gli studenti della Sapienza la vedono così (I parte) – Media Duemila


Studentesse e studenti della classe di Agenzie e Nuovi Media del corso di laurea in Editoria e Scrittura della Facoltà di Lettere della Sapienza hanno seguito, mercoledì 27 maggio, il convegno dal titolo ‘Europa alla sfida della guerra ibrida e cognitiva: le responsabilità dell’informazione’, organizzato, presso la sede in Italia del Parlamento europeo, a piazza Venezia, dall’Ufficio per l’Italia del Parlamento europeo, dall’Osservatorio TuttiMedia e da Media Duemila. Queste alcune loro cronache dell’evento.  

La verità “AI generated”, di Marco Mulattieri

A maggio 2026 un utente ha pubblicato su X un quadro di Monet autentico spacciandolo per un prodotto dell’IA: tra i commenti, critici ed appassionati non hanno riconosciuto la mano dell’artista e si sono lanciati in raffinate valutazioni sulla freddezza dell’opera, sull’assenza di anima e su una presunta sensibilità umana che l’intelligenza artificiale non può replicare. L’episodio, che ricorda da vicino il famoso caso delle teste di Modì nel 1984, ha messo a nudo un dato di fondo: siamo sempre meno capaci di riconoscere la verità.

Molti degli interventi più interessanti al convegno di mercoledì 27 maggio hanno rilevato quanto il fronte dell’informazione e della percezione cognitiva sia cruciale per i nuovi conflitti: anche se il lettore/ utente moderno è più consapevole e scettico, manipolare l’opinione pubblica è più facile se non è possibile verificare con certezza una notizia.

Tanto più se anche le macchine vengono ingannate da sé stesse. Il sito Newsguard, impegnato dal 2018 nella valutazione di attendibilità delle testate online, ha rilevato un altro caso interessante: analizzando una clip dell’IA con un’altra intelligenza artificiale, la seconda è stata ingannata ed ha giudicato reale la clip. Un cortocircuito inquietante, che risveglia i peggiori timori della letteratura su rivolte delle macchine e sottomissione dell’umanità.

Non a caso, intervenendo al convegno, Diego Ciulli, responsabile affari governativi e public policy di Google per l’Italia, ha ricordato come la sua azienda abbia introdotto già nel 2023 un sistema di filigrana invisibile (SynthID) per l’identificazione di contenuti generati con IA e ha annunciato, quasi in tempo reale, l’implementazione di un sistema di rilevamento automatico della filigrana in via sperimentale su Youtube. Certo: si potrebbe questionare sul ritardo tra introduzione della filigrana e sistema di rilevamento, o sull’opportunità di un contrassegno invisibile invece di sistemi più immediati e percepibili, ma apprezziamo le buone intenzioni.

Il punto è che il confine tra vero e falso si sta assottigliando e i criteri di valutazione diventano sempre meno validi: il giudizio umano è viziato da (pre)giudizi di fondo e l’intelligenza artificiale non è affidabile. Nell’era dell’informazione da tutti e per tutti, che non sempre viene filtrata da canali professionali, una soluzione potrebbe arrivare da un maggiore impegno nella tracciabilità delle fonti: se non è possibile impedire la generazione di contenuti falsi alla radice, si può, tuttavia, identificare con la maggiore chiarezza possibile gli autori, le fonti e i canali per risalire all’indietro la ‘catena di montaggio’ e responsabilizzare l’informazione digitale. Se non è possibile intervenire su cosa e come, si può almeno chiarire chi e perché.

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Tra algoritmi e spirito critico, di Nicolo Tosoni e Flavio Ferraresi

Google si presenta come un alleato nella lotta alla disinformazione. Ma fino a che punto possiamo credere che una delle più grandi piattaforme digitali al mondo possa essere giudice imparziale della qualità informativa? È uno dei temi emersi durante il convegno di mercoledì 27 maggio. Nei vari panel, politici, funzionari, giornalisti e rappresentanti del settore tecnologico si sono confrontati sulle nuove minacce all’ecosistema informativo.

Fra i tanti relatori, Diego Ciulli, responsabile delle relazioni istituzionali di Google in Italia, ha esposto le iniziative messe in campo dall’azienda per contrastare la disinformazione … Ciulli ha detto che l’azienda sta monitorando più di 200 gruppi coinvolti in attività di cyberattacco finanziate da governi e ha rimosso più di 1200 canali YouTube legati alla propaganda russa. E ha inoltre annunciato un potenziamento di Gemini: l’intelligenza artificiale sarà in grado di verificare se un video sia reale o creato da IA, così da etichettare in modo esplicito i video falsi pubblicati su YouTube.

Un aggiornamento cruciale nel contesto contemporaneo di guerra ibrida, che ritrae una Big Tech impegnata a contrastare la manipolazione informativa e a promuovere un uso responsabile dell’intelligenza artificiale. A contestare questa presentazione è stato il giornalista ed eurodeputato Gaetano Pedullà: “Google non è una vergine”, ha affermato Pedullà, secondo cui l’informazione di qualità non può dipendere da cabine di regia o dagli algoritmi, dato che, per loro stessa natura, essi tendono a premiare contenuti polarizzanti che influenzano la percezione della realtà negli utenti. Per questo motivo, l’eurodeputato sostenuto la necessità di costruire piattaforme editoriali europee indipendenti e di consolidare il sostegno ai professionisti del settore.

Il nodo cruciale del dibattito sull’informazione contemporanea sembra girare intorno al ruolo delle tecnologie digitali: sono una soluzione alla disinformazione o ne costituiscono una delle cause principali? In questa prospettiva si è collocato l’intervento conclusivo di Derrick de Kerckhove. Il sociologo de Kerckhove infatti, pur riconoscendo le potenzialità dell’intelligenza artificiale, si è concentrato sul pensiero individuale.

L’IA è infatti capace di cambiare il mondo in cui viviamo e la percezione che abbiamo di esso, ma in sé non è pericolosa. Il vero rischio per le democrazie, ha sostenuto, risiede nell’indebolimento della capacità critica delle persone. Per questo motivo oggi è urgente investire in “sicurezza cognitiva” (la protezione della mente umana dalle manipolazioni intenzionali) con la stessa energia con cui si investe nella difesa militare.

Un concetto che richiama le radici della sociologia dei media: già nel 1964 Marshall McLuhan, che di de Kerckhove è stato maestro, spiegava come comprendere il funzionamento dei media fosse la condizione necessaria per non subirne passivamente gli effetti. In un’epoca dominata da algoritmi, deepfake e intelligenza artificiale, il vero antidoto alla disinformazione resta la capacità critica delle persone.

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Picierno per il sostegno a un giornalismo di qualità, di Aurora Dipalma

“La disinformazione è ora una struttura operativa dei conflitti e delle questioni geopolitiche contemporanee”: è da questa consapevolezza che parte l’intervento di Pina Picierno al convegno di mercoledì 27 maggio. La vicepresidente del Parlamento europeo concentra la sua riflessione sul concetto di “guerra ibrida”, una guerra le cui trincee sono gli algoritmi e le ferite causate da armi invisibili si concretizzano nella manipolazione del consenso democratico e nella distorsione del dibattito pubblico.

La guerra ibrida si combatte in un modo singolare, alterando la percezione collettiva della realtà, manipolando il consenso democratico e, di conseguenza, colpendo la capacità decisionale delle economie e degli Stati stessi, fino a generare, talvolta, forme di paralisi democratica. In un’economia avanzata e interconnessa come quella dell’Unione europea, continua Picierno, non è possibile sottovalutare una minaccia di questo tipo. La vulnerabilità informativa diventa infatti anche vulnerabilità economica e politica: colpire la fiducia dei cittadini significa destabilizzare mercati, rallentare processi decisionali, compromettere la coesione sociale e mettere in discussione i principi democratici stessi.

Per questo motivo è necessario avviare un profondo cambio di paradigma, capace di rafforzare la sicurezza europea non sul piano militare, ma su quello economico, tecnologico e culturale. Tale cambio di paradigma deve partire “dal basso”, dalle e per le nuove generazioni. La vice-presidente mette sul tavolo delle ipotesi l’esigenza di una educazione cognitiva che cominci proprio dalla scuola: insegnare ad accendere e spegnere il computer ormai non basta più (e non serve a nulla); è, invece, necessario capire il meccanismo della manipolazione digitale, riconoscere le dinamiche degli algoritmi, analizzare criticamente le fonti e individuare contenuti alterati o generati dall’intelligenza artificiale.

L’alfabetizzazione digitale, in questa prospettiva, non riguarda soltanto le competenze tecniche, ma diventa una questione di cittadinanza democratica attiva. Non si tratta più soltanto di controllare territori o risorse materiali: oggi il terreno dello scontro è la mente dei cittadini, la loro capacità di distinguere il vero dal falso e di esercitare un giudizio critico autonomo. Se la tenuta di un sistema democratico dipende anzitutto dall’integrità dell’informazione, allora non si può prescindere dal sostegno e dal finanziamento di un giornalismo di qualità, capace di verificare le fonti e contrastare la manipolazione. Difendere la verità, imparare a orientarsi nel caos informativo e sviluppare senso critico rappresentano oggi condizioni essenziali per preservare la libertà individuale e la stabilità delle democrazie europee.

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Qualità dell’informazione come scudo democratico, di Nereide Terranova

Le guerre di oggi non si limitano più ai confini fisici dei campi di battaglia: si combattono in modo subdolo e pervasivo, nello spazio cognitivo e informativo. È quanto emerso dall’intervento di Cristina Monti, capo team degli Affari politici della Rappresentanza in Italia della Commissione europea, in occasione del convegno di mercoledì 27 maggio. La relatrice ha descritto la manipolazione informativa come un vero e proprio “ecosistema industrializzato e multilivello” strutturato su strategie di propaganda e cyber-criminalità finalizzate alla saturazione dello spazio informativo e cognitivo con conseguente polarizzazione di opinioni e scelte politiche e sociali.

In questo senso, l’intelligenza artificiale starebbe ricoprendo un ruolo centrale nella costruzione delle campagne di influenza, accelerandone e amplificandone i processi. Per rispondere a una minaccia di tale portata, Monti spiega come l’Unione europea abbia agito attraverso una profonda evoluzione normativa, segnata in primis dal Digital Services Act (DSA), il regolamento europeo sui servizi digitali: qui il focus non riguarda più esclusivamente la moderazione all’interno delle piattaforme, ma si sposta sulla responsabilità informativa delle architetture digitali stesse, che vengono chiamate a rispondere degli algoritmi.

A questo pilastro si affianca lo European Media Freedom Act (EMFA), il regolamento europeo sulla libertà dei media, tassello fondamentale del rafforzamento del sistema democratico. L’obiettivo a lungo termine dell’Ue è quindi chiaro: costruire capacità democratiche permanenti. La resilienza di una società democratica non risiede unicamente nei sistemi di sicurezza tecnologica, ma anche nella qualità del sistema informativo che richiede una responsabilità condivisa.

In ultima analisi, dunque, la risposta alla sfida della guerra cognitiva deve essere anche culturale e educativa. Diventa centrale la capacità delle società di rimanere aperte e pluraliste grazie alla consapevolezza critica dei cittadini.

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