7 giorni per 147 chilometri di meraviglie nel cuore del Vibonese


Due mari, sette giorni, quasi 147 chilometri e una Calabria attraversata senza fretta, con il passo di chi sceglie di guardare davvero. Il Cammino del Normanno percorso da Federica Morano, romana classe 1996, e Alberto Giorgianni, originario di Barcellona Pozzo di Gotto e classe 1998, è diventato un diario di viaggio ma anche qualcosa di più: il racconto di una terra che si lascia scoprire a poco a poco, tra scogliere, borghi, boschi, monasteri, sapori antichi e incontri inattesi.

Il loro cammino comincia da Capo Vaticano, davanti alle acque turchesi della Costa degli Dei. Prima ancora dei chilometri, arrivano i riti dell’attesa: il bagno a Santa Maria, la Brasilena, il tartufo di Pizzo, la cena dalla signora Concetta con la ‘nduja e i fleja fatti in casa. È il primo contatto con quella Calabria che, nei giorni successivi, diventerà presenza costante: non solo paesaggio, ma volto, voce, gesto di accoglienza.

La partenza da Ricadi e il primo timbro a Spilinga

Dalla stazione di Ricadi, punto di partenza ufficiale, Federica e Alberto iniziano a salire verso Spilinga. Alle spalle resta il Tirreno, con il profilo di Stromboli all’orizzonte; davanti si apre l’entroterra. Al Santuario di Santa Maria delle Fonti trovano silenzio, acqua fresca e una cappella incastonata nella roccia. Poco dopo arriva il primo timbro sulle credenziali, quello di Spilinga, con il peperoncino a richiamare la ‘nduja. Anche qui l’incontro vale quanto il cammino: un passante offre loro un assaggio a casa sua, ma la strada verso Zungri li richiama.


Zungri, la “Città di Pietra”, è il primo approdo carico di storia. Le grotte scavate nell’arenaria, l’antico insediamento rupestre, il museo con le fotografie in bianco e nero, la benedizione di don Fortunato prima della visita: ogni passaggio aggiunge profondità al viaggio. A chiudere la giornata, ancora una volta, è la tavola: ricottine di pecora, peperonata, fileja con ricotta e ‘nduja, davanti alle ortensie colorate della Trattoria La Cresta.

Da Papaglionti a Mileto, dove la storia diventa viva

Il giorno dopo il paesaggio cambia e conduce verso Mileto. Prima, però, c’è Papaglionti, borgo fantasma abbandonato dopo l’alluvione del 1952. Le case avvolte dai rovi restituiscono la sensazione di un tempo rimasto sospeso. Poi arriva la capitale normanna, con la statua di Ruggero I, il racconto appassionato di Franco Galante, il timbro con la Cattedrale, la cerimonia commemorativa e la Festa della Musica. La storia normanna non resta sfondo, ma diventa materia viva del cammino.


Da Mileto il percorso prosegue verso Dinami e l’Eremo dei Santi Francesco in Soreto. Qui l’incontro con don Rocco Suppa segna una delle tappe più dense: il racconto dell’eremo, i ruderi del monastero francescano del XV secolo, l’antico Pioppo Nero, il passaggio da Dinami e l’arrivo a Limpidi, piccolo borgo che ai due camminatori appare come un presepe. È lì che la dimensione del viaggio diventa ancora più umana. La signora Olimpia li accoglie, la signora Pina racconta il paese e il ponte che i tedeschi tentarono di distruggere durante la Seconda guerra mondiale, la cena si trasforma in una festa domestica fatta di peperonata, frittelle di fiori di zucca, polpette, soppressata, fagiolini e vino di casa. In quella piazzetta, seduti con le donne del paese, Federica e Alberto colgono il senso più profondo del cammino, quello del tempo che rallenta, la solitudine delle città che si scioglie nel chiacchiericcio serale, l’appartenenza come gesto naturale.

Artigiani, mostaccioli e vita di paese

La quinta tappa li porta verso Gerocarne, Soriano e Sorianello. Arrivano accaldati nel borgo e trovano ristoro in una granita al limone con acqua tonica offerta da Vincenzo. Poi scoprono la tradizione della terracotta, la bottega di Rocco Cunsolo, i fischietti regalati come memoria artigiana. A Soriano, con Pasquale Varì, entrano nel laboratorio dei mostaccioli di Domenico Sorace: cannella, miele, agrumi, forme di pesci, cuori, cavallucci e figure religiose. Anche Alberto si concede un’immersione nella vita del paese, affidandosi alle mani del barbiere Tonino Ferrari. Il timbro del Convento di San Domenico chiude una giornata che racconta la Calabria delle botteghe, dei dolci rituali e delle relazioni immediate.

La montagna, Brillo e la discesa verso lo Ionio

Poi arriva la montagna. Verso Mongiana, la salita è dura, ma il paesaggio si fa boschivo, fresco, profondo. La Certosa di Serra San Bruno, immersa nel verde, introduce il viaggiatore in una dimensione di silenzio e contemplazione. Dopo una sosta al “Ritrovo La Beccaccia”, con pane, vino e cetrioli dell’orto offerti con semplicità, il cammino attraversa abeti bianchi altissimi, profumati di legno e muschio. A Mongiana, tra le Reali Ferriere Borboniche e l’aria finalmente fredda, arriva uno degli incontri più teneri del diario: Brillo, il “cane dei camminatori”, che riconosce zaini e bastoncini e decide di accompagnarli.

Con Brillo, la penultima tappa verso Bivongi diventa quasi un racconto nel racconto. I tre attraversano i boschi, incontrano una salamandra, arrivano alla Ferdinandea e poi alla cascata del Marmarico, il salto d’acqua più alto dell’Appennino meridionale. Nel torrente si rinfrescano, ma il cane resta bloccato sull’altra sponda, spaventato dall’acqua. Federica e Alberto non pensano nemmeno di lasciarlo indietro. Cercano rami, pietre, un passaggio possibile. Alla fine Brillo trova il coraggio e passa. Più tardi, sotto la pioggia e tra i tuoni, il bosco li accompagna fino alla linea blu dello Ionio. A Bivongi li aspettano Giorgio Pascolo e Adele Murace, il monastero bizantino-normanno di San Giovanni Theristis, il timbro e un’altra sera di accoglienza.


L’arrivo a Monasterace Marina

L’ultimo giorno ha il sapore della fine e dell’inizio. Brillo veglia sulla porta, poi li segue ancora. Attraversano Pazzano, arrivano a Stilo, dove Giorgio li guida tra la Cattolica, il Duomo, Tommaso Campanella e i vicoli del borgo. Poi il cane scompare, come fanno certi compagni di viaggio destinati a restare nella memoria più che nelle fotografie. Restano il caldo, la discesa verso la fiumara dello Stilaro, i campi, i casolari, la fatica degli ultimi chilometri. Alle tre del pomeriggio Federica e Alberto arrivano a Monasterace Marina, stanchi e felici. Davanti al mare calmo dello Ionio, ricevono l’ultimo timbro, quello del drago, e l’attestato finale: 146,76 chilometri dal Tirreno allo Ionio, primi a compiere questa avventura.

Il loro diario restituisce il senso più autentico del Cammino del Normanno, recentemente premiato a Milano con un riconoscimento speciale al Green Road Award 2026. Un itinerario che, come ha sottolineato l’ex commissario del Parco delle Serre, Alfonsino Grillo, può diventare «un grande racconto identitario della Calabria», capace di mettere insieme ambiente, storia, cultura, artigianato, sapori e comunità. Federica e Alberto lo hanno dimostrato con i piedi, con gli occhi e con lo stupore: il Cammino del Normanno non è solo una linea sulla mappa, ma una Calabria che si apre a chi accetta di attraversarla lentamente.


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