Il Generale e l’Alberto Nazionale: quel bizzarro gioco di specchi che unisce Vannacci e Sordi. Dalla sovrapposizione quasi perfetta dei tratti somatici alle traiettorie di due vite distanti, eppure unite dalla capacità di intercettare lo spirito più profondo, e a tratti controverso, della pancia del Paese
Esiste un misterioso archivio della genetica o forse della fisionomia storica che, di tanto in tanto, si diverte a rimescolare le carte, proiettando sul palcoscenico del presente i lineamenti esatti di chi ha fatto la storia del nostro passato. A guardare con attenzione il volto del generale Roberto Vannacci, l’impressione di un déjà-vu non è solo forte, è quasi destabilizzante. C’è un filo invisibile che lo lega, nei tratti più intimi del volto, ad Alberto Sordi. Non il Sordi monumentale e anziano degli ultimi anni, ma quello nel pieno della sua forza espressiva, l’attore che prestava la faccia a un’Italia in bilico tra boom economico e nevrosi quotidiane.
La sovrapposizione fisionomica parte dalla struttura stessa del cranio e scende giù, geometrica. L’attaccatura dei capelli, scuri e corti, incornicia una fronte spaziosa, segnata da rughe d’espressione tese che sembrano scritte dallo stesso destino. Ma è negli occhi che il gioco di specchi si fa ipnotico. La forma della cavità oculare, leggermente infossata, ospita uno sguardo mobilissimo, capace di passare in un secondo dall’assoluta serietà a una latente ironia. Le sopracciglia, arcuate in quel modo tipico, accentuano una perenne espressione di sconcerto o di sfida furbesca. Il naso è un altro elemento di straordinaria parentela: importante, pronunciato, leggermente aquilino, un autentico fulcro identitario del viso. Persino la bocca, con quel labbro inferiore appena più pronunciato e gli angoli che tendono all’ingiù in un’espressione di scetticismo tutto italiano, sembra presa in prestito dallo stesso calco. Quando il generale accenna un sorriso, si formano quelle identiche rughe naso-labiali, quei solchi profondi sulle guance che per cinquant’anni hanno decretato la fortuna del cinema italiano, restituendo la medesima aria sorniona, di chi la sa lunga o crede di saperla più lunga degli altri.
Eppure, dietro questa impressionante affinità plastica, le traiettorie umane e professionali dei due uomini si aprono su mondi diametralmente opposti, pur finendo per toccare le stesse corde emotive della collettività. Alberto Sordi ha costruito la sua carriera sull’arte della simulazione e dello smascheramento. È stato l’archetipo dell’italiano medio, l’esploratore dei nostri vizi, delle nostre codardie e delle nostre piccolezze. Sordi saliva sul palco o davanti alla macchina da presa per incarnare l’opportunista, il burocrate, il vigile inflessibile ma pronto al compromesso, usando l’iperbole e la satira per farci ridere di noi stessi e, di conseguenza, per assolverci. La sua è stata una carriera monumentale nel mondo della finzione, che ha però saputo produrre una verità sociologica devastante.
Roberto Vannacci, al contrario, muove i suoi passi nel mondo della massima rigidità e della realtà più concreta: quella militare. La sua carriera si è formata nella disciplina delle forze speciali, nel rigore dei corpi d’élite, nell’obbedienza alle istituzioni e nell’esercizio del comando sul campo. Non c’è finzione nei teatri di guerra o nelle missioni internazionali. Tuttavia, la svolta che lo ha catapultato al centro del dibattito pubblico è legata a una forma di espressione scritta che ha rotto gli schemi istituzionali, trasformandolo in un fenomeno politico e d’opinione. Se Sordi parlava attraverso i personaggi, Vannacci parla in prima persona, offrendo al suo pubblico non una parodia dei costumi, ma una difesa rigorosa e divisiva di una certa visione del mondo.
I margini di sovrapposizione ideale, però, emergono proprio là dove non te lo aspetti. Entrambi, ciascuno a proprio modo, sono diventati i catalizzatori di un sentimento popolare profondo. Sordi intercettava l’animo di un’Italia tradizionale, cattolica, un po’ cinica e spaventata dalla modernità, mostrandone il lato grottesco ma profondamente umano. Vannacci si fa portavoce di quell’identico sconcerto di fronte ai cambiamenti contemporanei, traducendo quel senso di smarrimento non in satira, ma in un manifesto ideologico identitario, fatto di “buon senso” e di richiamo ai valori del passato. C’è una sottile linea conservatrice che unisce l’ideale del “marchese del Grillo” o del borghese piccolo piccolo alla prosa del generale.
Anche il carisma sulla folla si muove su binari paralleli ma alimentati dalla stessa benzina: l’autenticità percepita. Sordi ammaliava le masse perché il pubblico vedeva in lui lo specchio dei propri difetti nascosti; c’era una familiarità immediata, una vicinanza quasi fisica. Vannacci esercita oggi un magnetismo simile su una parte dell’elettorato perché si presenta come l’uomo senza filtri, colui che dice “quello che tutti pensano ma nessuno ha il coraggio di dire”. Questo magnetismo non passa attraverso le tecniche della politica tradizionale, ma sfrutta proprio quell’aria da uomo comune, robusto e rassicurante, enfatizzato da quella fisionomia così familiare. Per una strana ironia della storia, il generale si ritrova a gestire una popolarità oceanica usando, inconsapevolmente, la stessa maschera facciale di chi quella popolarità l’aveva conquistata mettendo a nudo i tic della nostra nazione.
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Antonio Rossello
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