandi sfide del XXI secolo.
Il calendario è ricco: otto mostre, otto spettacoli teatrali, diciassette presentazioni di libri, dodici forum e incontri pubblici, tre manifestazioni di piazza. Gli appuntamenti si snoderanno nei luoghi simbolo di quei giorni – da Palazzo Ducale alla scuola Diaz-Pertini, fino a Piazza Alimonda – trasformando Genova in uno spazio di riflessione collettiva su diritti, pace, democrazia e giustizia sociale.
Una storia fatta di volti
Ma questo anniversario parla soprattutto di persone. Di uomini e donne che, nell’estate del 2001, scelsero di esporsi in prima persona per affermare che un’altra globalizzazione era possibile, fondata sulla solidarietà anziché sulla competizione, sulla cooperazione invece che sul dominio economico e militare.
Tra quei volti c’è quello di Vittorio Agnoletto, medico e portavoce del Genoa Social Forum, che rappresentò una delle figure più autorevoli e riconoscibili di quella mobilitazione. Il suo impegno non nasceva da un’ideologia astratta, ma dalla professione medica, dall’attenzione verso gli ultimi e dalla convinzione che salute, diritti sociali e pace siano dimensioni inseparabili della dignità umana. In questi venticinque anni Agnoletto non ha mai smesso di testimoniare ciò che accadde a Genova, chiedendo verità, giustizia e garanzie affinché simili violazioni non possano più ripetersi.
La globalizzazione della povertà
A Genova bisognava andare, il grande inganno della globalizzazione neoliberista ormai era stato svelato e doveva essere trasmesso in mondovisione. Per questo motivo oltre 300mila persone si sono riversate nelle strade di Genova nel luglio del 2001, per dire no alla globalizzazione della povertà (come la chiama da sempre Michelle Chossudowsky), per dire NO al potere di pochi sulla vita di molti, per dire di NO al grande inganno dei trattati di libero scambio, per urlare e difendere la dignità dei lavoratori di tutto il mondo, per spiegare al mondo che molti, troppi paesi stavano rimanendo indietro, troppo indietro, per condividere con tutto il mondo che l’affermazione del business a scapito della tutela dell’ambiente avrebbe portato a catastrofi naturali, al surriscaldamento del pianeta e alla nascita – prima o poi – di masse di migranti “climatici”. Volevamo dire alla gente che in un mondo dove il 20% della popolazione vive con l’80% delle risorse disponibili e che il rimanente 80% della popolazione è costretto a dividersi il 20% delle risorse rimanenti avrebbe portato alla genesi di flussi di migranti incontrollabili. “C’è da augurarsi che un giorno vengano a prendersi la ricchezza che gli stiamo togliendo in modo pacifico e non bellicoso” dicevamo.
Il FSM di Porto Alegre
Mentre il movimento dei movimenti affilava le lame della dialettica e della controproposta i potenti della terra stavano lavorando sulle 2 suddette variabili (la grande eco e l’azione pacifica del movimento). Erano entrambe variabili da mettere in discussione, da ribaltare e trasformare. A chi manovrava i fili dell’economia mondiale non interessava più lo scontro dialettico, sapevano di aver già perso su quel fronte, la decisione fu quindi quella di spostare lo scontro proprio sul ribaltamento della natura pacifica del movimento e sulla distruzione mediatica dello stesso.
Andare a Genova per contestare il vertice dei potenti, per migliaia di ragazzi non fu casuale. Fu un passaggio nel processo del risveglio dei tanti soggetti che chiamammo a suo tempo movimenti antisistemici, novecenteschi e non (il movimento operaio, socialista e comunista rimonta almeno al secolo XIX). Negli anni Novanta a misura della sfida totalizzante del capitalismo nell’era del neoliberismo e della cosiddetta “globalizzazione”, soggetti e correnti del movimento del lavoro, operaio e contadino, di pezzi del movimento sindacale, del movimento ambientalista, del movimento pacifista, del movimento femminista, del movimento dei popoli indigeni, del movimento dei diritti civili, del movimento del solidarismo, cattolico, protestante e laico ecc. cominciarono a dialogare, a porsi in una relazione efficace, se non di collaborazione. Tutto ciò sfocerà nella protesta al vertice del Wto a Seattle di fine 1999 e poi nella costruzione delle alternative al sistema con il Forum Sociale Mondiale, a cominciare dal Fsm di Porto Alegre di gennaio 2001.
Genova non avrebbe avuta quella straordinaria mobilitazione e quella straordinaria partecipazione di movimenti, associazioni, partiti, semplici persone e famiglie, dai gruppi di religiosi e di religiose ai gruppi radicalizzati dei centri sociali, se prima non si fosse svolto il Fsm di Porto Alegre. Sulla spinta di quel straordinario, impressionante evento, nei mesi dal gennaio 2001 fino al luglio 2001, si tennero numerose assemblee di analisi del Fsm, da una parte, e di preparazione quindi a Genova G8, dall’altra. Assemblee partecipate, di grande dibattito, non celebrative e di contenuti notevoli.
La feroce repressione dello Stato, ispirata dai neofascisti
Le giornate del G8 di Genova del luglio 2001 rappresentano però ancora oggi una delle pagine più dolorose della storia repubblicana italiana. Questo perchè a fronte di centinaia di migliaia di persone giunte da tutta Europa per manifestare pacificamente contro le politiche della globalizzazione neoliberista, lo Stato rispose con una gestione dell’ordine pubblico che ha lasciato una ferita profonda nella coscienza democratica del Paese. Accanto alle violenze compiute da gruppi organizzati di devastatori (i blak blok), migliaia di manifestanti, giornalisti, osservatori legali e semplici cittadini subirono cariche indiscriminate, pestaggi, arresti e abusi che nulla avevano a che vedere con il ripristino della legalità.
Il punto di non ritorno fu raggiunto la notte del 21 luglio con l’irruzione delle forze di polizia nella scuola Diaz-Pertini, utilizzata come dormitorio e centro stampa del Genoa Social Forum. Quella che sarebbe dovuta essere un’operazione di polizia si trasformò in un violentissimo pestaggio collettivo. Decine di persone, molte delle quali stavano dormendo, vennero colpite con estrema brutalità. Il sangue sui pavimenti, i crani fratturati, le ossa rotte e le immagini dei corpi portati via in barella fecero il giro del mondo, diventando il simbolo di una democrazia che, in quelle ore, sembrò rinnegare se stessa.
Ancora più inquietante fu quanto accadde nella caserma di Bolzaneto, trasformata in centro di detenzione provvisorio. Numerosi fermati raccontarono di essere stati sottoposti a insulti, minacce, umiliazioni, percosse e trattamenti degradanti, in aperta violazione della dignità umana. Anni dopo, anche la magistratura italiana e la Corte europea dei diritti dell’uomo avrebbero riconosciuto la gravità di quei fatti, definendoli incompatibili con i principi fondamentali dello Stato di diritto e sottolineando come l’ordinamento italiano fosse allora privo di un adeguato reato di tortura.
Su quelle giornate pesa inoltre l’uccisione del ventitreenne Carlo Giuliani, colpito a morte in Piazza Alimonda durante gli scontri del 20 luglio. La sua morte divenne il simbolo della frattura che si consumò tra istituzioni e una parte della società civile, alimentando una riflessione ancora aperta sul rapporto tra ordine pubblico, uso della forza e tutela dei diritti costituzionali.
La presenza di Gianfranco Fini in Questura
Tra gli episodi che continuarono ad alimentare il dibattito politico negli anni successivi vi fu anche la presenza dell’allora vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini nella questura di Genova durante le ore più concitate del G8. La sua permanenza all’interno del centro di coordinamento delle forze dell’ordine, nella notte dell’irruzione alla scuola Diaz, suscitò forti polemiche e interrogativi sull’opportunità istituzionale della presenza di un esponente politico in un luogo destinato alla gestione operativa dell’ordine pubblico. Fini ha sempre sostenuto di essersi recato in questura esclusivamente per seguire l’evolversi della situazione e di non aver impartito alcuna direttiva alle forze di polizia.
La circostanza è stata oggetto di approfondimenti parlamentari, giornalistici e giudiziari, senza che emergessero elementi tali da attribuire a Fini responsabilità operative nelle decisioni che portarono al blitz della Diaz o agli altri interventi delle forze dell’ordine. Sul piano politico e simbolico, tuttavia, quella presenza è rimasta una delle immagini più discusse del G8 di Genova, evocata da molti come emblema della stretta connessione tra gestione dell’ordine pubblico e clima politico di quei giorni. Ancora oggi continua a essere richiamata nel dibattito pubblico ogni volta che si riflette sulle responsabilità istituzionali e sulle gravissime violazioni dei diritti umani che segnarono il luglio 2001.
A distanza di venticinque anni, Genova continua a interrogare le coscienze. Non solo per la memoria delle vittime e delle violenze subite, ma perché quelle giornate hanno mostrato quanto sia fragile una democrazia quando il dissenso viene percepito come una minaccia anziché come un diritto da garantire. Ricordare Genova significa difendere il principio secondo cui nessuna ragione di sicurezza può giustificare la sospensione dei diritti fondamentali e che lo Stato democratico misura la propria forza non nella repressione, ma nella capacità di tutelare le libertà costituzionali anche nei momenti di maggiore tensione. Le sentenze dui crimini compiuti dalle Forze dell’Ordine poi hanno definito la Diaz una “macelleria messicana”.
Per molti giovani il G8 appartiene ormai ai libri di storia. Eppure le domande che animavano quel movimento sembrano oggi persino più urgenti. Le crescenti disuguaglianze econ ggie, la concentrazione del potere nelle mani di grandi gruppi finanziari e tecnologici, le guerre che continuano a devastare intere popolazioni, la crisi climatica, il riarmo globale, la precarizzazione del lavoro, la difesa degli spazi democratici e del diritto al dissenso costituiscono il cuore delle tensioni contemporanee.
Noi e il G8 di Genova
Gli organizzatori dell’anniversario sottolineano come le battaglie del 2001 trovino oggi continuità nelle mobilitazioni per la Palestina, nella lotta per la giustizia climatica, nelle campagne contro la corsa agli armamenti, nella difesa della sanità pubblica, del welfare e dei diritti sociali. Non si tratta di ripetere il passato, ma di raccoglierne il testimone.
Tra gli appuntamenti principali figurano il Forum tematico del 16 e 17 luglio, l’Assemblea nazionale “No Kings” del 18 luglio a Palazzo Ducale, il corteo nazionale del 19 luglio promosso da Genova Antifascista, la commemorazione “Per non dimentiCarlo” del 20 luglio in Piazza Alimonda e, il 21 luglio, la tradizionale fiaccolata fino alla scuola Diaz, luogo divenuto simbolo delle violenze che segnarono quelle giornate.
Il programma lancia anche un appello alle istituzioni. A venticinque anni di distanza, chiedono gli organizzatori, è tempo di un pieno riconoscimento pubblico delle gravissime violazioni dei diritti fondamentali avvenute durante il G8, affinché la gestione dell’ordine pubblico non possa mai più trasformarsi nella compressione delle libertà costituzionali. Il diritto a manifestare, protestare e dissentire, ricordano, costituisce uno dei pilastri di una democrazia autentica e non può essere considerato una minaccia.
Le ferite di Genova non appartengono soltanto a chi era in piazza. Riguardano l’intero Paese, perché interrogano il rapporto tra Stato e cittadini, tra sicurezza e libertà, tra forza e diritto.
Per questo il titolo scelto per l’anniversario – “Riprendiamoci il futuro” – non guarda indietro con nostalgia. È un invito a non disperdere il patrimonio civile costruito da migliaia di attivisti che, con coraggio e spesso pagando un prezzo personale altissimo, decisero di alzare la voce contro un modello di sviluppo che ritenevano ingiusto. Un patrimonio che continua a parlare alle nuove generazioni, ricordando che la partecipazione democratica, il dissenso non violento e l’impegno civile restano strumenti indispensabili per costruire una società più giusta, più libera e più umana.
Laura Tussi e Salvatore Izzo
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