Vent’anni fa, Sebastian Fitzek pubblicava in Germania il suo primo romanzo, La terapia, diventato subito bestseller, al punto da contendere il primo posto in classifica al Codice da Vinci. Da allora, lo scrittore tedesco – classe 1971 – ha dato alle stampe 29 psycho-thriller (più di uno all’anno) ed è stato tradotto in 36 Paesi, affermandosi sulla scena mondiale come esponente di punta del genere: oltre 20 milioni di copie vendute in totale. Adesso Fitzek è tornato ai suoi lettori italiani con il suo ultimo lavoro, L’internato, uscito per Fazi, traduzione di Sveva Lizza. Un bambino scompare nel nulla e un anno passa senza notizie. Il padre, Till Berkhoff, in preda alla disperazione, decide di seguire l’unica pista possibile tra i corridoi claustrofobici di una clinica psichiatrica forense. Qui c’è un uomo, rinchiuso dopo aver commesso due infanticidi, che potrebbe essere il colpevole. La trama, ricca di colpi di scena, è narrata con ritmo incalzante e uno stile magistrale che tiene sospesi fino all’ultima pagina.
Vent’anni di storie mozzafiato. Fitzek, dove continua a trovare ispirazione?
“Le storie si nascondono ovunque ma è come contare le macchine rosse. Se ti chiedessi di dirmi quante macchine rosse hai incontrato venendo qui, probabilmente non sapresti rispondermi. Ma se ti offrissi mille euro per ogni macchina rossa che vedi, beh inizieresti a contarle e torneresti da me con una risposta. In ogni persona che incontriamo può nascondersi una storia da raccontare. Ma se non ci interessa, se non siamo mossi da un qualche stimolo, allora non ci facciamo caso”.
Per il suo nuovo romanzo, L’internato, qual è stata la scintilla?
“Ero a una festa di compleanno e tra gli invitati c’erano due poliziotti. Parlavano di un assassino che avevano appena arrestato per aver ucciso due ragazzini. Dicevano che non avrebbero mai trovato i corpi se lo stesso colpevole non avesse detto loro dove fossero. Sapevano, inoltre, che quell’uomo aveva commesso altri omicidi ma lui non aveva più parlato e quindi probabilmente non sapranno mai nulla delle altre vittime. Allora mi sono messo nei panni di un padre il cui figlio scompare e mi sono chiesto cosa farei io. Vorrei avvicinarmi all’assassino e scoprire la verità o preferirei conservare la speranza? Da questo dilemma è nata la storia. Poi ho iniziato a pensare ai protagonisti. Scrivere vuol dire fare un viaggio con i personaggi, devi entrare in connessione con loro”.
Ha mai perso il controllo dei suoi personaggi o della trama? Tra i tanti colpi di scena e cambi di prospettiva ai suoi lettori può capitare di perdersi.
Fitzek sorride: “A differenza dei lettori, trascorro molto più tempo immerso nelle mie storie. Ci sono periodi in cui scrivo ogni giorno e inizio sempre rileggendo il capitolo precedente, per tenere il filo. Inoltre ho due editor bravissime, Regina e Caroline; dopo aver letto la prima bozza, non conoscendo esattamente la storia che ho in testa, mi fanno molte domande. Io le ascolto e, nella seconda stesura, cerco di rispondere. Credo che il trucco per una buona scrittura stia sempre nella ri-scrittura”.
Il protagonista del nuovo libro si arrischia nei meandri di una clinica psichiatrica per “inseguire” il presunto assassino. Quando la ricerca della verità diventa ossessione e quindi follia essa stessa?
“Questa è “LA“ domanda alla base di ogni mio libro: quando un comportamento passa da essere sano a essere folle? Ciò che vediamo, sentiamo è la realtà o qualcos’altro? Il cervello può ingannarci e distorcere le nostre percezioni. Ora, per esempio, sono in un posto in cui si incontrano scrittori, giornalisti e pubblico e sto facendo un’intervista. Ma se a un certo punto si aprisse una porta ed entrasse un medico che mi dicesse “ok, è ora della medicazione“? Quel momento in cui scopri che ciò che stai vivendo è falso è un momento fortemente scioccante ma anche cruciale; può portare fino al suicidio o condurre alla verità”.
La follia, nel senso di incapacità di intendere e di volere, esclude la responsabilità penale. Ma se, scavando a fondo, ogni atto criminale fosse riconducibile a qualcosa di ingovernabile dall’essere umano? Saremmo tutti assolvibili?
“È una questione molto difficile. In Germania c’è un film, Der freie Wille (The Free Will), che pone esattamente questo dilemma: abbiamo davvero un libero arbitrio?”.
In Italia, i manicomi “civili” sono stati aboliti con la legge Basaglia nel 1978. Nel 2015, sono stati chiusi anche gli ospedali psichiatrici giudiziari (sostituiti dalle REMS). In Germania, invece, questi istituti permangono, seppur riformati. Che percezione c’è sul tema?
“In Germania c’è lo stigma per cui chi soffre di patologie psichiatriche è un soggetto pericoloso per la società. Molto spesso, però, si tratta di persone più pericolose per se stesse che per gli altri. In diversi miei romanzi, infatti, sono loro le vittime e non i colpevoli. Quest’ultimo libro, invece, è ambientato in una clinica forense (diversa dalle cliniche di psichiatria generale), dove viene rinchiuso solo chi, soffrendo di disturbi mentali, arriva a commettere un reato. Si tratta di una categoria specifica e circoscritta e ci tengo molto che emerga questa differenza, che in pochi riconoscono, per non alimentare il pregiudizio per cui tutti gli psicopatici sono criminali”.
I suoi thriller toccano le angosce più profonde dell’essere umano. Qual è la sua paura più grande?
“Come padre di cinque figli, la mia paura più grande è perdere uno di loro. Dopo la presentazione dell’Internato al Salone del Libro di Torino, si è avvicinato il padre di due ragazze, una delle quali è scomparsa – come succede al bambino del mio romanzo. Ho pensato che la scomparsa di un figlio, di cui a un tratto non si hanno più notizie, forse è ancora più angosciante della morte. Perché non ti rassegni”.
“Si immagina quanto dev’essere orribile fuggire in continuazione da se stessi?” scrive nell’Internato. Le è mai successo?
“Di voler proprio scappare da me stesso direi di no, ma mi è capitato di desiderare di essere qualcun altro. E, secondo una mia teoria, questo può condurre all’arte: ai libri, alla musica. Per esempio: i giovani che leggono fantascienza lo fanno per proiettarsi in altri mondi. Ci sono molte storie che iniziano con il protagonista che vuol essere qualcun altro, prova a diventarlo e alla fine, però, capisce che non c’è cosa migliore che accettare se stessi. Mi ci è voluto molto tempo per accettarmi”.
C’è qualcosa di cui non riuscirebbe a scrivere?
“Non credo di avere limiti sul cosa scrivere. A volte, però, mi interrogo sul come farlo”.
È sempre necessario scavare tanto a fondo?
“A volte sì, a volte forse no”.
Sono state date molte etichette alla sua scrittura: se dovesse descriverla lei con poche parole?
“Suspense, colpi di scena, finale scioccante”.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Source link




