In inglese c’è un detto molto comune: ‘be careful what you wish for’. Si adatta molto bene all’Armenia, che ora come ora galleggia fra mondi diversi. In fondo è anche la sua cifra. Un popolo antico, primo regno cristiano della storia, un genocidio alle spalle. E già così, il Paese si presenta al tavolo del Grande Reset del 21esimo secolo con un bagaglio pieno. Terra di cerniera tra est e ovest, nel corso della sua storia l’Armenia ha vissuto sia periodi d’indipendenza che di autonomia sotto i signori del momento — gli assiri, i medi, i greci, i parti, i romani, poi l’Impero sasanide, quello bizantino, degli Arabi, dei Mongoli, quello ottomano, dell’Iran e, infine, il dominio russo-sovietico. Ora, sotto la guida di Pashinyan, fondatore del partito di governo Contratto Civile, l’Armenia si sta sganciando dalla sfera d’influenza di Mosca per avvicinarsi all’Unione Europea. Ed è una scelta che potrebbe avere conseguenze radicali, sia per la regione che per l’Ue.
A inizio maggio Erevan ha ospitato il summit della Comunità Politica Europea (EPC), il primo vertice istituzionale con l’Unione Europea, con la relativa firma di documenti chiave per approfondire le relazioni, la visita di Stato del presidente francese Emmanuel Macron, che nelle regioni più meridionali è stato accolto come una rockstar (il video in cui il capo dell’Eliseo canta la Bohème di Charles Aznavour, che era di origine armena, accompagnato alla batteria proprio da Pashinyan, ha fatto il giro del web). Il messaggio non poteva essere più chiaro. I leader, al termine del programma culturale della EPC, sono stati investiti dalle note dell’Inno alla Gioia di Beethoven-Schiller, il simbolo dell’Europa. “Il luogo dove si è tenuto il summit ha fatto metà del summit”, ha confidato un alto funzionario europeo a bocce ferme.
L’Europa, come mai prima d’ora, ha notato l’Armenia. E’ una buona notizia. “Per la sua storia, merita di stare al centro dell’Europa”, ha detto il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa nel corso della visita. Con Ursula von der Leyen ha controfirmato investimenti pari a oltre 2 miliardi di euro per sviluppare il cosiddetto corridoio centrale, nuova via della seta per rendere più veloci e sicuri i commerci tra Oriente e Occidente, portato avanti il lavoro per l’abolizione dei visti, rafforzato la cooperazione con Frontex. L’Ue inoltre ha messo sul tavolo l’attivazione dell’unità di crisi contro le interferenze straniere (leggi la Russia) in vista delle elezioni, così come aveva fatto per la Moldavia. La brutta notizia è che tutto ciò è stato notato notato pure a Mosca.
Al vertice dell’Unione Economica Eurasiatica – di cui l’Armenia fa parte – svoltosi ad Astana, Vladimir Putin ha emesso un durissimo avvertimento all’Armenia, affermando che l’integrazione con l’Unione Europea “è incompatibile” con i legami economici con Mosca, agitando lo spettro di ritorsioni economiche e scenari destabilizzanti. Lo zar ha poi intimato a Pashinyan di svolgere un referendum, per scegliere se stare di qua o di là. Certo, i due blocchi – che sono in primis unioni doganali e commerciali – sono in effetti due progetti concorrenti. Con una grossa differenza. L’Unione Economica Eurasiatica è il presente sicuro, l’Ue uno scenario entusiasmante ma lontano nel futuro.
Putin lo sa e gioca sulle paure degli armeni. Che non vogliono finire come l’Ucraina.
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‘Eravamo ad un passo da uscire dal Trattato di Sicurezza Collettiva con la Russia ma a Bruxelles e Washington ci hanno scoraggiato’
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Good Bye, Putin!
Il filo va riavvolto sino alla primavera del 2018, quando le proteste di piazza hanno piegato l’allora governo in carica e promosso Pashinyan, ex giornalista e deputato, a stella nascente della politica armena. La transizione è avvenuta pacificamente – prendendo il nome di Rivoluzione di Velluto – e ha avviato un processo di riforma costituzionale, che ha visto la riduzione dei poteri del presidente e il contestuale rafforzamento del ruolo del premier e dell’esecutivo.
Poi, è arrivata la guerra. Mentre il mondo era alle prese con il Covid, l’Azerbaijan nel 2020 – dopo decenni di sviluppo garantito dal petrolio e dal gas del Caspio – ha finalmente deciso di risolvere l’annosa questione del Nagorno-Karabakh con la forza. Il piccolo territorio abitato da una minoranza armena, in territorio azero, formalmente autonomo ma non riconosciuto dalla comunità internazionale, è stato conquistato in pochi mesi di offensiva, sostenuta politicamente dalla Turchia. Alla fine la Russia ha negoziato una tregua. Mosca, però, non ha mosso un dito per difendere l’Armenia, nonostante faccia parte del Trattato di Sicurezza Collettiva e dell’Unione Economica Euroasiatica, create dal Cremlino dopo il crollo dell’Unione Sovietica per garantirsi comunque una sfera d’influenza.
Sulla carta, aveva tutte le ragioni per non farlo, dato che il Nagorno-Karabakh non rientrava nei confini ufficiali dello Stato armeno. Ma la scelta di restarsene con le mani in mano fu vista come una sorta di punizione da parte di Vladimir Putin contro Pashinyan, colpevole di non essere sufficientemente allineato alla politica dello zar. Lo scenario si è ripetuto nel 2023, quando il presidente azero Ilham Aliyev ha sferrato un altro colpo all’Armenia, attirandosi le critiche della comunità internazionale per quella che è stata definita una pulizia etnica. Poi è successo l’imprevedibile. Pashinyan, dando sfoggio di pragmatismo e coraggio politico, ha capito che il Paese, militarmente parlando, non aveva chance e ha puntato tutte le sue fiches su un processo di pace con l’Azerbaijan e la Turchia offrendo agli armeni una visione: prosperità e sviluppo in cambio della rinuncia alla rivincita. In questo contesto è arrivata la svolta, ad esempio congelando la partecipazione al Trattato di Sicurezza Collettiva, la Nato di Mosca. “Eravamo ad un passo da uscire ma a Bruxelles e Washington ci hanno scoraggiato“, confida all’ANSA un alto funzionario armeno.
A Erevan – città in vero moderna, molto verde, dalle strade curate, dove sfrecciano auto europee turbodiesel e vetture cinesi elettriche – il crocevia di mondi e culture lo vedi e lo senti: il russo è più diffuso dell’inglese, le compagnie aeree russe volano accanto alle low-cost europee, i taxi li ordini con l’app Yandex, come a Mosca.
Zoro vende flauti di legno tradizionale al mercato Vernissage del centro, meta turistica imprescindibile. “Ho grande rispetto per l’Europa ma le nostre mentalità non coincidono del tutto, viviamo in modo diverso”, confida. “Oggi l’Europa è amica ma i governi cambiano, questo è un mondo impazzito, e noi siamo nel blocco con Mosca. Guardate cosa accade in Ucraina. Dobbiamo essere molto cauti, non offendere nessuno”. Zoltan, poco più in là, vende tappeti. Lui è più netto. “Conosco la Russia, non mi piace. Preferisco di gran lunga l’Unione Europea. Chiedere di entrare? Magari più avanti, non ora“. Sonia invece serve i caffè al bar del mercato. “Noi siamo amici della Russia, ma della sua gente, non del suo governo. L’Europa? Non so, forse. È una domanda troppo grande per me, io sono una lavoratrice, non mi occupo di politica”. Artur sceglie un approccio ecumenico. “Amiamo gli europei ma entrare nell’Ue? Non so, forse. Noi vogliamo essere amici di tutti: Unione Europea, Russia, Usa”.
Gira che ti rigira, si torna sempre lì. La geopolitica. “Gli istinti dell’ex potenza coloniale russa potranno essere rimasti gli stessi ma ciò non significa che il risultato debba essere uguale“, commenta un’alta fonte europea a proposito delle attività maligne del Cremlino, volte a influenzare le elezioni del 7 giugno, in cui alle urne si sfideranno l’attuale maggioranza pro-occidentale e l’opposizione pro-russa. “Il vertice Armenia-Ue è un simbolo del graduale, lento riorientamento geografico dell’Armenia verso l’Occidente. Abbiamo quattro grandi aree d’intervento. Il primo è la connettività. Il secondo è la sicurezza. Il terzo riguarda gli affari interni e la politica dei visti e il quarto è la parte economica, il sostegno continuo”, spiega un alto funzionario europeo. “Come l’acciaio e il carbone hanno costituito il fondamento della pace e dell’Unione Europea, la connettività può svolgere lo stesso ruolo in questa regione“. E oltre, serve aggiungere. Perché quando il lavoro di rammendo sarà ultimato, si potrà aprire il corridoio transcaspico (o corridoio di mezzo) per portare merci tra Europa e Cina aggirando sia la Russia sia la rotta marittima tradizionale.
Il tempismo non potrebbe essere dei migliori, con la guerra in Iran che infuria e lo stretto di Hormuz bloccato. L’Armenia sarà pure piccola, ma si posizione come un tassello cruciale del puzzle che verrà.
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‘Ci mancano i muscoli, senza gli Usa noi europei non riusciamo a percorrere l’ultimo miglio nei negoziati’
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Il crocevia della Pace
Il nuovo corso s’incardina sull’ambizioso progetto Crossroads of Peace presentato da Pashinyan nell’ottobre 2023. L’obiettivo principale è trasformare il Caucaso meridionale da una regione segnata da conflitti a un hub logistico e di trasporto globale, sbloccando i confini commerciali storicamente chiusi. Il governo intende collegare il Mar Caspio al Mar Mediterraneo (asse Est-Ovest) e il Golfo Persico al Mar Nero (asse Sud-Nord), riaprendo dunque le frontiere con la Turchia e l’Azerbaigian, sigillate da oltre trent’anni a causa del lungo conflitto nel Nagorno-Karabakh.
Il piano include il ripristino di tratte ferroviarie di epoca sovietica e la costruzione del Corridoio stradale Nord-Sud (lungo 461 km) e propone una rotta commerciale interna che colleghi l’Azerbaigian occidentale alla sua exclave del Nakhchivan attraversando la regione armena del Syunik (dove è stato in visita Macron, che nel capoluogo ha deciso di aprire un consolato francese). Erevan però ha fissato dei paletti. Tutte le infrastrutture stradali e ferroviarie devono rimanere sotto la piena sovranità e la legislazione del Paese che le ospita, ogni Stato deve gestire autonomamente i propri controlli doganali, di frontiera e la sicurezza stradale tramite le proprie istituzioni, le rotte devono essere accessibili a tutti i veicoli, merci e persone dei Paesi firmatari alle medesime condizioni, le infrastrutture possono essere impiegate sia per il transito internazionale che per il trasporto interno.
Il progetto di Pashinyan è nato anche come alternativa diplomatica al ‘Corridoio di Zangezur’ preteso da Baku e Ankara. Mentre l’Azerbaigian (con l’iniziale appoggio della Russia) chiedeva una striscia di terra extraterritoriale esente da controlli doganali armeni, il piano Crocevia della Pace riafferma fermamente il controllo istituzionale di Erevan sulle proprie dogane, respingendo qualsiasi monitoraggio di attori terzi. E qui si è inserito in scivolata Donald Trump con il suo TRIPP (acronimo di Trump Route for International Peace and Prosperity), ovvero il piano infrastrutturale e diplomatico strategico promosso degli Stati Uniti per essere la colonna portante della pace tra Armenia e Azerbaigian, integrandosi direttamente con gli obiettivi del ‘Crossroads of Peace’. Sviluppato a partire dalla dichiarazione congiunta siglata a Washington l’8 agosto 2025, il progetto ha visto il suo culmine operativo nel maggio 2026 con la firma del Framework Agreement bilaterale tra il Segretario di Stato americano Marco Rubio e il Ministro degli Esteri armeno.
TRIPP prevede la costruzione e la riabilitazione di una tratta ferroviaria e stradale di circa 40 chilometri che attraversa la provincia armena meridionale del Syunik (storicamente indicata da Baku come Corridoio di Zangezur). Oltre ai binari e alle strade, il piano include la posa di cavi in fibra ottica, elettrodotti e un gasdotto naturale. Il progetto risolve lo storico stallo geopolitico tra le richieste azere di un corridoio extraterritoriale e il rifiuto armeno di cedere sovranità. Gli Stati Uniti hanno ottenuto un mandato di 99 anni per supervisionare e gestire la rotta e, in pieno stile Trump, l’intenzione è quella di fare soldi, oltre che la pace. Inizialmente gli Stati Uniti deterranno infatti il 74% delle quote della società di sviluppo per fornire il capitale iniziale, mentre la quota dell’Armenia aumenterà nel tempo fino al 49% o oltre.
Ma qual è lo stratagemma per mettere d’accordo tutti? Il corridoio rimarrà sotto la giurisdizione e l’integrità territoriale dell’Armenia ma verrà applicato il modello front office/back office: i servizi a diretto contatto con i viaggiatori e le merci ai valichi di frontiera vengono affidati a operatori privati (front office), mentre le istituzioni armene mantengono la supervisione e la sicurezza statale (back office) in collaborazione con il supporto tecnico e logistico degli Stati Uniti. Per l’attuazione e la governance economica del progetto, gli Stati Uniti e l’Armenia hanno costituito la TRIPP Development Company (TDC), una joint venture societaria incaricata di regolare i flussi di trasporto, attrarre investimenti internazionali e ammodernare i valichi di confine. Attraverso questa intesa, gli Stati Uniti stabiliscono una presenza istituzionale ed economica formale nel Caucaso meridionale, assecondando la volontà di Erevan e Baku di diversificare le proprie alleanze esterne e ridurre la storica dipendenza da Mosca (e garantendo agli Usa di presidiare uno snodo commerciale cruciale del futuro). Oltre a strade e ferrovie, l’iniziativa infatti spiana la strada a corridoi di trasmissione elettrica e infrastrutture energetiche regionali, connettendo le reti azere a quelle della Turchia e dell’Europa. Certo, un dato salta all’occhio. Neppure questa volta l’Europa è stata in grado, da sola, di sigillare il disgelo tra Armenia-Azerbaijan-Turchia e tutelare al contempo i suoi interessi. “Ci mancano i muscoli, senza gli Usa non riusciamo a percorrere l’ultimo miglio”, sospira un diplomatico europeo.
Il TRIIP è progettato per gestire fino a 2 milioni di tonnellate di merci all’anno, riducendo i tempi di transito del 30% e abbattendo le tariffe commerciali del 15%. Ma come anticipato, si tratta di una tessera di un mosaico più ampio. Le organizzazioni internazionali come la Banca Mondiale e la BERS prevedono che, una volta completati tutti i potenziamenti previsti – tra cui TRIPP – il corridoio di mezzo (o del Transcaspio) si trasformerà in un’importante arteria globale (peraltro ha già registrato una crescita vertiginosa negli ultimi tre anni, soprattutto come alternativa al Corridoio Settentrionale guidato dalla Russia). Vediamo un po’ di numeri. Nel 2025, il Corridoio Centrale ha gestito circa 4–5,2 milioni di tonnellate di merci, in costante aumento rispetto ai 4,5 milioni di tonnellate registrati nel 2024, le spedizioni di container hanno registrato un aumento del 36% rispetto all’anno precedente, raggiungendo un totale di circa 77.000–80.000 TEU con un tempo medio di transito dalla Cina all’Europa, ad oggi, di circa 18 giorni. Si tratta di un tempo significativamente più breve rispetto alle rotte marittime (35–45 giorni) e competitivo rispetto alla rotta settentrionale attraverso la Russia (20–25 giorni). Le proiezioni al 2030 indicano 11 milioni di tonnellate di merci, 300.000 TEU con 14-15 giorni di viaggio mentre, a target raggiunti nel 2040, si guarda ad oltre 100 milioni di tonnellate, circa 500.000 TEU e 12 giorni di transito.
L’attrazione geopolitica è chiara. Si aggirerà la Russia, l’Iran e tutti i colli di bottiglia delle rotte marittime – stretti di Taiwan e di Malacca – dando al contempo libertà politica ai Paesi dell’Asia centrale, che sempre di più potranno affrancarsi dalla tutela di Mosca e Pechino. Il futuro dell’Armenia – e in parte dell’Europa – si gioca tutto qui. Costa e von der Leyen lo hanno evidenziato chiaramente nel corso del vertice EU-Armenia. “La chiave è questa frase che abbiamo sentito dai nostri partner europei: l’Armenia siede sulla rotta più breve fra est ed ovest“, ha detto Pashinyan rispondendo ad una domanda sugli effetti concreti della cooperazione con l’Ue. “Potenzialmente per noi potrebbe tradursi in un valore di centinaia se non miliardi di dollari, o euro o dram (la valuta locale, ndr)”. “Quello che un tempo era una pessima collocazione geografica e geopolitica è diventata al contrario ottima. Ora servirà a mettere a terra la nostra visione di Paese prospero e aperto”.
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All in
Al voto, il 7 giugno, alle urne ci sarà in ballo tutto questo. E molto altro, ovviamente. Il candidato principale dell’opposizione, Narek Karapetyan, che guida l’alleanza “Armenia Forte”, è segnato dagli stretti legami finanziari e politici che la sua famiglia intrattiene con Mosca. Lo zio di Narek, Samvel Karapetyan, è un miliardario russo-armeno e fondatore del Tashir Group, con sede a Mosca. Ha la cittadinanza russa e da decenni è una figura di spicco dell’economia russa, avendo ricoperto a lungo il ruolo di subappaltatore per Gazprom.
Poiché Samvel non può candidarsi alle elezioni a causa della sua cittadinanza russa, Narek Karapetyan è stato designato come “capofila” — il piano dichiarato dal partito prevede che Narek guidi la campagna elettorale e che poi venga modificata la Costituzione per consentire a Samvel di assumere il potere in un secondo momento. In questo quadro i sospetti di una discesa in campo quadi diretta del Cremlino per influenzare il voto sono più che legittimi, tanto più che i servizi segreti esteri dell’Armenia hanno segnalato che gli armeni residenti all’estero leggi in Russia) stanno subendo pressioni affinché forniscano sostegno finanziario a specifiche forze di opposizione. Il sospetto del governo riguardo a questi legami con la Russia ha portato all’adozione di misure legali incisive, in particolare alla prevista nazionalizzazione della società Electricity Networks of Armenia (ENA), di proprietà di Samvel Karapetyan (lo Stato giustifica questa decisione come una misura volta a proteggere le “infrastrutture critiche” da entità controllate dall’estero in situazioni di emergenza).
Non sarà dunque una sorpresa se il Corridoio Centrale – e in particolare TRIPP – sono diventati un pilastro fondamentale della campagna elettorale: sia il partito al governo che l’opposizione lo stanno utilizzando per definire la futura sovranità e sicurezza economica del Paese. Pashinyan cita TRIPP come prova del fatto che la sua “svolta verso l’Occidente” e l’iniziativa “Crocevia della pace” stanno dando i loro frutti r sottolinea che il progetto ha già portato a benefici concreti, come l’abolizione delle restrizioni al transito da parte dell’Azerbaigian e l’arrivo in Armenia, tramite ferrovia, delle prime spedizioni di cereali provenienti dal Kazakistan. I gruppi dell’opposizione, tra cui l’alleanza Armenia Forte, sostengono invece che il progetto comprometta la sovranità armena, criticando la quota di controllo statunitense del 74% nella TRIPP Development Company (TDC) e la potenziale presenza di società di sicurezza private americane, vedendovi una perdita di controllo nazionale. L’opposizione poi spesso descrive il TRIPP come un “progetto geopolitico” ideato da Washington per spingere la Russia fuori dalla regione — al contrario il governo indica il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud (INSTC) — l’alternativa Russia-Iran — come una “trappola di dipendenza” dalla quale il TRIPP aiuterà l’Armenia a sfuggire.
Bruxelles e Washington sono in attesa di vedere come finirà. “L’Armenia, in quanto paese sovrano, democratico e indipendente, ha tutto il diritto di scegliere la propria strada e i propri partner”, ha detto un portavoce della Commissione Europea alla vigilia del voto. “Sosteniamo la resilienza democratica dell’Armenia, anche di fronte a gravi minacce, disinformazione e interferenze straniere, nonché ai tentativi di minare la fiducia nelle istituzioni democratiche. Sia chiaro che la tempistica non è casuale. La Russia mira a danneggiare l’economia armena e a influenzare l’esito delle elezioni parlamentari in Armenia. Continueremo a sostenere l’Armenia nell’affrontare tali tentativi di coercizione”, ha aggiunto. Trump, come suo solito, ci ha messo la faccia, con un endorsement totale a Pashinyan sul suo social Truth.
Gli ultimi sondaggi mostrano il Primo Ministro uscente Nikol Pashinyan e il suo partito Contratto Civile (Kaghakatsiakan Paymanagir) in netto vantaggio. Contratto Civile è infatti dato al 46,0% (Il partito si conferma la prima forza del Paese, sebbene con un supporto complessivo inferiore rispetto ai picchi storici post-Rivoluzione del 2018). Armenia Forte invece sta al 13,3%. Al terzo posto Alleanza Armenia / Hayastan col 9,1% (Blocco di opposizione nazionalista guidato dall’ex Presidente Robert Kocharyan). Quindi DOK (8,7%), forza politica in netta crescita nell’ultimo mese di campagna elettorale. Chiude Armenia Prospera / Bargavatch Hayastan col 7,6% (partito guidato dall’influente imprenditore Tsarukyan). I dati grezzi mostrano una fetta consistente di elettori indecisi (23%) o che rifiutano di rispondere (21%). Se una grossa fetta di questo bacino dovesse astenersi o frammentarsi, la quota proporzionale di Contratto Civile potrebbe oscillare tra il 40% e il 51% dei seggi, condizionando la possibilità di governare in solitaria senza coalizioni.
L’analisi del voto sarà dunque cruciale per capire che direzione prenderà il Paese.
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The Times They Are A-Changin’
“Stiamo assistendo a progressi in materia di diritti umani, nelle istituzioni democratiche e nelle elezioni. L’Armenia è l’unico Paese nella regione, o uno dei pochi, che non ha una legge sugli agenti stranieri, e dunque le ONG sono libere di operare. Tant’è vero che notiamo un influsso tra gli attivisti da tutta la regione, perché qui si sentono al sicuro. Ne va dato atto al governo”. Sona Mkhitaryan lavora per Human Rights House Yerevan, organizzazione non governativa che monitora il livello dei diritti civili in Armenia (anche con fondi del governo norvegese). Questo però non vuol dire che il Paese sia perfetto.
“Riscontriamo una tendenza alla restrizione dello spazio civico. la mia organizzazione in particolare è preoccupata per il crescente numero di cause legali strategiche (SLAPP) intentate contro gli attivisti ambientali e le ONG ambientaliste”, spiega Sona. “Inoltre vorrei accennare alla legge antidiscriminazione e alla ratifica della Convenzione di Istanbul. Abbiamo firmato la convenzione nel 2018 ma sono passati otto anni e non è ancora stata ratificata. E’ stata ratificata in Ucraina, in Moldavia e persino in Georgia, ma non ancora in Armenia. E poi c’è l’ultimo rapporto di Reporter senza frontiere. L’Armenia lo scorso anno era al 34° posto e ora è al 50°, quindi è scesa di 15 posizioni. È una tendenza che ci aspettavamo a causa dell’alto livello di polarizzazione nei media e anche delle difficoltà che i media indipendenti stanno affrontando”.
Dunque non è tutto oro ciò che luccica. Eppure basta farsi un giro nel quartiere trendy di Erevan, nei dintorni della Pushkin, e attaccare bottone con chi bazzica ad esempio ai tavoli del Beatles club (la classe liberal impegnata della capitale armena, quella che in Russia verrebbe definita l’intelligentsia), per capire che aria tira. Gli attori della società civile, nonostante le preoccupazioni relative al declino della democrazia e alla centralizzazione del potere, considerano in gran parte l’attuale governo di Pashinyan come il “male minore” rispetto a un’opposizione filorussa che potrebbe avere gravi ripercussioni sui diritti umani e sulle relazioni con l’Ue. “Finché c’è questo governo c’è speranza, pur con tutti i difetti”, assicura un 27enne impiegato in una software house davanti ad una birra e alla garanzia dell’anonimato. “Se invece andrà al potere l’opposizione ti saluto, finiremo come in Georgia“.
L’ipotesi al momento appare remota, dato che nella società si è verificato un significativo “allontanamento politico” dalla Russia, determinato dalla delusione per quella che è stata percepita come l’inerzia di Mosca durante la guerra del Nagorno-Karabakh e il conseguente sfollamento forzato degli armeni: il grado di gradimento è crollato dall’83% a circa il 30%. Proprio il tema dei rifugiati si sta rivelando il più delicato. Lo sfollamento forzato di oltre 100.000 armeni del Nagorno-Karabakh (tra cui molte donne, bambini e anziani in condizioni di vulnerabilità) pone all’Armenia sfide finanziarie e sociali di enorme portata. Da alcuni ambienti governativi emerge però una narrativa preoccupante che attribuisce implicitamente la colpa agli armeni del Karabakh sfollati per aver “lasciato” la regione, anziché riconoscere che sono stati “costretti a fuggire”. L’opposizione offre promesse populiste di un “diritto al ritorno” per gli armeni del Karabakh, irrealistiche e irraggiungibili nel prossimo futuro.
La società armena, generalmente meno colpita direttamente dal conflitto, è però fortemente orientata alla pace e desidera la normalizzazione dei rapporti con l’Azerbaigian, anche se le condizioni sono in gran parte dettate da Baku. Il processo di pace viene però considerato al momento molto verticistico, con un coinvolgimento limitato della società civile. Per una pace a lungo termine molti ritengono essenziale un meccanismo di “giustizia transitoria” per le violazioni dei diritti umani sia per gli armeni che per gli azeri, piuttosto che nascondere sotto al tappeto le questioni problematiche.
L’Unione Europea quindi viene vista come una forza stabilizzatrice, che può aiutare l’Armenia nel suo percorso verso il futuro. Non a caso è l’obiettivo della disinformazione russa. Le organizzazioni aderenti a Human Rights House Yerevan hanno aiutato a sventare un complotto contro l’Ue nei giorni del vertice, quando hanno intercettato i tentativi dai parte dei sodali del Cremlino di costruire ad arte una manifestazione a favore dei diritti gay. “La società armena è molto conservatrice e l’intenzione era chiara, far vedere che quando c’è l’Ue arrivano gli omosessuali”, spiega Sona.
“Circolano molte notizie false contro l’Unione Europea, ecco perché dobbiamo proteggere il voto, fare in modo che i cittadini si esprimano liberamente”, dichiara l’ambasciatore Ue presso l’Armenia Vassilis Maragos in un’intervista all’ANSA. “Il ruolo dell’Ue non è quello di scegliere il vincitore, non l’abbiamo mai fatto e non lo faremo mai“. Di certo però Bruxelles è entrata in competizione con Mosca, che ha una tendenza comprovata a rispondere al softpower con i carri armati. Il rischio è che sia l’Ue a non saper gestire le aspettative, dato che per entrare davvero nel club ci vogliono anni se non decenni. “Non possiamo aspettare così tanto, l’Ue dovrebbe offrirci qualcosa in fretta per consolidare il percorso“, confida un funzionario armeno.
Pashinyan sembra però molto consapevole della dura realtà. Nel corso del suo discorso lo scorso aprile al Parlamento Europeo ha ricordato l’adozione della Camera della mozione “sull’avvio del processo di adesione della Repubblica di Armenia all’Unione Europea”. “Ora molti in Armenia si chiedono: quando l’Armenia diventerà membro dell’Unione Europea? La nostra risposta è molto chiara: nessun Paese può diventare membro dell’Ue senza soddisfare i suoi standard. Pertanto, il nostro compito è quello di proseguire il percorso di riforme con il sostegno dei nostri partner europei e soddisfare innanzitutto in modo oggettivo i criteri di adesione all’Ue”, ha detto. “Se poi l’Ue non ci vorrà, avremo beneficiato del processo di riforme“, ha chiosato.
Musica per le orecchie di Bruxelles, che non vede messo in dubbio il castello normativo con un’ulteriore pressione politica. Tuttavia lasciare l’Armenia a se stessa – o alla pressione russa, come accaduto in Georgia – sarebbe un errore. Tanto di quello che è – e ancor più potrà essere – l’Europa e l’Unione Europea passa, o potrà passare, da questo fazzoletto di terra. In fondo è sempre il perimetro che definisce un cerchio e il suo centro, come si vede in Ucraina, in Groenlandia, nel Mediterraneo. Ebbene. In Armenia troviamo tutti gli ingredienti che compongono il romanzo geopolitico contemporaneo: gli equilibri tra Ue, Russia e Usa, guerre antiche e moderne, spiragli di pace e la costruzione di nuove rotte commerciali — e sarebbe il caso che, per una volta, la storia avesse un lieto fine.
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