Quando finisce una psicoterapia? I diversi modi di chiudere


La conclusione di una psicoterapia è un momento di grande significato, un passaggio delicato da gestire con attenzione e consapevolezza sia da parte del terapeuta che del paziente: una buona chiusura è essa stessa terapeutica. Tuttavia, non esiste un solo modo in cui la terapia finisce, anzi, potremmo dire che anche la conclusione è diversa e unica per ogni singola relazione terapeutica. Vediamo i possibili modi in cui può terminare una psicoterapia.

Fine concordata

Il termine della terapia viene deciso di comune accordo da terapeuta e paziente. A volte è il terapeuta a proporre la chiusura, a volte è il paziente a farlo per primo, oppure entrambi a un certo punto del percorso condividono la percezione che sia il momento di concludere. In ogni caso, la decisione è presa di comune accordo ed è l’opzione migliore perché rispecchia la collaborazione tra terapeuta e paziente che dovrebbe caratterizzare tutto il percorso.

La psicoterapeuta Lucia Montesi

Come capire quando è il momento di concludere

Idealmente, si decide di concludere perché la terapia è riuscita ed ha raggiunto i suoi obiettivi, che possono essere diversi per ogni singola relazione terapeutica: la scomparsa o l’attenuazione di sintomi, il superamento di una fase critica del ciclo vitale, il raggiungimento di una migliore conoscenza di sé, un maggiore equilibrio personale, una maggiore capacità di relazionarsi.

Il problema per cui il paziente aveva chiesto aiuto all’inizio o nuove tematiche che ha deciso di affrontare durante il percorso, sono stati superati o comunque il paziente ha imparato a gestirli. 

A un certo punto del percorso, terapeuta e paziente convengono che il paziente possa proseguire “con le proprie gambe” perché è ormai in grado di gestire da solo le proprie difficoltà e continuare la terapia non aggiungerebbe altro di significativo, anzi ostacolerebbe la sua autonomia, che è proprio lo scopo di un percorso terapeutico.

La conclusione non avviene all’improvviso, ma viene adeguatamente preparata in modo da consolidare i risultati raggiunti e abituare gradualmente il paziente a procedere da solo, anche attraverso un diradamento delle sedute che serve a preparare il distacco.

Un momento carico di emozioni

Cosa si prova al termine di una psicoterapia ben riuscita? Per il paziente è un momento di soddisfazione, orgoglio, gratitudine e allo stesso tempo timore di non farcela da solo, sensazione di vuoto e smarrimento, dolore per la separazione, senso di colpa di lasciare il terapeuta. Andare avanti da soli significa non avere più lo spazio sicuro della terapia dove sentirsi protetti e sostenuti, un appuntamento fisso da dedicare a sè stessi. Allo stesso tempo, peró, il terapeuta viene interiorizzato: le sue parole diventano un bagaglio interiore, strumenti che accompagnano per sempre e che sono divenuti parte del paziente, che è ormai capace di usarli da solo nei momenti di difficoltà. 

C’è il dolore della fine di una relazione unica e privilegiata che non ha eguali nelle normali relazioni interpersonali per la profondità a cui si spinge, e c’è la paura di non essere più nella mente del terapeuta, di essere dimenticato.

Anche il terapeuta vive emozioni contrastanti: la gioia di un lavoro che ha dato i suoi frutti, la soddisfazione personale, l’orgoglio per il paziente, ma anche la tristezza della separazione. Anche  per il terapeuta la fine della terapia rappresenta una perdita, con tutti i suoi aspetti depressivi. Una tristezza dolce, che testimonia il legame creato, compensata dalla gioia di aver raggiunto il proprio compito: rendersi infine inutile, perché il paziente possa procedere sul suo cammino con le sue forze. Il dolore del distacco è compensato dal vedere il benessere del paziente e da sapere che proseguirà per la sua strada, libero da ciò che lo bloccava. 

Il legame con ogni paziente, anche se non ci si incontrerà mai più, rimane nella mente del terapeuta arricchendo la sua vita. Anche il terapeuta prova gratitudine per il paziente, sia per il fatto stesso di aver consegnato nelle sue mani la propria vulnerabilità, sia per ciò che ha portato nella relazione e che è stato fonte di insegnamento e  crescita per il terapeuta, costringendolo a mettersi in panni scomodi, mettersi in discussione, riflettere, porsi domande nuove.

Quando la terapia non funziona  

In altri casi, si decide di comune accordo di concludere perché la terapia non ha dato i benefici attesi. Questo può accadere per diversi motivi: errori del terapeuta, difficoltà a creare un’alleanza terapeutica, scarsa motivazione del paziente. Per entrambi è una presa d’atto che suscita frustrazione, delusione, senso di fallimento ed impotenza, ma allo stesso tempo è indice di onestà intellettuale e permette al paziente di accedere ad altre opportunità.

Quando il paziente decide di interrompere

A volte è il paziente che decide unilateralmente di interrompere la terapia, motivando la sua decisione oppure sparendo all’improvviso. Può accadere quando sente che la terapia non è d’aiuto, per incomprensioni con il terapeuta, per sopraggiunte difficoltà economiche. Può sentirsi non compreso dal terapeuta o giudicato, può ritenersi vittima di scorrettezze del terapeuta, ma può anche essere un modo per non affrontare tematiche dolorose e scappare dall’incontro con sè stesso. A volte il paziente si aspetta che il terapeuta risolva magicamente i suoi problemi senza doversi impegnare attivamente o si aspetta un cambiamento immediato e resta deluso. Oppure, appena si sente meglio abbandona la terapia pensando di aver risolto il problema, evitando di approfondirlo.

Quando il paziente vuole interrompere, il terapeuta propone il suo punto di vista, propone di affrontare e approfondire le ragioni della scelta, ma in ogni caso rispetta la volontà del paziente perché il percorso si basa su un patto di fiducia e di volontarietà. Il professionista si trova comunque a confrontarsi con un senso di impotenza e di fallimento, mette in discussione il proprio operato, cerca di comprendere le ragioni dell’interruzione e di farne tesoro per il futuro, anche con l’aiuto della supervisione.

Quando è il terapeuta a interrompere la terapia

A parte i casi in cui è costretto da forze maggiori come un trasferimento o una malattia, anche il terapeuta può decidere volontariamente di interrompere una terapia quando ritiene che non sia di aiuto per il paziente o quando l’alleanza terapeutica sia stata compromessa. È un atto di grande onestà e responsabilità in cui il terapeuta protegge il paziente da un percorso che non evolve per motivi che possono essere diversi: scarsa motivazione del paziente o sue resistenze, inefficacia del terapeuta, impasse del terapeuta per sue risonanze personali, emergere durante il percorso di nuovi problemi che esulano dalla sua competenza e richiedono l’invio ad un collega, ripetute violazioni da parte del paziente delle regole concordate. La decisione di interrompere va spiegata al paziente in modo che non si senta rifiutato e abbandonato e non percepisca la conclusione come un fallimento personale ma come possibilità di essere indirizzato verso un nuovo inizio più adatto alle sue esigenze e più produttivo. Per il terapeuta si tratta di una decisione faticosa che richiede di riconoscere la propria impotenza nell’essere di aiuto al paziente e di fare i conti con questo limite.

Dott.ssa Lucia Montesi Psicologa Psicoterapeuta
Consulenza, sostegno e psicoterapia  online tramite videochiamata
Per appuntamento tel. 339.5428950




#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Lucia Montesi

Source link

Di