Il paradosso del de-risking: perché l’Europa compete con gli strumenti sbagliati nel momento giusto


Quattro anni dopo aver lanciato il Global Gateway, che avrebbe dovuto contrapporsi come alternativa credibile alla BRI, i paesi africani risultano ancora profondamente integrati nelle reti economiche cinesi. Non si tratta di una mancanza di investimenti, o di volontà politica, ma di un mismatch epistemologico. Il resource nationalism africano potrebbe rappresentare per l’UE, un’opportunità per correggersi. 

Nel dicembre 2021, l’Unione Europea aveva lanciato il Global Gateway, annunciando investimenti per 300 miliardi nel Global South. L’obiettivo era diversificare il più possibile le catene di approvvigionamento di materie prime critiche, riducendo così anche la dipendenza dalla Cina grazie a una “alternativa basata sui valori” per lo sviluppo dei paesi africani e latinoamericani. Tuttavia quattro anni dopo, le sfere di influenza cinese non sembrano aver ceduto il passo. 

In paesi come la Repubblica Democratica del Congo (DRC), con cui l’UE ha firmato una partnership strategica sui minerali critici nel 2023 e approvato una roadmap operativa nel 2024, le aziende cinesi controllano ancora il 72% delle miniere di cobalto e rame, dove la DRC produce oltre il 70% del cobalto mondiale.

L’UE possiede risorse comparabili a quelle cinesi e ha dimostrato impegno attraverso summit di alto livello e accordi di partenariato. Pertanto non si tratta di una mancanza di capitali o volontà politica, ma di un problema epistemologico: mentre l’UE tratta i partenariati come contratti, orientati a un risultato preciso, vincolati nel tempo e condizionati da standard di governance, la Cina li tratta come relazioni processuali sul lungo periodo. Come argomenta Qin Yaqing nella sua Relational Theory of World Politics, quando un attore opera secondo la rational choice logic (massimizzare i guadagni materiali e minimizzare i rischi attraverso la condizionalità) e un altro opera secondo la relational choice logic (massimizzare la sostenibilità della relazione e minimizzare la perdita della “faccia”) la competizione non è semplicemente economica ma ideazionale.

Vent’anni di capitale relazionale: cosa il Global Gateway non può comprare

La presenza cinese in Africa si misura soprattutto in decenni di costruzione di capitale relazionale: borse di studio per i giovani africani, programmi di scambio per i giornalisti africani, il Forum sulla China-Africa Media Cooperation istituito nel 2014, la Belt and Road News Network che raggruppa i media di 86 paesi africani. Il FOCAC, istituito nel 2000 e riunito triennalmente fornisce un quadro istituzionale stabile per l’engagement cinese. Tale continuità istituzionale di lungo periodo è quasi assente dalle relazioni UE-Africa, che rimangono più frammentate.

La narrativa costruita attorno alla terminologia della “cooperazione Sud-Sud”, del “partenariato tra eguali” e dello “sviluppo win-win” contrasta esplicitamente con il colonialismo europeo storico e con la condizionalità occidentale contemporanea. Pechino si presenta come il “più grande paese in via di sviluppo” che, avendo avuto successo nella modernizzazione economica, ora si fa carico di aiutare gli altri paesi in via di sviluppo a industrializzarsi. Dal punto di vista della Relational Theory di Qin Yaqing, questo stile di interazione dovrebbe prioritizzare il mantenimento dell’armonia e della “faccia” nella relazione, anche in condizioni di asimmetria materiale, come nel caso dei paesi africani. Questo spiegherebbe il vantaggio relazionale cinese in molti contesti del Global South, ovvero che la relazione viene percepita come rispettosa, non condizionale, e orientata alla dignità dello sviluppo locale.

Il fallimento epistemologico del de-risking

Gli obiettivi fissati dal Critical Raw Materials Act europeo (2023) sono ben precisi. Nessun paese terzo può coprire più del 65% del consumo annuale dell’UE di qualsiasi materia prima strategica entro il 2030. Gli investimenti globali stanziati per il Global Gateway costano complessivamente 300 miliardi di euro investiti globalmente, di cui fino a 150 miliardi di euro destinati al Africa-Europe Investment Package per il periodo 2021-2027. Pertanto, sul piano formale l’UE dispone degli strumenti, sul piano relazionale si trova a interagire in spazi già sotto l’influenza cinese. 

I casi di DRC e Zambia sono emblematici. In entrambi i paesi, i partenariati strategici dell’UE sulle materie prime critiche sono stati lanciati attraverso eventi di alto profilo, all’insegna della sostenibilità, governance ambientale, e standard ESG rigorosi. Tuttavia, secondo l’European Council on Foreign Relations, proprio questi ultimi rischiano di essere intesi come neocolonialismo verde, dove l’Europa vorrebbe stabilire cosa sia una “buona governance” mineraria per i paesi africani. Al contrario, l’approccio cinese è ancorato ai principi di rispetto reciproco e non interferenza. Questa viene percepita come una differenza chiave rispetto agli approcci occidentali.

Il XV Piano Quinquennale cinese (2026-2030) approvato lo scorso marzo aggiunge un nuovo livello di lettura. Il capitolo 52, dedicato alla “Salvaguardia della sicurezza economica nazionale” articola un sistema di resilienza mineraria dove stoccaggio strategico, monitoraggio delle forniture e risposta d’emergenza diventano priorità. Il cambio di registro rispetto allo scorso piano quinquennale è evidente, quello che viene delineato è un sistema strutturato di resilienza che segnala che la Cina sta trasformando il proprio vantaggio relazionale in Africa in un’architettura di sicurezza.

Il resource nationalism come finestra di opportunità

Un altro elemento che complica il quadro ma che potrebbe rappresentare una significativa opportunità per l’UE è il resource nationalionalism, che sta mettendo a dura prova la relational authority cinese. Nel febbraio 2026, lo Zimbabwe ha sospeso con effetto immediato tutte le esportazioni di litio e minerali grezzi, anticipando un divieto che era previsto per il 2027. In Namibia, dal giugno 2023 è invece in vigore un divieto sulle esportazioni di minerali critici non lavorati. Nel dicembre 2025, la DRC ha avviato un accordo di cooperazione strategica con gli Stati Uniti. Il resource nationalism non nega il vantaggio relazionale cinese, ma lo complica, in quanto la dipendenza cinese inizia a essere usata a livello negoziale: rinegoziazione dei contratti minerari, imposizione di divieti sull’export di minerali non lavorati aprendo canali alternativi verso l’Occidente. 

In termini di Relational theory, vengono rinegoziati i termini della relazione senza uscirne, il che ne dimostra la solidità ma al contempo i limiti strutturali.

Per l’UE, significa un potenziale vantaggio: i paesi africani stanno cercando attivamente di diversificare i propri partner, per aumentare il proprio potere negoziale. Il tipo di engagement europeo potrebbe proprio in questo momento trovare degli interlocutori ricettivi.

IPOTESI SPECULATIVA

Il de-risking europeo si trova in un momento di biforcazione. L’opportunità aperta dal resource nationalism è temporanea: man mano che la presenza cinese si consolida in contratti a lungo termine, lo spazio per costruire partnership alternative si riduce. Tuttavia il XV FYP ci segnala anche che Pechino è consapevole di questa dinamica e sta secuiritizzando la propria presenza, sfruttando il vantaggio relazionale sta creando una resilienza istituzionalizzata. La domanda è se l’UE è disposta a cambiare il registro del proprio engagement prima che l’opportunità si chiuda.

BEST CASE SCENARIO

L’UE sfrutta l’opportunità aperta dal resource nationalism e riorienta il Global Gateway verso un modello di industrial upgrading locale, supportando la trasformazione dei minerali in loco piuttosto che la loro estrazione per la lavorazione europea. Si va ad investire prima in capitale relazionale e sviluppo industriale locale, mentre le normative agenda ESG subentrano a un livello successivo. I paesi africani- DRC, Zambia, Zimbabwe, Namibia percepiranno di conseguenza l’UE come partner che rispetta il loro sviluppo. Il Critical Raw Materials Act verrà pertanto integrato con meccanismi di partenariato che creano valore anche nei paesi produttori.

SCENARIO INTERMEDIO

L’UE effettua modifiche parziali al Global Gateway, aumentando i finanziamenti per la trasformazione locale dei minerali, e riducendo la rigidità della condizionalità ESG in alcuni settori, ma il modello di engagement non cambia strutturalmente. In questo scenario pertanto i paesi africani mantengono relazioni parallele con Cina, UE e Stati Uniti. Il resource nationalism di fatto non produce una rottura con la Cina, la cui presenza rimane dominante ma non esclusiva.

WORST CASE SCENARIO

L’UE mantiene il modello del Global Gateway senza aggiustamenti significativi. Il resource naationalism in questo scenario, viene percepito da Bruxelles come un’opportunità per inserire più condizionalità. I paesi africani pertanto continueranno a scegliere il modello relazionale cinese a quello europeo. Il de-risking europeo raggiunge i suoi obiettivi formali, ovvero la diversificazione su carta, senza ridurre la dipendenza strutturale dell’africa cinese nelle supply chain globali.


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 Maria Serena Zarrella

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