Ci sono carriere che si muovono lungo un binario solo. E poi c’è quella di Roberta Cocco, che di mondi ne ha attraversati tre, raramente abitati dalla stessa persona: il corporate internazionale delle grandi multinazionali, la pubblica amministrazione e l’accademia. A tenerli insieme, come un filo rosso, c’è un’unica ossessione virtuosa: la trasformazione digitale. Ospite a Tech Talks, con lei abbiamo fatto un vero e proprio viaggio in questi tre mondi.
La sua è una biografia talmente densa da risultare difficile persino da riassumere. Esperta di trasformazione digitale prima di ogni altra definizione, è stata consulente del ministro per l’Innovazione tecnologica e la transizione digitale nel Governo Draghi, e prima ancora la prima Assessora alla Trasformazione digitale e ai Servizi civici del Comune di Milano. Alle spalle ha una lunga carriera in Microsoft, costellata di incarichi nazionali e internazionali. Oggi è professoressa a contratto all’Università Bocconi e alla LIUC di Castellanza. E, in parallelo, è impegnata da sempre sui diritti civili, sulla parità di genere e sulla diffusione della cultura digitale.
L’abbiamo incontrata per provare a dare un volto a quella trasformazione digitale che racconta da una vita. Un progetto tecnologico? Una questione di persone? La risposta arriva senza esitazioni.
“Di intelligente non c’è nulla”: la tecnologia come abilitatore
“Per me la trasformazione digitale sono le persone”, esordisce Cocco. Il ragionamento è limpido: “Qualunque sistema, qualunque dispositivo, qualunque macchina è sempre governata da un essere umano. La linea rossa che attraversa qualunque evoluzione e innovazione è chi ci sta dietro: chi l’ha programmata, chi l’ha ideata, chi la utilizza, quali sono gli input che vengono dati, chi controlla l’output che la macchina fa”.
È da qui che Cocco prende le distanze dalle due chiese contrapposte che oggi si fronteggiano attorno all’intelligenza artificiale. Da una parte i tecno-ottimisti, “quelli che ritengono che la tecnologia possa fare tutto, ci possa sostituire, noi tutti in vacanza”, fino a chi propone provocatoriamente di “mettere le tasse ai robot”. Dall’altra i terrorizzati, convinti che “i nostri giovani siano lobotomizzati dalla tecnologia, che nessuno studi più, che ci toglierà il lavoro”.
In mezzo, la sua posizione. “Per me la tecnologia è uno straordinario strumento, è un abilitatore delle nostre funzioni. Forse l’errore più grave è stato, circa sessant’anni fa, chiamarla intelligenza artificiale, perché di intelligente non c’è nulla”. Una tecnologia che corre veloce, in continua accelerazione, ma che – avverte – “non deve essere mai lasciata a se stessa, non deve essere mai un alibi per non fare delle cose o per spegnere il cervello”. La metafora che predilige è quella dell’amplificatore: “Noi siamo bravi a fare una cosa, con la tecnologia saremo ancora più bravi”. Vale per i ragazzi e vale per le persone più senior, che dalla tecnologia possono trarre vantaggi enormi.
Da Microsoft al Comune: “Una sfida impossibile”
Il passaggio dal mondo Microsoft alla pubblica amministrazione italiana non era affatto scontato. Anzi. ”Se uno pensa alla pubblica amministrazione, la prima cosa che gli viene in mente non è certo la tecnologia”, ammette l’intervistatore. “Poi Checco Zalone ci ha messo dentro il posto fisso”, sorride Cocco.
La svolta arriva dopo aver “celebrato 25 anni di Microsoft”, con una telefonata del neoeletto sindaco di Milano Giuseppe Sala, che insieme al suo staff la invitava a “fare qualcosa per la mia città”. Un’idea che covava da tempo, alimentata anche da una certa cultura d’oltreoceano: “La cultura americana ha molto lo spirito del restituire. A un certo punto, se hai avuto, è anche bello restituire, soprattutto restituire quello che sai, quello che hai imparato, quello che qualcun altro ti ha permesso di sapere”.
“Sembrava una follia”, racconta. “Da Microsoft nel mondo alla pubblica amministrazione italiana”. E invece si è rivelata “un’esperienza straordinaria”: cinque anni al Comune di Milano e due anni nello staff del ministro Colao. È entrata “in punta di piedi”, forte solo delle proprie competenze, in un mondo che si aspettava fatto di stereotipi e “posto fisso” e che ha invece scoperto “completamente diverso, un mondo che aveva anche bisogno di riscatto, di raccontare un’altra storia, uno storytelling diverso”. Pur ricoprendo il ruolo di assessore, tiene a precisare la sua natura: “Io non ero un politico, non c’entravo niente con la politica. Ero una persona scelta per fare quello che già facevo”, un tecnico prestato alla politica.
Il fascicolo del cittadino e il «”mobile first”
Le due deleghe (servizi civici e trasformazione digitale) si sono rivelate una combinazione potente. “Riuscivo, con tutto lo staff del Comune, a lavorare su come la trasformazione digitale potesse migliorare e accelerare i servizi al cittadino”. La premessa, di nuovo, sono le persone: “La tecnologia deve essere strumento di aiuto alle persone. E cosa c’è di meglio della pubblica amministrazione, che come obiettivo deve avere il miglioramento della vita delle persone?”.
La regola d’oro, però, era non commettere l’errore più insidioso. “Bisognava cambiare quei processi che erano farraginosi, perché altrimenti avremmo digitalizzato l’inefficienza”. Prima ripensare i flussi, poi digitalizzarli. E in parallelo, accompagnare le persone a saperli usare. Il mantra operativo era uno solo: “Mobile first, one click. Non si può immaginare che tutti i cittadini abbiano un computer e la banda larga, ma tutti hanno in tasca un cellulare. Semplifichiamo, semplifichiamo, semplifichiamo: facciamo tutto il possibile affinché davvero tutti possano beneficiare della tecnologia”.
Il risultato di cui va più orgogliosa ha un nome preciso: il fascicolo del cittadino. Il punto di partenza era un’assurdità quotidiana. “C’era un processo in cui noi, come Comune, chiedevamo ai cittadini sei volte nome, cognome e indirizzo”. Non per cattiveria, spiega, ma per “una stratificazione di processi” sedimentata negli anni. La soluzione è stata costruire, attraverso un sistema di interoperabilità, “un unico repository” in cui i dati venivano messi a fattor comune: dalle credenziali digitali, i cittadini potevano “chiedere un certificato, prendere un appuntamento, scaricare i pagamenti, ricevere le notifiche, pagare le multe, pagare la TARI”.
Un seme che a livello centrale è germogliato nell’app IO, “una straordinaria evoluzione che ci permette di avere tutti i nostri documenti»”, fino al recente Fascicolo Sanitario Nazionale. “Io sono residente a Milano, ma se ho bisogno di un mio documento sanitario perché sono in vacanza, non deve essere farraginoso trovarlo: in un unico fascicolo devo trovare tutto”.
Cittadinanza digitale: “Non lasciare indietro nessuno”
C’è un concetto che Cocco evoca spesso: la digital citizenship, la cittadinanza digitale. Per lei ha due gambe. La prima è la qualità della relazione tra la persona e l’istituzione, che “deve essere fluida, immediata, chiara, trasparente, senza aree di opacità”. La seconda è l’inclusione: “aiutare tutti a poter usufruire dei servizi digitali, siano locali, nazionali o internazionali”.
È qui che entra in scena una frase che si porta dentro come un tatuaggio. Gliela disse Ferruccio De Bortoli, giornalista che considera un po’ il suo mentore: “Roberta, mi raccomando, non lasciare indietro nessuno”. “Per me è una frase che mi sarei tatuata”, racconta sorridendo, “perché per me è molto importante». Il rischio, altrimenti, è netto: “Avremo sempre cittadini di serie A e cittadini di serie B, zone di serie A e zone di serie B. E questo non è accettabile”.
Da qui il tema, a lei carissimo, delle competenze digitali: tanto è stato fatto per accelerare i servizi, altrettanto va fatto per consentire a tutti di usarli. Cita, come esempio virtuoso, un progetto finanziato dai fondi del PNRR e avviato ai tempi del ministro Colao: “oltre 3.500 punti di facilitazione digitale sul territorio”, in cui le pubbliche amministrazioni facevano leva sul terzo settore per aiutare i cittadini a comprendere. “Digital citizenship vuol dire questo: da una parte lavorare per i servizi, ma parallelamente lavorare affinché davvero tutti ne possano usufruire”.
Il divario digitale? “Totalmente una questione di mentalità”
Sul digital divide Cocco non ha dubbi e la risposta è secca, ripetuta due volte per non lasciare margine al fraintendimento: “Totalmente una questione di mentalità. Totalmente una questione di mentalità”. Se tutti hanno in tasca un telefono che usano per mille cose, il problema non è l’accesso al dispositivo o alla linea. “Ai nostri tempi aspettavamo anche mezz’ora prima di prendere la linea; adesso è immediata, anzi se sta sotto i tre secondi ci arrabbiamo”.
Anzi, rilancia, “è una questione di cultura”. E precisa cosa intende: “Cultura digitale non vuol dire solo avere il database più sofisticato. Vuol dire far capire a tutti, ma veramente a tutti, il valore che il dispositivo tecnologico può offrire loro”. Pensa alla persona malata che può monitorare il proprio stato e inviare le informazioni al medico; pensa alle videocamere che “magari ci turbano un po’ per la privacy, ma intanto ci salvano nelle situazioni di difficoltà”. Il tutto “senza metterla in cattedra, perché dietro c’è sempre una persona che definisce un input e che deve verificare un output”.
Donne e tecnologia: “I bagni erano sempre liberi”
Tra le sue battaglie più sentite c’è l’empowerment femminile, un tema che porta avanti “da quando ancora non era una questione”. È “una delle mie grandi passioni, una cosa che mi fa battere il cuore”, dice. E per spiegare quanto fosse diverso il contesto di un tempo, sceglie un’immagine tanto ironica quanto eloquente: “Tanti anni fa, l’unico vantaggio a essere una donna nelle grandi conferenze mondiali sulla tecnologia e la scienza era che i bagni erano sempre liberi, perché di donne non ce n’erano altre”. Oggi, scherza, “finalmente vedi la fila nel bagno delle donne”.
La tecnologia, per lei, è stata anche un alleato della libertà femminile, perché ha reso possibile “lavorare in qualunque luogo”. Un dettaglio personale lo racconta meglio di mille statistiche: “Avevo i bambini piccoli e potevo permettermi di andare a vedere mia figlia Anna che faceva nuoto agonistico: mi mettevo sugli spalti con il mio computer portatile a lavorare. Lei ogni tanto alzava il testino, mi vedeva ed era contenta”. Lo stesso quando accompagnava i figli maschi a judo o a calcio: “Non ti dico le battutacce che sentivo, ma io con il mio computer lavoravo”. Una “mosca bianchissima”, ammette.
Qualcosa, però, è cambiato. “Le materie STEM sono diventate davvero alla portata di tutti”. Resta da scardinare un retaggio culturale che Cocco riassume così: “Le bambine sono più brave a fare i pensierini, i maschietti a fare i conti. Lo sviluppatore, l’ingegnere, ce l’hai presente? La femmina fa qualcos’altro”. Le nuove generazioni, osserva, “hanno molti meno stereotipi di quelli che avevamo noi”: per una ragazza, il sogno lavorativo non è più “fare l’insegnante così hai mezza giornata libera per le faccende domestiche” – un’iperbole, precisa, ma che fotografa un mondo che si è evoluto. Sulla rappresentanza “dobbiamo fare ancora molto”, ma “c’è condivisione nel valore su questi temi, e quindi io ho molta speranza per il futuro”.
L’aula, i nativi digitali e Napoleone
Il ruolo di docente universitaria le offre un osservatorio privilegiato e, insieme, una responsabilità. I suoi studenti sono nativi digitali , “a loro non piace essere definiti così, ma lo sono” e la distanza generazionale è abissale: “Noi avevamo il telefono attaccato al filo. I nostri ragazzi non sanno neanche cos’è il filo di un telefono, non l’hanno mai visto”.
Proprio per questo, sostiene, gli adulti hanno il dovere di accompagnarli verso la consapevolezza. Ed è qui che propone un metodo concreto per usare l’intelligenza artificiale a scuola. Un conto è chiederle freddamente “chi era Napoleone”. Altro è sfruttare le funzioni guidate: “L’intelligenza artificiale ti dice: ricordi in quale epoca viveva Napoleone? Te lo ricordo io. E poi ti fa tre domande per rispondere. Ti ricordi Napoleone quando ha deciso di invadere? Prima di andare avanti, rispondi a queste tre domande”. Il risultato? “Alla fine lo studente ha usato l’intelligenza artificiale, ma ha anche imparato”. Stesso spirito per le mappe mentali: “Fai la tua mappa, poi chiedi all’intelligenza artificiale come l’avrebbe fatta e fai il confronto”.
Sullo sfondo, una verità che cambia il paradigma dell’apprendimento: “Non c’è più un ciclo chiuso di conoscenza. Una volta l’ingegnere studiava, faceva ingegneria, arrivava alla fine del percorso ed era a posto. Non è più così: dobbiamo continuare a imparare, perché gli strumenti continuano a evolversi”. Per lei, “una cosa bellissima” – a meno che, ironizza, “uno non abbia il sogno di rimanere sdraiato a non fare nulla”. La tecnologia, conclude, “non deve servire a tagliare le curve, deve servire ad arricchirsi”.
L’Italia del 2030: la prova del nove è la diffusione
Proiettandosi al 2030, con l’intelligenza artificiale che corre a velocità sempre maggiore, qual è l’indicatore che la convincerebbe che la trasformazione digitale ha davvero funzionato? La risposta è una sola parola: diffusione. “Quando la usano tutti”, sintetizza. Non solo la grande azienda che la impiega in modo massivo, ma anche la piccola impresa “che in questo momento è molto, molto indietro”, e poi gli studenti “dalle elementari in su”, ogni fascia di popolazione.
L’analogia che sceglie è quasi domestica: “Un po’ come l’elettricità, a cui non pensiamo più finché non ce la tolgono. Ogni volta che premiamo l’interruttore non ci chiediamo cosa stia succedendo”. La vera chiave di volta è che la tecnologia smetta di essere “circoscritta a un perimetro preciso” e diventi “trasversale” a generazioni e tipi di attività. “Solo allora sarà davvero una leva di sviluppo e di miglioramento della vita di ciascuno”.
E i freni? “La non diffusione corretta di quello che può e non può fare”. Tra l’entusiasmo cieco e il terrore, Cocco invoca “equilibrio”: l’IA non è “la panacea di tutti i mali, né il diavolo peggiore”. È un tema, ancora una volta, di cultura e di una parola che ama particolarmente: “consapevolezza”. Bisogna conoscere i benefici, ma anche le criticità e i rischi. E soprattutto sgombrare il campo da un equivoco di fondo: “Tutto quello che abbiamo riversato in decenni sulla Rete ci ritorna indietro attraverso calcoli stocastici, che ci dicono qual è la parola migliore per questa frase. Ma non c’è intelligenza dietro: c’è una grande quantità di dati organizzata a seconda di come noi chiediamo”.
Ciò che la terrorizza: “Non è colpa del drone”
A un’entusiasta dichiarata della tecnologia non si può non chiedere se ci sia qualcosa che la spaventi. La risposta non riguarda la tecnologia in sé, ma il suo “utilizzo malvagio”. “Questo mi spaventa tantissimo”, dice. E lo racconta con un episodio familiare. “Uno dei regali più in voga tra i ragazzini degli ultimi anni era il drone. Mio figlio ventenne ne ricevette uno dai nonni qualche anno fa. Ricordo i suoi occhi: era impazzito di gioia, ci montava le telecamerine, faceva cose mostruose, era entusiasta”.
Oggi quel drone è fermo su una mensola. “Non si usano più. Ma non è colpa del drone. Cosa hanno fatto i droni? Lo leggiamo tutti i giorni sui giornali, sono diventati delle armi usate nei conflitti in giro per il mondo”. La sua non è soltanto paura: “Mi terrorizza, perché ricordo gli occhi di mio figlio. Non puoi più andare al parco con un drone. Questa cosa mi fa male”. La morale, però, riporta tutto al punto di partenza dell’intera conversazione: “Se dietro quella tecnologia c’è l’uomo malvagio che la utilizza per un fine che certamente non possiamo addossare alla tecnologia”.
Ed è esattamente lì che si chiude il cerchio del pensiero di Roberta Cocco. La macchina non è mai buona né cattiva: è uno specchio, un amplificatore. A fare la differenza, sempre, è la persona che la programma, la usa e ne controlla i risultati. Perché – per dirla con le sue parole – la trasformazione digitale, prima di ogni algoritmo, sono le persone.
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