L’azione climatica come obbligo giuridico internazionale: il parere della Corte Internazionale di Giustizia 


Uno storico parere consultivo della Corte internazionale di Giustizia riconosce l’azione climatica come un obbligo giuridico internazionale: ragioni e implicazioni.

Nel 2019, un gruppo di studenti di giurisprudenza della University of the South Pacific di Vanuatu ha intrapreso un’intensa campagna per rafforzare il riconoscimento della lotta al cambiamento climatico nel diritto internazionale. La loro iniziativa è stata poi fatta propria da Vanuatu – uno dei Paesi più esposti agli effetti della crisi climatica –, che l’ha portata alle Nazioni Unite. Nel 2023, lo Stato insulare del Pacifico ha promosso, all’interno della Assemblea generale, una risoluzione che chiedeva alla Corte internazionale di Giustizia (CIG) di chiarire quali fossero gli obblighi giuridici degli Stati in materia di clima. 

Ne è seguito lo storico parere consultivo della Corte del 23 luglio 2025, con il quale la CIG ha riconosciuto che l’azione climatica non costituisce soltanto un obiettivo politico, ma risponde a veri e propri obblighi giuridici internazionali. Secondo la CIG, se uno Stato viola i propri obblighi in materia climatica, può commettere un illecito internazionale ed essere chiamato a risponderne. Su quali fondamenti giuridici si è basata la CIG e quali sono le implicazioni del suo parere?

I PARERI CONSULTIVI DELLA CIG: NATURA E RILEVANZA

I pareri consultivi della CIG rispondono a richieste da parte di organi o agenzie specializzate dell’ONU di orientamento su questioni controverse o ambigue di diritto internazionale. Nel caso in questione, la Corte ha fatto chiarezza sugli obblighi internazionali in materia di clima, obblighi che i tribunali di tutto il mondo hanno spesso esitato a far rispettare, citandone l’ambiguità giuridica. Sebbene non vincolanti, i pareri della CIG godono di grande peso giuridico e autorità morale. Ne è un esempio il parere consultivo della Corte sulle armi nucleari del 1996, che ha costituito un importante punto di riferimento nella campagna a favore del disarmo nucleare. 

Anche il parere del 2025 ha finora ricevuto riscontri positivi. A dimostrarlo è stata la mobilitazione senza precedenti che ha portato ben 96 Stati e 11 organizzazioni internazionali a presentare contributi orali e scritti alla Corte, oltre alla recente adozione, lo scorso 20 maggio, di una risoluzione dell’Assemblea generale che riconosce e sostiene il parere. Con ben 141 voti a favore, la risoluzione del 20 maggio è stata considerata la più importante svolta nella governanceclimatica dall’adozione dell’Accordo di Parigi del 2015 e del documento finale della COP28 di Dubai del 2023, segnando un crescente consenso a favore della responsabilità giuridica per l’inazione climatica.

CONTENUTO E BASI GIURIDICHE DEL PARERE SUL CLIMA

Nel suo parere consultivo, la Corte ha concluso che l’azione climatica costituisce un obbligo giuridico internazionale che affonda le proprie radici in tre regimi principali: i trattati sul cambiamento climatico e altri accordi ambientali, il diritto internazionale consuetudinario e il diritto internazionale dei diritti umani.

Tra i trattati sul cambiamento climatico, la Corte ha posto enfasi sulla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), sul Protocollo di Kyoto e sull’Accordo di Parigi. Si tratta di strumenti che si complementano e che prevedono obblighi vincolanti per le parti. In primo luogo, gli Stati parte di questi trattati sono tenuti a intervenire per mitigare i cambiamenti climatici, riducendo le emissioni di gas a effetto serra nell’atmosfera. 

Tra le misure di mitigazione rientrano anche quelle volte a regolare le attività degli attori privati. Sebbene gli attori privati non rientrino nella giurisdizione della CIG, la Corte ne ha comunque riconosciuto il ruolo nell’azione per il clima. Lo ha fatto sottolineando il dovere degli Stati di limitare la quantità di emissioni prodotte dai privati, pur riconoscendo che le condotte di questi attori non siano direttamente attribuibili allo Stato di appartenenza.

All’interno dei trattati in questione, gli Stati hanno anche l’obbligo di adattarsi ai cambiamenti climatici, costruendo infrastrutture, abitazioni e sistemi economici resilienti. Devono inoltre cooperare nella tutela dell’ambiente. La comunicazione – come quella dei contributi determinati a livello nazionale (NDC) per le parti dell’Accordo di Parigi –, la trasparenza, l’assistenza finanziaria e il trasferimento di tecnologie costituiscono i pilastri di un’azione climatica collettiva che tiene conto delle esigenze specifiche e delle asimmetrie economiche tra i diversi paesi.

Non sono solo le parti di determinati trattati ambientali a doversi assumere obblighi giuridici di tutela dell’ambiente. La CIG ha infatti chiarito che l’azione climatica risponde anche a principi consolidati di diritto internazionale consuetudinario, quindi a obblighi erga omnes che riguardano e vincolano tutti gli Stati. Tra questi, l’obbligo di prevenire danni significativi all’ambiente e di cooperare nel trattare questioni di interesse comune, quali il cambiamento climatico, sono norme di natura consuetudinaria che devono essere rispettate da ogni Stato.

Il parere della Corte è storico anche perché mette in luce il nesso inscindibile tra tutela dell’ambiente e diritti umani. Richiama infatti trattati vincolanti come il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali e il Patto internazionale sui diritti civili e politici, che sanciscono l’obbligo di garantire il diritto a un ambiente pulito, sano e sostenibile. Dalla tutela dell’ambiente dipendono altri diritti inalienabili come il diritto alla vita, alla salute e a un tenore di vita adeguato, compreso l’accesso all’acqua, al cibo e all’alloggio.

Secondo la CIG, se uno Stato viola uno qualsiasi dei suoi obblighi climatici, può commettere un illecito internazionale che comporta la sua responsabilità. In tal caso, lo Stato è chiamato a risponderne: può essere obbligato a cessare la condotta illecita, a fornire garanzie di non ripetizione e a risarcire i danni.

IMPLICAZIONI DEL PARERE DELLA CIG

L’autorità dei pareri della CIG, considerata il più alto tribunale internazionale, comporta per gli Stati elevati costi diplomatici e reputazionali in caso di contrasto con le indicazioni della Corte. Di fronte a quelli che la CIG ha riconosciuto come obblighi giuridici gravanti su tutti gli Stati, una potenza come gli Stati Uniti – storicamente la maggiore responsabile dell’inquinamento globale – rischia di ledere la propria immagine e credibilità aggrappandosi all’uscita dagli Accordi di Parigi come via libera per non agire contro la crisi climatica.

Il parere della CIG in materia climatica, tuttavia, non si limita a una dimensione esclusivamente reputazionale e morale. Fornisce infatti una solida base giuridica che consente alla società civile e alle comunità più vulnerabili ai cambiamenti climatici di fare pressione affinché gli Stati si assumano le proprie responsabilità nella tutela dell’ambiente e dei diritti umani. Sebbene non sia vincolante, il parere della Corte può essere richiamato nei contenziosi climatici, influenzando tribunali nazionali e internazionali e inducendoli a prendere decisioni che impongano una maggiore azione da parte dei governi.

SO WHAT – SCENARI PREVISIONALI

In uno scenario internazionale segnato da crescenti tensioni e conflitti ad alto impatto ambientale, nonché dall’inerzia del multilateralismo climatico (come evidenziato dall’esito della COP30 di Belém), il parere della CIG apre due scenari opposti. Da un lato, potrebbe rappresentare una svolta positiva verso una maggiore responsabilità degli Stati nella tutela dell’ambiente. Dall’altro, nel peggiore dei casi, potrebbe rimanere un ideale incapace di interrompere la persistente e diffusa inazione climatica.

BEST CASE

  • Il parere della CIG elimina ambiguità giuridiche che in molte occasioni hanno ostacolato i contenziosi in materia climatica. Ciò spinge la società civile, gli Stati più vulnerabili e altri attori a rivolgersi a tribunali per avviare nuovi procedimenti che si traducono in decisioni capaci, grazie a un fondamento giuridico più solido, di richiamare gli Stati a rafforzare i propri impegni climatici.
  • Il carattere erga omnes di alcuni obblighi giuridici delineati dalla CIG riduce il numero di free riders e di Stati che non si ritengono vincolati all’azione climatica, limitando gli spazi di impunità nella lotta contro i cambiamenti climatici. La pressione politica esercitata dal parere della CIG incentiva gli Stati ad adoperarsi nella tutela dell’ambiente.
  • Si rafforzano gli strumenti climatici esistenti, come l’Accordo di Parigi, e il multilateralismo climatico. Ne derivano risultati più incisivi all’interno di meccanismi come le COP, così come programmi nazionali e internazionali più solidi in materia di mitigazione e adattamento che non lasciano indietro i Paesi e le comunità più vulnerabili.

WORST CASE

  • Il carattere non vincolante del parere della CIG e la mancanza di meccanismi di applicazione ne limitano l’efficacia sul piano pratico. In un contesto internazionale in cui le violazioni del diritto internazionale sembrano spesso non comportare costi diplomatici particolarmente elevati, quanto delineato dalla Corte rimane un ideale giuridico privo di reali conseguenze.
  • L’opposizione di attori determinanti in materia climatica, come gli Stati Uniti – tra gli otto Stati che hanno votato contro la risoluzione dell’Assemblea generale che accoglie il parere della CIG – limita ulteriormente l’impatto concreto del giudizio della Corte.
  • Anche sul piano giudiziario, il parere non produce gli effetti auspicati: molti tribunali continuano a mostrare cautela nei contenziosi climatici, evitando di imporre obblighi più stringenti agli Stati o di riconoscere forme di responsabilità statale.
  • Restano invariati la tendenza degli Stati a non subire conseguenze significative per la propria inazione climatica, i limiti del multilateralismo climatico e la mancanza di progressi decisivi nella lotta contro i cambiamenti climatici.

CONCLUSIONI

Nel suo parere consultivo del 23 luglio 2025, la Corte è stata chiara: l’azione per il clima costituisce un obbligo giuridico internazionale. Tale obbligo supera i confini dei trattati climatici e ambientali, abbracciando il diritto internazionale dei diritti umani e norme consuetudinarie gravanti su tutti gli Stati. In poche parole, secondo la Corte, gli Stati non possono più rimanere spettatori imprudenti di un pianeta che si riscalda e di ecosistemi che si degradano.

Resta da vedere se prevarrà lo scenario auspicabile, in cui il parere si impone come un imperativo morale e giuridico de facto, portando gli Stati a rafforzare la propria azione climatica e la cooperazione internazionale per l’ambiente, oppure se si continuerà lungo la scia disastrosa della mancanza di responsabilità, dell’inazione e dello stallo del multilateralismo climatico.


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 Arianna Valentino

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