Leo Ortolani: la comicità come modo di guardare il mondo


Un incontro per esplorare il punto di vista di un autore che, attraverso la comicità, continua a raccontare ciò che spesso sfugge allo sguardo

Per questa prima tappa di Dietro le nuvole incontriamo Leo Ortolani, uno degli autori più riconoscibili del fumetto italiano contemporaneo.

In questa conversazione non attraversiamo soltanto la sua carriera, ma il modo in cui si costruisce uno sguardo comico: il confine tra serio e ridicolo, il ruolo del fallimento nelle storie, il rapporto tra autore e tempo e quella sottile linea che separa la gag dalla riflessione.

Da Rat-Man – con il suo eterno oscillare tra eroismo e inadeguatezza, dove “non è un mondo per supereroi… ma qualcuno ci prova lo stesso” diventa quasi una dichiarazione di poetica – fino a La Conjura del Male, che riaccende anche la piacevolezza dell’attesa del “prossimo numero”, il suo percorso sembra muoversi verso una riflessione sempre più esplicita sul racconto stesso e sulle sue fragilità.

In questo universo la parodia convive con una forma di tenerezza verso i personaggi e le loro sconfitte.


Io sono un eroe!… più o meno

non è soltanto una battuta, ma una sintesi del suo modo di guardare il mondo.

Il suo percorso si è esteso anche a territori laterali e sperimentali: dai tarocchi illustrati a Tapum, in un lavoro che mantiene il suo segno sempre in movimento tra gioco, citazione e trasformazione dell’immaginario pop.

Formazione da geologo e uno sguardo insieme affettuoso e disincantato hanno contribuito a definire un autore che ha sempre lavorato sul confine tra riconoscimento e rovesciamento, tra ciò che il lettore si aspetta e ciò che viene improvvisamente spostato un passo di lato.

Al COMICON Napoli 2026 – dove ho avuto il piacere di incontrarlo ed è stato celebrato come Magister – Ortolani diventa anche l’occasione per interrogare un’intera idea di comicità: non come evasione, ma come modo di mettere a fuoco ciò che normalmente sfugge.

Ed è proprio questo sguardo ad attraversare la sua carriera trentennale: un immaginario in cui la comicità non è mai soltanto intrattenimento, ma uno strumento per osservare il mondo da una prospettiva deformata e, proprio per questo, più rivelatrice.


E tutto questo prende forma nella conversazione che segue.

Ortolani, più che far ridere, lei sembra aver passato molti anni a studiare il momento esatto in cui una cosa seria diventa ridicola. È lì che nasce il suo fumetto?

Veramente non ho studiato niente, è tutta natura! Credo che il mio sia un modo personale di vedere le cose, se una situazione seria diventa ridicola, la riconosco con molta naturalezza e mi piace mostrarla anche agli altri. È lì, che nasce il mio fumetto e non solo.

C’è qualcosa di profondamente crudele nella comicità: per far ridere bisogna quasi sempre mostrare una debolezza, una sproporzione, una caduta. Secondo lei la comicità è una forma di pietà o una forma di spietatezza?

A volte c’è anche molta tenerezza, nelle cose che fanno ridere o sorridere, come quando un bimbo cerca di imitare i gesti di un adulto, creando, invece, un effetto umoristico.

Sicuramente la comicità è una ammissione implicita di limitatezza, ma non necessariamente la considererei una pratica spietata, tutt’altro.

Se si ride con il personaggio e non del personaggio, è anche autoconsolatorio, dal momento che, spesso, quei limiti e quelle cadute sono le nostre.

Al COMICON Napoli 2026 è stato celebrato come Magister. Che effetto fa vedere un lavoro nato spesso come gesto ironico e controcorrente diventare un punto di riferimento per generazioni di lettori e autori?

Oh, a questo non penso mai. Ho troppe cose da fare. Se dovessi pensare anche a questo, non si lavora più! Ringrazio per questa nomina, spero di essere non un punto di riferimento, ma uno spunto creativo, qualcosa che spinga ad andare più in là di dove sono arrivato io, così vedo cosa c’è, là davanti!

Molti suoi personaggi sono memorabili non perché vincono, ma perché falliscono in modo irripetibile. Il fallimento è più narrativo del successo?


Il fallimento è ASSOLUTAMENTE più interessante del successo, perché nel fallimento c’è più lavoro da affrontare con se stessi, per comprendere, per elaborare e per rialzarsi.

E, magari, avere successo, ma quello, quando arriva, è spesso vicino alla parola “fine” della storia e non ti racconta niente di speciale, se non è associato a una serie di tentativi e/o di fallimenti.

Vincere perché sei bravo, è naturale. Ma perché sei bravo? Come lo sei diventato? Sei sempre stato bravo o sei stato mediocre, sei stato una schiappa? Ecco, queste sono le cose che, a livello narrativo, sono più interessanti.

Quando ha iniziato Rat-Man guardava il mondo con gli occhi di un autore che stava nascendo. Oggi, rileggendo quelle storie, vede di più il disegnatore che era o il lettore che è diventato?

Quando rileggo quelle storie vedo la pianta che sta crescendo, quando i rami erano teneri, si piegava facilmente sotto le raffiche di vento, faceva pochi fiori, pochi frutti, ma era giovane, non poteva essere altrimenti.

Ovvio che, adesso, con 30 anni di storie realizzate, a volte sorrido di alcune ingenuità, ma sono state parte del percorso e non ne rinnego nessuna.

I lettori chiedono continuità, la creatività spesso chiede tradimento. In questi anni, quale delle due voci ha ascoltato di più?

Io credo di avere sempre tradito la continuità. Ho preso improvvisamente strade diverse, ho sterzato, mentre mi stavo dirigendo altrove, su un rettilineo. È lì, che le cose diventano interessanti.

E siccome sono uno che si annoia facilmente, difficile che io possa rappresentare continuità.

La cultura pop oggi sembra vivere di ritorni, sequel, remake e universi espansi. La parodia è ancora possibile quando la realtà culturale sembra già una parodia di sé stessa?

La parodia va fatta con intelligenza, pure sottile, se vuoi farla bene, altrimenti è ‘Scary Movie 6’. Quindi, sì, direi che è sempre possibile, se sei intelligente.

Per quello che riguarda sequel e remake, è solo una grandissima paura di non avere niente da raccontare e di perdere i soldi. Tipica, delle grandi case di produzione. Tanto, alla fine, li perdono lo stesso e pure tanti.

Lei è geologo. La geologia insegna che tutto ciò che sembra stabile in realtà si muove, si frattura, si consuma. Questo sguardo sul tempo lungo ha influenzato il suo modo di raccontare gli esseri umani?

No, ma ha influenzato me, sul fatto che non ho mai considerato eterna una serie, pure se è una serie che vende.

Ho chiuso già due serie mie e pure Lazarus Ledd di Ade Capone. Sono un chiuditore seriale.

Mi piace creare terremoti editoriali, saprei chiudere pure TEX, ma non credo che mi chiameranno mai a farlo.

Esiste un’idea comica, una gag o una battuta che non è mai riuscito a far funzionare e alla quale continua a tornare?


Assolutamente, no. Se mi viene in mente una gag è perché funziona. Quelle che non fanno ridere le scarto automaticamente, non ne tengo nemmeno traccia, proprio perché alla fine non erano gag o non erano gag belle.

Qual è la cosa più seria che ha mai nascosto dentro una gag?

Ci ho messo dentro tante cose. Posso citare giusto una delle ultime, nel primo numero de La Conjura del Male, dove la Morte fa da giardiniere alla Casa del Diavolo e, a fine giornata lavorativa, dice: “Domani torno a soffiare le foglie, se faccio in tempo a tornare da Gaza”.

Alla fine, si fa ridere perché il mondo è assurdo, o perché siamo assurdi noi mentre cerchiamo disperatamente di dargli un senso?

Come ho scritto, una volta, “La vita non ha senso e se ne ha uno, è il senso dell’umorismo”. Se ridi, capisci un po’ di più il senso di tutto.

Alla fine di questo dialogo, quello che emerge non è soltanto il ritratto di un autore, ma l’idea che la comicità non sia mai un territorio leggero in senso superficiale. È, piuttosto, un modo di guardare le cose da una distanza diversa, dove le contraddizioni diventano visibili e le certezze iniziano a vacillare.

Dietro le nuvole nasce proprio da questo sguardo: cercare non solo chi crea le storie, ma il punto da cui le osserva.

Nel parlare con Leo Ortolani resta soprattutto la sensazione di una comicità che non si aggiunge al mondo, ma lo rivela mentre accade. Non una tecnica, ma un’abitudine dello sguardo.


E, forse, è questo che rimane: non una teoria del ridere, ma l’attenzione a quel momento preciso in cui la realtà cambia leggermente inclinazione e diventa qualcos’altro.

Un sentito ringraziamento a Leo Ortolani per il tempo che ci ha dedicato e per la disponibilità dimostrata.

Perché dietro ogni nuvola non c’è solo una storia, ma qualcuno che ha scelto di raccontarla.


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 Valerio Majolo

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