«Prima la violenza, poi l’indifferenza»: il silenzio sulle donne afghane racconta molto anche di noi


An Afghan girl collects drinking water at a community tanker in Kandahar, Afghanistan, 03 July 2026. EPA/QUDRATULLAH RAZWAN

Un lembo di stoffa fuori posto è bastato a far esplodere Herat, città dell’Afghanistan occidentale: gli agenti del ministero per la Propagazione della Virtù e la Prevenzione del Vizio, nelle ultime settimane, hanno fermato auto e passanti per arrestare decine di donne accusate di indossare l’hijab in modo “improprio”. Donne che, secondo diverse testimonianze raccolte dai media locali, erano in realtà vestite in modo modesto e completamente coperte. Lo scorso 9 giugno, la tensione è degenerata in scontro aperto tra popolazione e forze talebane. Un centinaio di persone si sono radunate nel distretto di Jibrail, uomini e donne insieme – un’unità sociale rara in un contesto in cui ogni forma di aggregazione è vietata – scandendo slogan per istruzione, lavoro e libertà. La risposta armata non si è fatta attendere: le forze talebane hanno caricato la folla con bastoni e fruste prima di aprire il fuoco. Il bilancio, negato dalle autorità ma confermato da fonti mediche, è di almeno due morti, diversi feriti e tredici persone arrestate e picchiate.

Il relatore speciale delle Nazioni Unite Richard Bennett ha parlato di «un uso eccessivo della forza contro manifestanti pacifici»; il portavoce della polizia di Herat, Sayed Masoud Hosseini, ha bollato le notizie sulle vittime come infondate, difendendo l’intervento come necessario a far rispettare un «obbligo divino». Nonostante la gravità dei fatti, quella dell’Afghanistan – come molte altre crisi che attraversano il mondo – resta ai margini dell’informazione: di questa invisibilità, e di come contrastarla, si è parlato lo scorso 17 giugno al Welcome Center Tiburtina, a Roma, punto di approdo per persone migranti in transito e senza dimora. Con l’incontro “Il coraggio di esserci: raccontare, accogliere, resistere”, nell’ambito della Refugee Week coordinata da Second Tree e UNHCR, giornalisti e operatori umanitari hanno provato a rispondere a una domanda che le immagini di Herat rendono ancora più urgente: cosa significa oggi raccontare, accogliere e agire, quando il conflitto stesso lavora per impedirlo?

I talebani eliminano il consenso e legittimano i matrimoni precoci

Afghan children work at a brick kiln in Kandahar, Afghanistan, 24 June 2026. EPA/QUDRATULLAH RAZWAN

Herat non è un episodio isolato, ma l’ultimo tassello di un disegno più ampio. Lo scorso 14 maggio i talebani hanno pubblicato in Gazzetta Ufficiale il Decreto n. 18, il “Codice sulla separazione giudiziale dei coniugi”: un testo che, secondo l’analisi legale diffusa da Amnesty International, conferma la validità dei matrimoni combinati durante l’infanzia e limita drasticamente la possibilità, per donne e ragazze, di contestare o interrompere queste unioni. Di fatto le priva di qualsiasi autonomia, eliminando ogni reale nozione di consenso e affidando ai parenti maschi il controllo delle decisioni matrimoniali.


Come riporta Amnesty, «Secondo quanto riferito dagli organi di stampa sulla base di rapporti delle Nazioni Unite, dal ritorno al potere nell’agosto 2021 i talebani hanno emanato oltre 470 decreti, direttive e ordini, dei quali 79 rivolti specificamente contro donne e ragazze». L’istruzione secondaria e superiore continua ad essere formalmente vietata alle ragazze, con quasi 2,2 milioni di giovani escluse dalla scuola oltre il livello primario. Un hijab giudicato fuori posto, un divieto di scuola: sono la stessa grammatica del controllo, applicata a corpi, contratti e futuro.

Da Kabul a Roma, per impedire la «doppia cancellazione» delle donne

Da Kabul a Roma. La doppia cancellazione delle donne afghane, dai diritti e dall’attenzione internazionale, è stato uno dei temi dell’incontro. Barbara Schiavulli, inviata di guerra e direttrice di Radio Bullets, ha ricordato come le donne afghane, a cinque anni dal ritorno dei talebani al potere, non siano state soltanto private dei diritti fondamentali nel loro Paese, ma progressivamente cancellate anche dall’attenzione internazionale, scomparse dai titoli dei giornali insieme alla loro lotta quotidiana. «Raccontare non significa soltanto descrivere quello che accade – ha sottolineato la giornalista – Significa impedire che persone, tragedie e ingiustizie vengano cancellate due volte: prima dalla violenza e poi dall’indifferenza».

In questo contesto, agire sul territorio e portare alla luce storie e testimonianze, è vitale: è quello che fa Nove Caring Humans, impegnata a mantenere attivi progetti e relazioni con le donne afghane nonostante un sistema che ha eroso quasi ogni loro diritto. È un lavoro fatto di pazienza e negoziazioni continue, in cui ogni attività, ogni incontro, ogni possibilità di formazione va conquistata passo dopo passo, spesso mediando con le stesse autorità talebane pur di continuare a operare sul campo. «Crediamo che il coraggio oggi abbia anche il volto delle donne afghane: una resistenza civile, silenziosa e tenace che continua a difendere diritti, libertà e speranza, nonostante tutto – ha detto ad Alley Oop la presidente Livia Maurizi – Alle donne afghane va tutta la nostra solidarietà. Continueremo a restare al loro fianco, rafforzando ogni giorno il nostro impegno con progetti, strumenti di autonomia e una presenza costante sul campo».

Quando il racconto non basta più

Raccontare per opporsi alla cancellazione: è quanto ha spinto Schiavulli lo scorso ottobre a prendere parte alla Freedom Flotilla, l’iniziativa internazionale per rompere l’assedio di Gaza via mare, vivendo in prima persona gli attacchi in acque internazionali e la detenzione da parte dell’esercito israeliano al momento dell’abbordaggio. Un’esperienza che Schiavulli ha raccontato come la scelta di agire quando l’osservazione da sola non è più sufficiente davanti alla sofferenza. La stessa urgenza che tiene in piedi il lavoro di chi in Afghanistan continua a negoziare spazi di autonomia per le donne pur di non lasciarle sole. E di chi, a Gaza, abbatte il silenzio. AlHassan Al Selmi, giornalista palestinese arrivato di recente in Italia, ha testimoniato una realtà che resta in gran parte invisibile anche quando viene mostrata ogni giorno sugli schermi: «Essere giornalisti non è facile soprattutto nella striscia di Gaza. Noi siamo i veri occhi della guerra, è terribilmente difficile riprendere quello che avviene quando bambini, persone, amici e parenti muoiono continuamente davanti ai tuoi occhi». Ha raccontato, in particolare, un’immagine che continua a perseguitarlo: una madre che stringe il corpo del proprio figlio avvolto in un sacco mortuario, senza sapere che i medici, per restituire un corpo alle famiglie, sono stati costretti a ricomporre resti umani irriconoscibili, assemblando frammenti di vite distrutte. Ha chiuso con parole che hanno sintetizzato il senso più profondo dell’incontro: «La Terra Santa è per tutti, cristiani, ebrei e musulmani. Dovremmo vivere insieme e in pace. Non dovremmo essere controllati dall’occupazione ma dall’amore. E noi giornalisti continueremo a raccontare finché avremo voce».

Anche per questo, in Italia, si è costruita una rete che tenta di non lasciare soli i colleghi che restano sotto le bombe. Clara Habte, di Rete #NoBavaglio, ha raccontato come la mobilitazione della società civile e dei giornalisti italiani a sostegno dei reporter palestinesi si sia trasformata in un lavoro concreto e continuativo, fatto di raccolte fondi, campagne di sensibilizzazione e sostegno diretto alle famiglie di chi continua a documentare la guerra da dentro. «Noi non abbiamo mai smesso di documentare il genocidio nella striscia di Gaza e continueremo a farlo, così come i conflitti e le realtà più remote che cadono nell’invisibilità – ha detto – Siamo invisibili ma siamo tanti, tantissimi colleghi, che magari non vedete ma è anche grazie a noi che arrivano le notizie».


Africa, le guerre che restano fuori dall’inquadratura

L’invisibilità mediatica non è un’eccezione ma una regola che attraversa intere aree del mondo. Elena Pasquini, esperta di Africa per Radio Bullets, ha riportato la fatica crescente di trovare spazio, nell’informazione mainstream, per interi continenti: «Le guerre africane sono guerre dimenticate che raccontiamo poco e che raccontiamo come se non ci riguardassero. La lente è sempre quella delle guerre etniche, tacendo delle responsabilità globali. In Congo, nella regione dell’Ituri, di cui si parla oggi perché epicentro dell’epidemia di ebola, si combatte una guerra che non è guerra di agricoltori e pastori, ma guerra per il suo oro e le sue risorse».

Palestinian woman Najwa Abu Atiwi, 42, poses for a photograph inside the ruins of her partially destroyed home at Nuseirat refugee camp, central Gaza Strip, 02 July 2026. PA/HAITHAM IMAD

È la stessa dinamica denunciata a proposito dell’Afghanistan e di Gaza, applicata a conflitti che l’informazione internazionale fatica persino a nominare come tali. A raccogliere ciò che resta di queste crisi, quando smettono di fare notizia, sono spesso le organizzazioni umanitarie presenti sul campo. Marta Marziali, di Second Tree, ha raccontato il lavoro quotidiano nei campi per migranti, tra relazioni complesse con le autorità locali e il tentativo di offrire sostegno a persone arrivate dopo viaggi segnati da violenze, perdite e traumi profondi. «Nei campi profughi in cui Second Tree opera da 10 anni, valorizziamo il talento dei migranti, costruiamo comunità mettendo la relazione al centro, e lavoriamo per abbattere gli stereotipi – ha sottolineato – Ci battiamo contro la disumanizzazione della gestione delle politiche migratorie e per costruire una società diversa». Un impegno che, come quello di chi racconta da Kabul, da Gaza o dall’Ituri, si misura ogni giorno con la stessa domanda posta al Welcome Center Tiburtina: restare, nonostante tutto, per non lasciare che il silenzio vinca due volte.

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 Nicoletta Labarile

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