L’evoluzione dei rapporti di forza tra Iran, Israele e Stati Uniti


L’attacco iraniano contro Israele del 7 giugno riscrive i rapporti di forza e le regole di ingaggio della Terza guerra del Golfo.

INTRODUZIONE

Questa analisi si propone di tracciare l’evoluzione dei rapporti di forza in Medio Oriente nel corso della guerra tra Stati Uniti/Israele e Iran. L’inaspettata potenza della risposta iraniana agli attacchi statunitensi del 28 febbraio ha portato a un mutamento degli equilibri militari nel Golfo Persico, i quali hanno cambiato anche le equazioni della risposta militare persiana. Questi arrivano fino al lancio di missili iraniani contro Israele il 7 giugno scorso, evento che segna per la prima volta l’uso della forza da parte dell’Iran contro Israele, in mancanza di un coinvolgimento diretto. Se si considera l’inizio del conflitto dal 7 ottobre 2023, con l’attacco di Hamas e la risposta di Israele sulla Striscia di Gaza, possiamo tracciare quattro fasi.

CORPUS

La prima fase va da ottobre 2023 al 13 aprile 2024, data dell’operazione True Promise, il primo attacco missilistico iraniano diretto su Israele, e primo atto militare subito dallo Stato ebraico per mano di un altro paese riconosciuto dal 1991. Durante questo periodo la tattica persiana è stata quella che può essere definita “pazienza strategica”, il massacro di Gaza viene condannato con veementi parole dalla leadership iraniana, si ospitano e supportano diplomaticamente i capi di Hamas, ma si tiene un profilo basso. Nessun attacco militare, semplice supporto morale e diplomatico alla causa palestinese. La potenza militare israeliana è troppo superiore, e la deterrenza nucleare impedisce all’Iran di fare la prima mossa. La violenza mossa contro gli alleati Hamas e Hezbollah non ottiene risposta diretta dalla Repubblica Islamica.

Questo schema viene rotto dal bombardamento israeliano del consolato iraniano a Damasco avvenuto il 1° aprile 2024 che uccide sette persone, inclusi il Generale Mohammad Reza Zahedi comandante delle Forze Quds e il suo vice. La risposta iraniana apre un nuovo capitolo, il 14 aprile lancia l’operazione True Promise (I). Questa avviene 13 giorni dopo il bombardamento israeliano e a seguito di ampi preavvisi verso i vicini arabi e gli Stati Uniti, mostrando l’intento di contenere l’eventuale escalation. L’attacco è partito dall’Iran e i suoi alleati: Ansar Allah in Yemen, le milizie sciite in Iraq e da Hezbollah, per un totale di circa 300 tra missili, razzi e droni. L’obiettivo principale è stato la base aerea di Nevatim da cui è partito lo stesso raid al consolato di Damasco. Seguirà una risposta missilistica israeliana limitata a obiettivi militari in Iran che segna la conclusione di questa fase di ostilità dirette. Oltre al risultato militare mediamente scarso, (solo pochi missili a segno), l’offensiva iraniana rappresenta un’importante vittoria tattica, per la prima volta la Repubblica Islamica ha risposto con un attacco diretto, mostrando di avere saldo il supporto dei suoi alleati e di possedere un arsenale di livello. La figura da grande potenza è stata conservata. 

Il nuovo schema fatica a imporsi. La deterrenza che l’Iran sperava di aver guadagnato risulta insufficiente a fermare Israele che in sequenza uccide Ismeal Haniyeh, capo dell’ufficio politico di Hamas a Teheran il 31 luglio, ed esegue potenti bombardamenti in Libano uccidendo Hassan Nasrallah il 27 settembre, storico segretario generale di Hezbollah e figura molto vicina ai Pasdaran. L’escalation portata avanti dallo Stato ebraico ottiene la risposta iraniana solo il 1° ottobre con l’operazione “True Promise II”. Questa volta l’avvertimento ha avuto minor anticipo in confronto alla precedente operazione, e sono stati lanciati più di 200 missili balistici, compresi gli ipersonici della categoria Fattah, capaci di avere effetti distruttivi decisamente superiori alla precedente ondata. Dai 20 ai 32 missili hanno colpito la base aerea di Nevatim, oltre alle 100 infrastrutture danneggiate sul territorio israeliano. Seppur dopo molte provocazioni e lunghe riflessioni, la potenza iraniana ha stavolta mostrato di poter colpire nel cuore lo Stato ebraico, creando un effetto di deterrenza che porterà Israele ad evitare ulteriori attacchi “mordi e fuggi”. 

Tale effetto si manifesterà il 13 giugno con l’inizio dell’aggressione israeliana in territorio iraniano portata avanti con le forze aeree di Tsahal e che darà inizio alla Guerra dei 12 giorni. I bombardamenti iniziano nel mezzo delle trattative tra Usa e Iran per un accordo sul programma nucleare, al quale Israele si è sempre opposto, prediligendo la linea dura. L’obiettivo dello Stato ebraico era colpire duramente l’apparato militare iraniano, decimare la catena di comando dei Pasdaran e distruggere il programma nucleare nemico. Se Israele è stato in grado di raggiungere i primi due obiettivi, per colpire i siti di arricchimento di uranio di Fordow, Natanz e Isfahan erano necessarie le bombe bunker buster statunitensi. Dopo 11 giorni di scambio di fuoco tra i due Paesi, l’intervento statunitense con la distruzione dei siti nucleari, al quale la Repubblica Islamica risponde con un simbolico attacco alla base di Al-Ueid in Qatar, pone una fine momentanea al conflitto. L’ingresso diretto americano porta l’Iran nuovamente sulla difensiva. Dalla fine della guerra dei 12 giorni si arriva a una progressiva stabilizzazione della regione, tra il cessate il fuoco a Gaza (molto poco rispettato) e la fine degli interventi degli Huthi nel Mar Rosso, Teheran si trova costretta a nuove trattative sul nucleare con gli Stati Uniti. La fiducia è minima ma la mediazione dell’Oman aiuta. La crisi economica e le violente proteste di gennaio hanno messo la Repubblica Islamica con le spalle al muro mostrando tutte le sue apparenti debolezze.

Figura 1: attacchi dei primi 4 giorni della Guerra dei 12 giorni di giugno 2025. https://www.nytimes.com/interactive/2025/06/12/world/middleeast/iran-israel-maps.html

La nuova guerra mossa da Israele e Stati Uniti all’Iran il 28 febbraio, nonostante qualche successo strettamente militare come la decapitazione della catena di comando militare e l’uccisione della Guida Suprema Alì Khamenei, avrebbe dovuto piegare la Repubblica Islamica. Questa invece ha risposto con un vigore inaspettato, colpendo e danneggiando le basi americane nel Golfo, Israele e soprattutto appropriandosi dello Stretto di Hormuz. Il supporto di Hezbollah, la resistenza islamica in Iraq e in misura minore di Ansar Allah in Yemen hanno garantito una maggiore durabilità. Per la prima volta, l’Iran ha risposto con l’escalation diretta, ribadendo colpo su colpo e coinvolgendo altri paesi alleati degli Stati Uniti come le varie monarchie arabe del Golfo. 

Il cessate il fuoco raggiunto l’8 aprile, oggi molto instabile nonostante il MoU, non vede un chiaro vincitore, motivo per cui le trattative per la conclusione del conflitto risultano molto difficili. Sebbene gli Stati Uniti mantengano una potenza di fuoco impareggiabile, i successi iraniani descritti appena sopra mettono la Repubblica Islamica in una posizione di forza nel dialogo. Colpita a tradimento ha risposto con orgoglio centrando obiettivi ai quali ora non vuole rinunciare, Hormuz su tutti. Proprio il controllo del Golfo Persico consente all’Iran di estendere la sua profondità strategica usandolo come arma negoziale e strumento di pressione contro la talassocrazia americana.

Figura 2: risposta iraniana allargata a tutto il Medio Oriente durante la Terza guerra del Golfo. https://www.washingtonpost.com/investigations/2026/05/06/iran-us-bases-satellite-images/

Durante l’attuale cessate il fuoco la Repubblica Islamica ha dimostrato di saper imporre le proprie condizioni, chiedendo la cessazione delle ostilità anche in Libano, dal 9 aprile ridotte principalmente al sud. È proprio in questo contesto che vediamo un altro slittamento dei rapporti di forza e delle regole di ingaggio. La provocazione israeliana nel colpire Dahieh il 7 giugno, quartiere sud di Beirut e storica roccaforte di Hezbollah nella capitale, ha prodotto un atto inedito. La Repubblica Islamica ha attaccato Israele senza una provocazione diretta. Se fino a ieri, terrorizzato dalla potenziale risposta israeliana, l’Iran necessitava di una giustificazione per muovere guerra, oggi le regole di ingaggio sono cambiate. La difesa dell’alleato è diventata la nuova linea rossa.

IPOTESI SPECULATIVA

Il cambiamento dei rapporti di forza in gioco non è determinato esclusivamente dalla ormai provata capacità di risposta di fuoco della Repubblica Islamica, ma dalla sua abilità nel testare la risposta dei nemici. Con l’avanzare del conflitto è stata capace di spingere sempre più avanti le proprie linee rosse, creando una nuova equazione nelle regole di ingaggio con Israele e Stati Uniti. Ogni attacco iraniano provoca decisamente meno danni di ogni bombardamento israelo-americano, ma Teheran ha mostrato di avere maggiore resistenza. Il nemico esterno ha aiutato il regime a stringere attorno alla bandiera parte della popolazione e il progressivo spostamento di potere nelle mani dei militari spinge verso una direzione più militarista e meno attendista. La potenza di fuoco iraniana e le nuove regole di ingaggio definitisi negli ultimi giorni portano Stati Uniti e Israele a fare i conti con un attore geopolitico diverso, non più in attesa del momento giusto per colpire, ma capace di agire per primo per imporre la propria volontà.

Nonostante i continui annunci di un nuovo Memorandum of understanding stavolta confermati anche dallo stesso ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi, tale analisi va contestualizzata nel lungo periodo. La capacità iraniana di colpire in profondità senza paura della rappresaglia mette Stati Uniti e Israele in una posizione di maggiore cautela e le attuali condizioni favorevoli del Mou sembrano confermare tale ipotesi.

Allo stesso tempo, l’attuale regola di ingaggio iraniana consente a Israele una importante leva sui negoziati in corso. Colpire il Libano è una chiara violazione degli accordi e può essere un ottimo strumento per sabotare i dialoghi o per smascherare l’eventuale bluff della Repubblica Islamica. Il nuovo bombardamento di Dahieh del 14 giugno prova a riscrivere lo schema, ma la possibile pressione statunitense su Israele per spingerlo ad accettare le richieste iraniane potrebbe essersi inserito negli attuali rapporti di forza in gioco

PROSPETTIVE

Osservando sul lungo periodo è possibile ipotizzare due scenari opposti. Il primo vede un proseguimento di quanto descritto sopra, la leadership militare iraniana, sempre più al centro del potere, punterebbe verso un atteggiamento più aggressivo e meno tollerante nei confronti delle ingerenze israelo-statunitensi. Questo può verificarsi sia nell’ottica di un proseguimento del conflitto in corso con una progressiva escalation, che in una nuova postura geopolitica e militare meno prudente in tempo di pace. Questa analisi ha coperto tre anni di conflitto proprio per mostrare come i vari “cessate il fuoco” non sono stati capaci di contenere la progressiva escalation, che al contrario si è semplicemente protratta nel tempo.

Secondo un’altra prospettiva, gli ultimi attacchi verso Israele e le basi statunitensi potrebbero segnalare il tentativo della Repubblica Islamica di mostrare i muscoli per costruire una deterrenza credibile mostrandosi più forte di quanto non sia in realtà. Sebbene l’Iran sia stata capace di ricostruire e riattivare gran parte delle postazioni di lancio e fabbricazione di missili e abbia acquisito nel corso dei due conflitti una notevole esperienza sul campo, la sua potenza militare rimane decisamente inferiore a quella statunitense, capace di colpire dal cielo con una cerca facilità. Questo scenario, più che un bluff, potrebbe essere letto come la necessità di mettere la pistola sul tavolo delle trattative e porsi in una posizione di forza, scenario in parte confermato dai recenti dialoghi di pace.

Osservando le recenti trattative, oggi è ipotizzabile che l’Iran mantenga un’elevata influenza nei negoziati. Il controllo di Hormuz e la capacità di colpire con forza hanno portato Stati Uniti e Israele ad accettare dei punti di partenza parzialmente favorevoli alla Repubblica Islamica. Nonostante sia difficile che accettino il controllo iraniano su Hormuz, gli statunitensi sembrano particolarmente frettolosi nel voler chiudere il conflitto, ma l’ago della bilancia che può far saltare tutto rimane l’azione israeliana nel sud del Libano, pertanto sarà fondamentale monitorare il fronte libanese.




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 Lorenzo Timitilli

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