Nelle ultime settimane di vita di Corrado Alvaro emergono con particolare intensità i temi che attraversano la sua produzione letteraria: il legame con la Calabria, la sacralità dell’acqua, il valore del silenzio e il senso rituale dell’esistenza. Accudito da Cristina Campo nel corso della malattia, lo scrittore affronta l’esperienza estrema della morte con quella composta dignità e quella forza interiore che egli stesso aveva individuato come cifra distintiva dell’uomo calabrese.
La forma dell’acqua in Alvaro è ovunque – “L’acqua corre, l’acqua è la vita” (Itinerario italiano p. 8)
Come nei fotogrammi di Andrej Tarkovskij, sulle sue pagine l’acqua scorre, s’impantana, è specchio, illusione, vita, morte. Nell’acqua è il senso dell’esistere – che si cerca andando, restando, sperando e disperando. L’acqua accompagna il cadere e il rialzarsi, il nascere e il morire. Nella solitudine e nella comunità. E sempre nel rito. L’acqua accomuna e divide nei frammenti dei ricordi, nell’identità nata tra le rocce, i campi e le relazioni che restano nella memoria per diventare, poi, sguardo sul mondo. Nello specchio dell’acqua si riflette ciò che rimane dei primi dubbi, delle prime certezze. Dopo i quali niente sarà più indifferente – il dolore, l’amore, la giustizia. La speranza. La vita. La morte.
L’11 giugno del 1956, alle 4.50, Alvaro muore nella sua casa di Roma. A chi lo assiste dirà della perfezione dell’acqua che gli viene data, come ricordando la “religione dell’acqua” di cui aveva scritto in “Itinerario italiano”, pensando alla sua Calabria (“Noi siamo di quel popolo che in guerra chiamava: Acqua Acqua, e questo grido di certe notti se lo ricordano ancora quelli che ci stavano di fronte”).
Eugenio Montale, il 12 giugno, scrive sul “Corriere della Sera”:
Con Corrado Alvaro, spentosi a sessant’anni – un’età che lasciava sperare ancora nuove opere del suo ingegno – la letteratura italiana perde uno scrittore d’alta probità intellettuale e morale; e noi che stendiamo queste righe frettolose perdiamo un compagno di lavoro indimenticabile e un amico provato. Il nostro omaggio, in quest’ora di tristezza, deve necessariamente, e prima di tutto, rivolgersi all’uomo Alvaro, a questa eccezionale figura di solitario, che sentì come pochi la dignità del compito giornalistico e che non volle mai perdere il contatto col mondo in cui aveva maturate le sue esperienze. […] La silenziosa presenza dello scrittore aveva forse qualcosa d’involontariamente intimidatorio da cui solo chi conosceva la bontà e la purezza dell’uomo non si lasciava sopraffare. Ora che il poeta ci ha lasciati, sarà più facile comprenderlo e amarlo.
Un uomo solitario, difficile da comprendere nella sua apparenza “intimidatoria”. Eppure capace di dolcezza e ascolto anche nei suoi ultimi giorni. Montale ricorda ancora:
Dotato di un fascino personale innegabile, Alvaro attraeva i giovani; e anche recentemente un giovane, Geno Pampaloni, ha potuto ricordare di essersi mosso più volte – nella sua adolescenza – da Grosseto a Roma per parlare con lui. I colloqui non toccavano mai questioni letterarie; e tuttavia il Pampaloni può dire che furono, nella sua esperienza personale, formativi. E forse proprio questo è il rimpianto maggiore che Alvaro lascia anche in noi che giovani non siamo: di non averlo avvicinato più spesso, di aver creduto che di lui bastasse leggere i libri.
Nella primavera del 1956, Cristina Campo (Vittoria Guerrini, oppure Vie, come si firmava nelle lettere) arriva a casa di Alvaro con lo stesso spirito di Pampaloni – è giovane, e desiderosa di confrontarsi con un intellettuale affermato. Tramite Margherita Dalmati (nome d’arte di Maria-Niki Zoroyannidis, che aveva tradotto in greco la “Lunga notte di Medea”), la Campo riesce a incontrare Alvaro. Sta progettando la pubblicazione di una rivista letteraria “pura” (che non sarebbe mai uscita), e vuole Alvaro come collaboratore (come ha ricostruito Gianni Carteri, raffinato studioso degli aspetti meno indagati dell’opera alvariana). Lo scrittore era già molto malato. Come ricorda Francesco Berardelli nel redazionale di “Stampa Sera” e nell’edizione del mattino del 12 giugno, quella di Alvaro:
È stata una malattia crudele, metastasi al polmone. Due anni fa era stato operato dal prof. Valdoni di un tumore addominale che fu detto benigno. Era una pietosa bugia del sanitario ai familiari, la moglie Laura Babini, bolognese, il figlio Massimo, nato a Roma poco dopo il 1920. Valdoni sapeva che quella specie di tumore poteva ripresentarsi anche dopo dieci o dodici anni. Perciò tacque la verità. Ma il 22 marzo scorso il male si ripresentò e il clinico volle avvertire i congiunti. Soltanto Corrado Alvaro non conosceva la tremenda sentenza. Sperava nella guarigione. Diceva che ad una certa età gli uomini debbono pure ammalarsi. Aveva però il pudore del male. Amava gli amici, apprezzava i valori umani, eppure non era contento se qualcuno dei suoi più intimi saliva le scale di Vicolo del Bottino per andarlo a visitare. Aveva un senso biblico della vita e della forza dell’uomo, aveva della terra e della natura un antico misterioso culto. La malattia, perciò, era una debolezza da nascondere, una offesa al vigore dell’uomo. Questo vigore, non attenuato dal passare degli anni, era anche nei suoi scritti e negli ultimi, anzi erano taluni accenti che testimoniavano d’un inesausto ardore. Proprio oggi, la vedova ha consegnato a Valentino Bompiani il manoscritto di un libro incompiuto: “Il Bel Moro”.[1]
[1] “Lo scrittore Corrado Alvaro deceduto stamani a Roma”, “Stampa Sera, Lunedì 11 – Martedì 12 giugno 1956, p. 7. [1] Berardelli, Francesco: “Morte di uno scrittore. Corrado Alvaro”, in “La Stampa”, anno XII, n° 136, martedì 12 giugno 1956, p. 3.


Alvaro stava dunque affrontando la malattia con lo stesso atteggiamento descritto in “Calabria” a proposito dell’uomo calabrese, che “ha per sua qualità una forza impassibile davanti alle gioie e ai dolori. L’uomo davanti ai grandi fatti della vita, tace”. Giovanni Battista Angioletti, a un anno dalla morte dello scrittore, riporta questo brano di diario:
Durante una malattia un individuo rivede la sua vita, e si domanda di che cosa sia stato punito. Vede profondamente i suoi errori, le sue colpe. Decidere se vivere o morire. Vivere per riparare, ecc. […] E poi ci si domanda: perché? Credevo che ciò accadesse soltanto alla fine della vita, quando uno vede, a quanto dicono, tutto, come sotto un lampo che illumina per un attimo il paesaggio, e l’occhio percepisce ogni particolare, rivede in un istante quello che aveva notato per lunghi anni, e seguita a percepirlo ancora, come su una lastra fotografica, mentre tutto è ripiombato nell’oscurità. Così uno rivede il passato, fino a ieri, da illusione a illusione, e più nulla ha senso.
L’Alvaro che Cristina Campo incontra, dunque, non può più essere quello conosciuto da Pampaloni, ma, pur nel momento in cui “nulla ha senso”, le dimostrerà di non aver perso la capacità di accogliere e ascoltare. La Campo va a trovarlo nella casa di Trinità dei Monti quasi ogni giorno, «travolta in due mesi fino al limite di una vita» , e diventa così testimone d’eccezione degli ultimi mesi di vita dello scrittore. Alvaro le appare come «un bruttissimo ometto» che potrebbe farle da padre, e tuttavia dotato di quel fascino che ricordava Montale. In una lettera scrive: «Spesso lo faccio ridere; e quando ride chiude gli occhi ed è bello come un intaglio cinese». Le sue lettere diventano il diario degli ultimi giorni di Alvaro. Nella prima, datata 21 aprile 1956 e indirizzata a Leone Traverso (letterato famoso, germanista, traduttore, con il quale aveva vissuto un amore intenso e tormentato), scrive:
Caro Bul, questa primavera è tremenda. Tutti i diavoli scatenati in un trillo di passerotto. Ieri devo aver preso un colpo di sole. Non faccio che camminare come un sonnambulo all’orlo del tetto (…) Abbi pazienza con me. La notte continuo a camminare sul tetto, e spesso mi sveglio in lacrime (dopo aver sognato, per es., che Alvaro era di nuovo malato).
[1] Racconta quei giorni accanto al suo letto nelle lettere che scrisse il 21, 26 aprile e il 18 giugno indirizzate a Leone Traverso, il germanista del quale era innamorata. Altre lettere le scrisse all’amica Margherita Pieracci Harwell (Mita) il 6, 13, 26 maggio e 25 giugno 1956. Cfr Giovanni Carteri, “La lunga notte di Alvaro”, Collana Varia, Rubbettino editore, Soveria Mannelli, 2006.


E in un’altra lettera, datata 26 aprile 1956, sempre indirizzata a Traverso:
Caro Bul, ti scrivo dalla Posta, in grandissima fretta. Ti avevo detto, mi pare, di aver sognato Alvaro. Sta male veramente, l’ho saputo iersera. Sua moglie non ha voluto dirmi di che si tratta (“una cosa lunga, ma si risolve”) ma oggi aspettavano due medici a consulto.
In una lettera del 13 maggio, poi, la Campo scrive all’amica Mita:
Cara Mita, nulla di nuovo nella casa della Trinità. Un giorno cupo e uno meno cupo, quando tenebra e quando un lume, dietro la persiana che guardo sempre la sera…Queste sere di maggio, dolci e tremende, che sembrano scritte da Corrado Alvaro. Tutto questo tempo, del resto sembra scritto da Corrado Alvaro. Non solo la sua casa, sua moglie, il suo silenzio, ma tutta la città è la primavera […] Io siedo sui gradini, al centro di quel racconto fluido e intricato; e dietro le persiane c’è la soluzione del geroglifico, c’è la risposta a tutte le mie domande. Ma continua, sera per sera, il silenzio.
Cristina resterà accanto al letto di Alvaro, assistendolo, come può fare solo chi condivide con chi ha vicino la stessa percezione dell’esistere, la stessa sensibilità. Alvaro è un uomo silenzioso, ha scritto Montale. Ma per Cristina Campo il suo silenzio non è un impedimento alla comunicazione. Così scrive all’amica Mita il 28 maggio:
Alvaro non sta né meglio né peggio. Vado ogni giorno a vederlo. Spesso lo affidano a me, nel pomeriggio. Non parla che poco, ma ci intendiamo con gli occhi. Ciò che riesce a dire è importante […]. Anch’io gli dico certe cose. Spesso lo faccio ridere. E quando ride chiude gli occhi ed è bello – come un intarsio cinese – quelle poche parole che dice sono scelte, da scrittore. Quando gli do un sorso d’acqua e gli chiedo se è fresca mi sussurra “Perfetta” […]. Dorme con un sorriso un po’ ironico, sapiente. Io nella poltrona, leggo un suo libro. Da un lato il corpo, assopito, lontano. Dall’altra lo spirito appassionato, che parla. Tutto è come un papiro lacerato, un frammento: lo spazio vuoto terza dimensione e ciò che rimane di una eloquenza, una forza da far tremare.
Infine, giunge l’alba dell’11 giugno. Alvaro si spegne. Cristina scrive all’amica Mita, il 25 giugno:
Ero là l’ultima notte, per molte ore sola con lui. La signora, quella notte, non era in grado di assisterlo. Ebbe il grande eroismo (per una donna della sua tempra) di rimanere quasi sempre distesa, nella sua stanza, pregando. Fu una notte molto lunga. Ho ancora negli orecchi il brusio della pioggia e il tuono del suo respiro, fino alle 4,50. […] Non so dirle se se n’è andato sereno”. Dalle 8,30 non era più cosciente (non almeno alla nostra presenza). Se n’è andato ad occhi chiusi, dopo una lotta che appariva una suprema concentrazione. Certo l’agonia non è che il simbolo di ben altro e non sapremo, finché viviamo, in quali zone si svolga. Aveva, quando è spirato, la febbre a 41,7. Lo tenevo tra le mie braccia, già esanime, mentre la donna che ci aiutava gli infilava il pigiama azzurro, e ancora bruciava, bruciava tutto – come i bambini che dormono con la febbre… All’alba era tutto in ordine. La signora ha potuto vederlo nella sua bellezza, giovane come ai tempi del loro matrimonio. Lo ricopriva una coperta bianca, il sole giocava fra le rose sul comodino. I ragazzini già si rincorrevano, sui gradini della Trinità dei Monti. Qualcuno ha preso la maschera del suo viso. Ma lei lo troverà in un Suo racconto, come l’ho visto io. “come un luogo sacro ed amato, qualcosa di terribile e di maestoso, che ci ha fatto soffrire …” La signora lo baciava sulle labbra, gli diceva con un sorriso. Arrivederci caro”.
[4] Tratto da “Alvaro quando ride chiude gli occhi ed è bello come un intaglio cinese”. Il passo d’addio di Cristina Campo. In www.Calabriaonweb.it di Giovanni Carteri. Su Cristina Campo si ascolti il programma di Gabriella Caramore “Uomini e profeti. Fedi e mondo” del 15 gennaio 2011 su Radiotre
Accompagnare alla morte è un atto sacro. Bagnare le labbra del morente è forse l’atto di pietas più antico. Come attendere in silenzio, al suo fianco, perché chi muore non sia solo. Atti che ritualmente sono stati affidati alla donna, nell’antichità e nella cultura contadina. In “L’età breve”, il signor Colagiri, ricco vedovo, mentre guarda “la sua donna”, pensa che “Per morire ci voleva una donna vicina […] come egli l’aveva quando lo prendevano i brividi della malaria, e si stendeva sul suo letto sotto un mucchio di coperte dicendo a ogni respiro: “Muoio, muoio, muoio”, ed ella gli stava accanto, in silenzio, ad ascoltarlo ore intere, senza muoversi, come un mobile della stanza, vedendo le ore declinare, il sole passare; l’ombra invadere tutto.” Questo aveva fatto Cristina Campo, al capezzale di Alvaro. Aveva atteso in silenzio, ascoltandolo, dandogli da bere e chiedendogli se l’acqua fosse fresca (e Alvaro rispondeva «Perfetta»). L’acqua, elemento liminare tra vita e morte, nella cultura che Alvaro aveva conosciuto nell’infanzia era profondamente legata alla figura femminile. La donna che cammina con l’orcio dell’acqua è una figura archetipica, che evoca sensualità rigeneratrice e cura materna:
Nell’abitato le donne con gli orci madidi venivano da tutte le parti dove c’è acqua, madide anche loro, e offrivano da bere a chi volesse. Era la religione dell’acqua. (“Itinerario italiano”).
Certo inconsapevolmente, Cristina Campo si era assunta un ruolo che aveva riportato Alvaro ai rituali della sua terra nel momento dell’ultimo passaggio.


I funerali
Anche i funerali di Alvaro avranno (ancora casualmente?) dei tratti che riconducono alla Calabria. Giovanni Russo li ricorda così:
Il giorno del funerale il sole scottava come in Calabria. Dal portone uscirono il prete, un chierico che reggeva il Crocifisso, due chierichetti. La bara di legno chiaro venne caricata su un semplice carro dietro al quale si allinearono, vestiti di nero, i parenti venuti da San Luca: la sorella col viso sconvolto e gli occhi arrossati per le lacrime, il fratello sacerdote tanto a lui somigliante, il figlio, la vedova. Il corteo si avviò verso la chiesa di Sant’Andrea delle Fratte. Il tratto è lungo quanto il corso di un piccolo paese calabrese. Passava per piazza di Spagna un funerale meridionale.
Il “funerale meridionale” si conclude in una parrocchia affidata all’ordine dei Minimi di San Francesco di Paola (al quale è dedicata una cappella, che ospita un ritratto del santo opera di Paris Nogari). Alvaro aveva scritto del santo più noto della Calabria in un sussidiario di cultura regionale, nel 1926:
Un grande santo calabrese fu S. Francesco di Paola, vissuto cinquecento anni fa, onorato come un Re. Fiero e mite, non perdonava ai prepotenti, e il bastone su cui si poggiava lo suonava sul groppone ai furfanti quando non bastava più l’amore. Il nostro santo e i suoi miracoli divennero famosi in tutto il mondo. Da ogni parte accorreva gente per chiedergli grazie o per restare fra i suoi seguaci, e lo stesso Re di Francia, malato gravemente, lo invitò a Parigi mandandogli un ambasciatore e parecchi cortigiani. Il santo si rifiutò al desiderio del Re, e obbedì soltanto quando il Papa lo pregò di partire. San Francesco di Paola andò a Parigi, ma non fece altro che aiutare il vecchio Re inquieto a prepararsi in pace alla morte. In quell’occasione il Santo traversò l’Italia. Dovunque egli arrivasse, Re, principi, popolo, accorrevano a vederlo per poter toccare l’abito del Santo. Egli parlava a tutti il linguaggio della verità, anche tra le feste e i trionfi, gagliardo con gli oppressori e generoso coi deboli. Perciò la sua figura è rimasta nel cuore del popolo che trovò in lui uno scudo contro le prepotenze, e una voce che sapeva parlare forte ai tiranni.
Significativamente, Alvaro non esalta il potere taumaturgico di Francesco di Paola, per il quale, in realtà, il culto del santo si diffuse e si radicò con forza, soprattutto nell’Italia meridionale. L’unico miracolo che ricorda è quello in cui il santo, “alloggiato alla Corte di Re Ferdinando, un tiranno […] circondato da ribaldi”, di fronte all’oro che il re gli offre per costruire una chiesa e un convento a Napoli, rifiutandolo, prende una moneta e la spezza, facendone stillare sangue, quello “spremuto dalle vene” dei sudditi “col peso di balzelli insopportabili”. Un miracolo che è la risposta data a un potente, in difesa dei più deboli, usando il “linguaggio della verità”. Alvaro rappresenta Francesco di Paola come farà con San Nilo, certamente il più noto tra i santi del monachesimo greco, sempre sulle pagine del Sussidiario:
San Nilo, nato da ricca famiglia, abbracciò da giovane la vita religiosa e si diede a vivere da eremita nelle montagne, coperto di pelli di pecora e scalzo, nutrendosi di erbe. Ma la sua vita non fu di sola contemplazione. Narrano le storie un grandissimo numero di atti compiuti da San Nilo in difesa dei deboli e degli oppressi, e di punizioni terribili contro prepotenti e oppressori. […] San Nilo fu un santo veramente calabrese, fiero e implacabile coi prepotenti.
Dimostrando ancora una volta la sua capacità di lettura storico-antropologica, Alvaro individua ed esalta in Nilo come in Francesco di Paola la fermezza con cui il monachesimo greco-bizantino difendeva la giustizia e la libertà insegnate da Cristo (i santi greci di Calabria rientrano pienamente nella tradizione del monachesimo orientale). Il monachesimo che aveva reso la Calabria una terra di santi e di sapienti nota in tutta la Chiesa d’Oriente, prevedeva sì una vita dedita alla meditazione e alla preghiera, ma anche, e molto, all’aiuto dato ai più poveri. Alla lotta per la giustizia. Una tradizione che resterà in Calabria anche dopo la sua completa latinizzazione, giungendo fino a Campanella e a Padula, e passando da Gioacchino da Fiore (tutte figure esemplari che Alvaro ammira e di cui scrive). A un intellettuale e un uomo che ha sempre avuto un atteggiamento critico nei confronti della Chiesa ufficiale, ma ha esaltato le personalità eticamente più alte della tradizione cristiana calabrese, non poteva essere più prossimo un funerale alla presenza del fratello sacerdote e in una chiesa affidata ai Minimi di Francesco di Paola. Alvaro verrà sepolto a Vallerano. In un cimitero di campagna. Un ritorno. La morte fa coincidere ritorno e fine del viaggio. Ma non il ritorno a San Luca, il ritorno al mondo contadino che Alvaro si era ricostruito a Vallerano. Lui, che aveva reso da antropologo e da poeta i riti della morte nella sua terra, che aveva avuto un “funerale meridionale” (calabrese, si potrebbe aggiungere), non conclude il suo viaggio in Aspromonte, ma in una campagna che si è scelta come rifugio e luogo di scrittura. La civiltà contadina, che coincide con quella dell’umanesimo (come sarebbe stato per Pasolini), condannata a scomparire nella tecnocrazia del neocapitalismo, è la terra (la zolla, avrebbe detto Dostoevskij) dove rimanere per sempre. Come sarà per Pasolini, a Casarsa. Restare a Vallerano sarà per Alvaro come rimanere nella San Luca dell’infanzia. Nel 1929, sulle pagine della “Stampa”, Alvaro aveva scritto, a proposito del viaggio:
Tra le cose vertiginose vi sono nel mondo le frontiere, i passaggi di frontiera. Anche se sono in pianura, l’uomo si sente su un vertice, alto alto. Il treno vi arriva cautamente, come chi voglia tranquillare qualcuno sulle sue intenzioni, e l’uomo si sente improvvisamente su un’altalena. Va’ avanti; non andare avanti. I cieli stessi si dividono, di là più chiaro, di qua più scuro, come i pezzi di una bandiera. Uno che torna al suo paese sospira, indica un albero, un povero alberello, e dice, come un bambino, come si chiama nella sua lingua. Mi ricordo di un viaggiatore di terza classe, un uomo del popolo, una volta, a una frontiera, tornando in Italia, che si mise a gridare affacciato al finestrino: “Ah, i carabinieri! Questi sì che mi fanno davvero paura.” O amore del suo paese, di quante cose sei fatto. Ed ecco toccata un’altra città, un’altra terra, saliti o discesi più su o più giù lungo la carta geografica: e questa è terra, questi sono alberi, questi sono uomini, questa è un’altra patria. Tradimenti del diavolo dei viaggi. […] E già la città nuova si immiserisce ai tuoi occhi, si fa più stretta e semplice, per quanto vasta, del paese che ti vide nascere, perché quello lo vedi con gli occhi e la fantasia dell’infanzia. Pensi ad altri paesi più lontani e stranieri. O forse tornare. Ma dove? Una porta si è chiusa alle tue spalle rombando per l’androne scuro, da scalino a scalino, e a tornarvi forse qualcuno griderebbe spaurito. (La Stampa, 4 maggio 1929)

Alvaro antropologo. Partire per restare
Il giorno della morte di Alvaro il caporedattore del Giornale Radio del Terzo Programma commissionò il servizio commemorativo a Giuseppe Berto, che allora collaborava con la RAI. Il servizio fu trasmesso lo stesso giorno della morte. Fu un servizio tutt’altro che generoso. Berto stigmatizza la incapacità di Alvaro a definirsi scrittore meridionalista.
Fino alla fine, anche quando aveva lo studio con la finestra aperta sulla scalinata di Trinità dei Monti col suo perenne fluire di giovinezza cosmopolita, rimase il calabrese che ricercava nella memoria il mondo dell’infanzia, senza avere il coraggio di tornarvi, e senza il coraggio di evaderne definitivamente e prendere possesso di quest’altra realtà che pur gli stava sotto gli occhi e non lo respingeva, perché non respinge nessuno… Aveva in mano un materiale simile a quello che aveva fatto grande Verga, sentiva con la stessa forza i motivi della perenne lotta degli umili contro la storia e la miseria, ed ebbe paura del regionalismo… Nella preoccupazione di essere moderno, Alvaro arrivò a contenere la sua impulsività meridionale per rifugiarsi sempre più in quell’altro aspetto della sua natura raziocinante e moralista…
Eugenio Montale avrebbe invece scritto, ricordando l’amico scomparso sulle pagine del “Corriere della Sera” il 12 giugno:
Da anni Alvaro, rinchiuso nella sua bella casa di Roma, da cui si prendeva d’infilata Piazza di Spagna e la scalinata di Trinità dei Monti, attendeva con maggior distacco alla sua opera letteraria e alle consuete collaborazioni di “terza pagina”. […] Delle sue origini meridionali conservava l’individualismo e il gusto della contemplazione; ma la rumorosa e spumeggiante faciloneria di certi ambienti intellettuali non aveva presa su di lui. In questo egli era un vero settentrionale del Sud. Chi lo paragonò al Verga non colse nel segno per molte ragioni, ma intuì esattamente quella segreta vena di tristezza, quella chiusura interiore ch’è propria di molti intellettuali del Mezzogiorno. […] Uomo di forti convinzioni democratiche, aveva più volte sfiorato la politica militante senza lasciarsene assorbire. […] Alvaro non fu mai, nel suo profondo, né un novecentista né uno scrittore regionale. Conforta questa opinione il fatto ch’egli, recentemente, rifiutasse senza sdegno, ma con molta fermezza, di essere considerato come uno degli esponenti della letteratura “meridionale” e dei problemi a questa connessi. […] Alvaro fu scrittore nuovo e moderno perché seguì fino in fondo la sua inclinazione morale, senza scivolare mai nel moralismo o nell’astratto spiritualismo, e senza sacrificare nulla della sua asciuttezza e severità di espressione. (M. L. Cassata, Corrado Alvaro, pp. 217-218)
[5] Tratto da www.italianculture.net/regione Calabria.
Montale aveva capito Alvaro come Berto non aveva saputo. In seguito, Pasolini ricorderà l’importanza della lettura storico-antropologica che Alvaro aveva fatto della Calabria, nella quale lo scrittore di San Luca aveva dimostrato una capacità di lettura che non ha nulla a che vedere con il moralismo, ma molto con la lucidità dell’etnografo (che Alvaro applicherà nell’osservazione di ogni luogo nel quale vivrà e viaggerà). Alvaro è un grande etnografo del Sud, ma anche del resto dell’Italia, e di Roma, Milano, Firenze, Parigi, Mosca, Berlino, dell’Unione Sovietica e della Turchia. L’antropologia che conosce è quella sperimentata nel mondo di origine, ma ciò non lo limita, anzi, è attraverso questa antropologia che osserva la città, criticando la modernità che ha rinunciato alla tradizione umanistica per porre le basi di una società nella quale l’uomo è condannato alla solitudine, la spersonalizzazione, la derealizzazione. Nella quale le donne non appartengono più alla sacralità antica, ma diventano oggetto (fino a diventare delle vere e proprie bambole create in laboratorio, in “Belmoro”).
Alvaro era partito da San Luca subito dopo l’infanzia, e non vi sarebbe tornato dopo la morte. Ma il suo partire era stato il suo restare. Un restare che, nell’allontanarsi da ogni stereotipo, gli aveva permesso di mantenere vivo il senso della vita che aveva visto correre con l’acqua delle sorgenti e delle fiumare dell’Aspromonte. Con gli occhi di un antropologo poeta.
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Redazione Corriere
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