Da poche settimane l’iter per la beatificazione di don Giuseppe Diana è entrato ufficialmente nella sua fase decisiva, e quasi subito un nuovo libro contribuisce a restituire la complessità della sua figura, oltre la riduzione a semplice simbolo della lotta alla camorra. Due percorsi paralleli, uno ecclesiale e l’altro culturale, che si intrecciano nel rilancio della memoria del sacerdote di Casal di Principe ucciso il 19 marzo 1994 mentre si preparava a celebrare la Messa nella chiesa di San Nicola di Bari.
A oltre trent’anni dall’omicidio, la diocesi di Aversa ha avviato il procedimento che potrebbe condurre al riconoscimento del martirio “in odium fidei”, passaggio decisivo verso la beatificazione. L’annuncio è stato dato dal vescovo mons. Angelo Spinillo durante la celebrazione per l’anniversario della morte del sacerdote, segnando un momento atteso da anni da familiari, comunità ecclesiale, associazioni antimafia e da quanti hanno visto in don Diana non solo un simbolo civile, ma un sacerdote che ha vissuto radicalmente il Vangelo.
Il percorso canonico verso il riconoscimento del martirio
La diocesi, insieme all’Associazione familiari e amici di don Peppe Diana, ha avviato il percorso preliminare per l’apertura dell’inchiesta diocesana. La scelta è ricaduta sul riconoscimento del martirio “in odio alla fede”, ritenuto più coerente con la natura della sua testimonianza.
Da Roma, il Dicastero delle Cause dei Santi aveva indicato la possibilità di procedere sia sul piano delle virtù eroiche sia su quello del martirio. La decisione di orientarsi verso quest’ultimo implica una lettura precisa della sua uccisione: non solo come eliminazione di una voce scomoda alla criminalità organizzata, ma come attacco a una testimonianza cristiana vissuta fino in fondo.
Ora si attende il nulla osta definitivo della Santa Sede per l’apertura formale del processo diocesano. Verrà istituito un tribunale ecclesiastico incaricato di raccogliere testimonianze, documenti e prove storiche sulla vita, sul ministero e sulle circostanze dell’omicidio. Il lavoro sarà coordinato da un postulatore della causa, chiamato a dimostrare il nesso tra fede, azione pastorale e morte violenta.
“Per amore del mio popolo non tacerò”: il Vangelo contro la paura
Al centro del percorso resta la figura di un sacerdote che negli anni Novanta divenne una delle voci più forti contro il potere dei clan casalesi. Il documento “Per amore del mio popolo non tacerò”, diffuso nel Natale del 1991, rappresenta ancora oggi uno dei testi più emblematici della sua testimonianza.
In quelle pagine don Diana denunciava il controllo della camorra sul territorio e invitava la comunità cristiana a non piegarsi alla cultura della paura e dell’omertà. Una presa di posizione che non fu soltanto civile, ma profondamente pastorale, radicata nella sua visione del Vangelo come forza di liberazione.
La mattina del 19 marzo 1994, giorno del suo onomastico, venne assassinato nella sacrestia della sua parrocchia da un killer della camorra. Un’esecuzione che segnò profondamente la Chiesa italiana e che nel tempo è diventata uno dei simboli più forti della resistenza morale e civile ai poteri criminali.
Il libro di Antonio Mattone: “Il Casalese di Dio”
Accanto all’avvio del percorso ecclesiale, un nuovo contributo editoriale riapre la riflessione sulla figura del sacerdote. Il volume di Antonio Mattone, Il Casalese di Dio. Don Peppe Diana. Storia, omicidio, verità (EDB), si propone di restituire un ritratto più completo e meno stereotipato del parroco di Casal di Principe.
Il libro nasce da un lungo lavoro di ricerca, testimonianze e documentazione giudiziaria, e affronta la domanda centrale che attraversa la sua vicenda: chi fosse realmente don Diana e perché sia stato ucciso.
Secondo l’impostazione dell’autore, ridurre la sua figura al solo ruolo di “prete anticamorra” significa impoverire la portata della sua esperienza. Don Diana emerge invece come un sacerdote pienamente inserito nella vita della Chiesa, impegnato nella formazione dei giovani, nella pastorale quotidiana e nella costruzione di una comunità cristiana viva.
La sua opposizione alla camorra, dunque, non appare come una scelta politica o ideologica, ma come conseguenza diretta di una fede vissuta senza compromessi. Il Vangelo, nella sua lettura, non poteva convivere con la cultura della sopraffazione e della violenza.
Dal simbolo civile al riconoscimento ecclesiale
Per anni don Diana è stato indicato come uno dei simboli della lotta alla criminalità organizzata. Una definizione corretta ma parziale, che oggi il percorso verso la beatificazione contribuisce a superare o quantomeno a completare.
La Chiesa è chiamata infatti a verificare se la sua morte possa essere riconosciuta come martirio “in odium fidei”, cioè legato all’odio verso la fede cristiana che egli incarnava nella sua azione pastorale.
In questa prospettiva, anche il libro di Mattone assume un ruolo significativo: non solo ricostruzione storica, ma contributo a una rilettura ecclesiale e spirituale della sua vita, che restituisce centralità al suo ministero sacerdotale.
Una testimonianza che continua a parlare
La comunità di Casal di Principe e l’intera Campania seguono con partecipazione questo doppio percorso, ecclesiale e culturale. La memoria di don Diana, infatti, non si è mai spenta: è rimasta viva nelle associazioni, nella Chiesa locale e in chi continua a leggerne la testimonianza come segno di speranza.
Il sacerdote non appare così come un’icona cristallizzata, ma come una figura ancora capace di interrogare il presente: un uomo che ha unito fede, educazione e impegno sociale fino al sacrificio della vita.
Se il percorso canonico confermerà il riconoscimento del martirio, la Chiesa potrà indicarlo ufficialmente come esempio di testimonianza evangelica estrema. Intanto, il libro di Mattone e l’avvio dell’iter diocesano contribuiscono a restituire la profondità di una figura che continua a unire spiritualità e giustizia, Vangelo e storia.
Chiara Lonardo
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