Intesa, Unicredit e Bpm. Tre operazioni, una logica: margini per gli azionisti, clienti ai margini



L’espressione Risiko bancario suona sempre un po’ strana. Probabilmente fa riferimento al fatto che il personale, i clienti, gli sportelli non sono altro che pedine, carri armati che possono essere spostati a piacimento. Una valutazione avvalorata dal fatto che, se due banche si fondono, le cose sembrano cambiare poco per i cittadini e le imprese. Invece le cose non stanno così, siamo di fronte a trasformazioni che impattano profondamente sull’economia – come del resto nel caso in cui si fondessero Eni ed Enel.

Il sistema finanziario italiano sta vivendo una stagione straordinaria. Appena archiviata l’operazione non andata in porto di Unicredit su Banco Bpm e quella invece conclusasi con successo di Monte dei Paschi di Siena (Mps) su Mediobanca ci troviamo di fronte a tre operazioni: Unicredit con l’offerta su Commerzbank, Banco Bpm propone nozze alla pari a Mps, Intesa promuove una offerta pubblica di scambio (quindi una fusione) su Mps.

È difficile discutere della validità di una offerta piuttosto che di un’altra. Le diverse offerte debbono essere valutate sotto almeno tre profili: efficienza della gestione degli istituti, risvolti sulla stabilità finanziaria, benefici per i clienti finali (cittadini e imprese). Anche leggendo le carte messe a disposizione dai contendenti è difficile capire come stanno le cose in quanto i cosiddetti piani industriali sono spesso montanti ad arte per avvalorare una proposta e devono dunque essere presi con le molle.

Nell’attuale scenario occorre in primo luogo prendere atto che l’operazione Mps-Mediobanca è stata tutt’altro che l’inizio di un futuro radioso che avrebbe portato alla nascita di un terzo polo indipendente. L’amministratore delegato di Mps Lovaglio ha detto ‘‘tutte le strade portano a Siena’’, sì ma non nel senso che la banca sarebbe stata il pilastro del terzo polo, ma nel senso che ha le gambe troppo malferme per andare avanti da sola. Un progetto di fusione con Mediobanca difficile da gestire, cui il mercato non ha mai creduto davvero per la diversità della natura delle due banche e, soprattutto, un azionariato tutt’altro che stabile portano Mps a divenire preda o, nella migliore delle ipotesi, a convolare a nozze forzate. È escluso che Mps possa camminare sulle sue gambe.

Dei tre profili che interessano mettiamo da parte quello della stabilità finanziaria, cioè se un piccolo istituto creditizio sia più o meno stabile di un grande istituto. Ci sono argomenti a favore di ambedue le posizioni, le banche americane sono cresciute a dismisura rispetto a quelle europee, e una crescita dimensionale delle banche europee è vista come cosa positiva per la competitività dell’Europa. Non discutiamo questo aspetto, auguriamoci solo che Bce abbia strumenti sufficienti per garantire la stabilità degli intermediari.

Partiamo da Unicredit e Commerzbank. L’operazione di Unicredit origina dal fatto che la banca tedesca è da tempo gestita in modo poco efficiente con un rapporto cost/income oltre il 50%, fuori scala rispetto alle banche europee e alla stessa Unicredit che vanta un ratio del 33%. Unicredit ha visto in Commerzbank una preda sottovalutata dal mercato a causa della cattiva gestione, la promessa è di traguardare la banca ad un ratio del 40%. Quindi l’operazione nasce dalla scarsa efficienza della banca, un dato di fatto inconfutabile, non a caso da quando Unicredit si è mossa la banca si è data da fare per tagliare i costi. L’operazione segnerebbe la più importante fusione transfrontaliera a livello europeo mostrando che il mercato finanziario è aperto a queste operazioni. Quali effetti? Sul fronte della concorrenza, e quindi dei benefici diretti per i clienti, non dovrebbero esserci effetti negativi. Il punto è piuttosto un altro: le operazioni transfrontaliere hanno una loro logica se si sa chi comanda. Le operazioni che promettono una governance condivisa, centri direzionali diffusi sul territorio non hanno alcun futuro. Orcel metterà sul piatto qualche concessione ma nessuno gli crede memori anche di quanto Unicredit ha fatto con Hvb. A Berlino e Francoforte sanno che Unicredit viene per comandare e questo non va a genio temendo che Orcel sia interessato soltanto a massimizzare il valore degli azionisti e della sua remunerazione senza pensare alle ricadute sull’economia. È assai probabile che sia così ma gli argomenti in mano a Berlino sembrano davvero pochi, le dichiarazioni non bastano e gli investitori istituzionali si sono già mostrati molto sensibili alle promesse di lauti dividendi. L’operazione dovrebbe andare in porto salvo che il governo tedesco e la Bafin non intervengano in modo pesante.

Le nozze Mps Banco Bpm sanno tanto di mossa della disperazione con tanto di annuncio pubblico all’attenzione del Cda di Mps. Ambedue le banche hanno un azionariato tutt’altro che stabile e management che non sembrano in grado di guidare un processo di aggregazione. Sulla carta, un terzo polo fondato su Mps, Banco Bpm, Mediobanca potrebbe anche stare in piedi ma ci vorrebbe tanto tempo, e non è detto che il mercato glielo conceda.

Infine l’operazione di Intesa che appare quella più solida. Intesa ha un azionariato stabile, ha già assorbito banche gestendo bene l’integrazione. Il problema qui nasce dalle ricadute sul fronte alla concorrenza: la prima e la quinta banca italiana (Bper) si spartiscono le spoglie della quarta banca. Intesa incorporerebbe solo una parte degli sportelli e degli assets di Mps cedendo il resto a Bper. Come nel caso di Ubi sei anni fa, Intesa cerca di aumentare la dimensione soprattutto in termini di assets dividendosi le spoglie delle banche medie-grandi. Sempre Bper fu partner di Intesa in quella operazione. Il risvolto negativo riguarda il profilo della concorrenza, un aspetto aggravato in questo caso dal fatto che Intesa eliminerebbe il suo principale competitor nel capital market (Mediobanca). I profili industriali potrebbero essere più interessanti nel caso di una integrazione con Generali, ma questo è un capitolo che per il momento appartiene al futuribile.

Le operazioni in definitiva interessano per due profili: ricadute sull’economia, valore degli azionisti. Il primo non entra però in gioco in queste vicende. È il valore delle azioni che porta un investitore ad aderire o meno ad un’offerta. Unicredit e Intesa sembrano avere carte solide da giocare su questo fronte, che poi questo porti benefici all’economia italiana e tedesca è tutto da vedere. Anche se questo non fosse il caso, i governi non avrebbero gli strumenti per indirizzare il mercato e, forse, neppure per capire cosa sia meglio fare.


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 di Emilio Barucci

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