Studentesse e studenti della classe di Agenzie e Nuovi Media del corso di laurea in Editoria e Scrittura della Facoltà di Lettere della Sapienza hanno seguito, mercoledì 27 maggio, il convegno dal titolo ‘Europa alla sfida della guerra ibrida e cognitiva: le responsabilità dell’informazione’, organizzato, presso la sede in Italia del Parlamento europeo, a piazza Venezia, dall’Ufficio per l’Italia del Parlamento europeo, dall’Osservatorio TuttiMedia e da Media Duemila. Queste alcune loro cronache dell’evento – alcune altre sono state pubblicate giovedì scorso 4 giugno –.
Picierno “disinformazione rischio sistemico globale”, di Martina Pasquarelli
Durante il convegno di mercoledì 27 maggio sulle responsabilità dell’informazione nell’era dell’intelligenza artificiale, presso l’Ufficio per l’Italia del Parlamento europeo, a Piazza Venezia, a Roma, la vice-presidente dell’Assemblea di Strasburgo Pina Picierno ha illustrato i rischi oggi legati alla disinformazione.
“La disinformazione e la manipolazione informativa sono tra i principali rischi sistemici globali nel breve periodo, associati sia alla polarizzazione sociale sia alla vulnerabilità economica delle democrazie avanzate”: un concetto che evidenzia come la disinformazione non costituisca soltanto una minaccia per il pluralismo democratico, ma anche per la competitività economica dell’Europa e per la stabilità delle sue filiere industriali.
La vice-presidente ha ricordato come la disinformazione sia ormai diventata una vera e propria infrastruttura operativa dei conflitti geopolitici contemporanei. Continuare a considerarla esclusivamente una questione mediatica significa sottovalutare profondamente la trasformazione in atto. Le guerre ibride, infatti, non si combattono soltanto attraverso attacchi informatici, sabotaggi o pressioni energetiche, ma anche intervenendo sulla percezione collettiva della realtà: manipolando il consenso democratico, sfruttando la fiducia sociale e indebolendo la capacità decisionale delle economie avanzate.
Secondo l’onorevole Picierno, la dimensione cognitiva è ormai parte integrante della sicurezza europea e coinvolge non solo la politica, ma anche i sistemi produttivi, industriali e finanziari. Per questo, c’è la necessità di sviluppare una vera e propria dottrina europea della sicurezza cognitiva.
Tra le proposte avanzate vi è la creazione di un’agenzia europea per la difesa democratica, capace di integrare intelligence civile e monitoraggio degli algoritmi. Questi ultimi, infatti, influenzano profondamente i cittadini e non possono più rimanere opachi. Servono maggiore trasparenza nelle dinamiche di amplificazione artificiale dei contenuti politici e investimenti concreti nella costruzione di reti di verifica delle informazioni.
Comprendere come funziona la manipolazione digitale e imparare a riconoscere i contenuti generati artificialmente rappresenta oggi una necessità fondamentale. Il rischio, ha concluso Picierno, è quello di una progressiva paralisi democratica. Se l’Europa non comprenderà rapidamente che la sicurezza cognitiva coincide ormai con la sicurezza economica, industriale e democratica, rischierà di affrontare le crisi del futuro con strumenti pensati per il secolo scorso. E proprio il secolo scorso ci insegna che le democrazie raramente crollano all’improvviso: molto più spesso si consumano lentamente, mentre continuano a sottovalutare i segnali della propria vulnerabilità.
—.
La manipolazione dell’informazione minaccia la democrazia, di Arianna Pontefice
Le guerre, oggi, non si combattono soltanto sul campo di battaglia. Le basi delle democrazie contemporanee sono infatti minacciate da forme di manipolazione informativa che mirano a indebolire tali sistemi dall’interno. Il potere delle tecnologie digitali ha raggiunto livelli senza precedenti e tali conseguenze si riflettono sulla vita quotidiana dei cittadini.
Nel corso del convegno del 27 maggio, è stato evidenziato come i conflitti contemporanei si combattano anche online, attraverso strategie comunicative finalizzate a minare le basi dei sistemi liberali e democratici. L’obiettivo di queste pratiche non è tanto la diffusione di notizie false, ma la produzione massiccia di contenuti in grado di confondere, disorientare e saturare lo spazio cognitivo degli utenti.
Secondo quanto emerso durante il dibattito, la guerra ibrida mira a generare una sorta di paralisi democratica. Sono stati richiamati studi e sondaggi che evidenziano il ruolo sempre più significativo degli algoritmi nella formazione dell’opinione pubblica e, indirettamente, negli orientamenti elettorali. Il mondo digitale, infatti, viene spesso percepito come separato dalla realtà, ma i suoi effetti sono tutt’altro che virtuali: influenzano il modo in cui ci informiamo, interpretiamo gli eventi e prendiamo decisioni fondamentali.
È stato sottolineato come i contenuti che ci vengono proposti online siano spesso il risultato di processi di selezione algoritmica capaci di orientare, anche inconsapevolmente, le nostre percezioni e le nostre scelte. In questo senso, la manipolazione informativa può incidere su uno degli strumenti fondamentali della democrazia: il voto. Nel corso dell’evento è stata più volte richiamata l’Enciclica di Papa Leone XIV Magnifica Humanitas, nella quale il pontefice riflette sui possibili effetti antropologici negativi dello sviluppo tecnologico e sulla fragilità che caratterizza le società contemporanee.
È stato ricordato come l’Italia sia tra i Paesi maggiormente esposti a questo fenomeno e come le giovani generazioni dichiarino di informarsi prevalentemente attraverso canali non tradizionali e piattaforme digitali. Questa tendenza solleva interrogativi importanti sull’affidabilità delle fonti e sui processi attraverso cui si forma una coscienza collettiva, capace di orientare valori, idee e comportamenti. In tale contesto, è stata sottolineata l’importanza del lavoro giornalistico, sottovalutato e di cui non si riconosce il valore. Ad oggi la gran parte dei cittadini non è disposta a pagare per un’informazione professionale e approfondita, preferendo affidarsi a contenuti gratuiti non verificati. Le guerre si superano con alleanze difensive forti: attraverso la cooperazione europea e leggi che contengano i rischi. Tuttavia, il primo passo è riconoscere l’esistenza del problema e i rischi che la manipolazione informativa comporta per la qualità del dibattito pubblico e per la tenuta delle democrazie contemporanee: una consapevolezza di pochi.
—.
Leone XIV, “il problema non è la tecnologia, ma come la usiamo”, di Ludovica Giulia Ricci
“Genera un’immagine evocativa che si ricolleghi a una conferenza di esperti sulla guerra ibrida e cognitiva”. Mi è bastato dare qualche indicazione generale al motore di ricerca IA per ottenere una rappresentazione grafica e, ovviamente, tutta artificiale, che ben si ricollegasse al tema trattato mercoledì 27 maggio, nel convegno presso l’Ufficio per l’Italia del Parlamento europeo, a Roma.
“Poche parole e nessuno sforzo” sembra essere lo slogan ideale per descrivere il modo in cui, ad oggi, possiamo fruire dei contenuti digitali. Ci basta solo essere connessi a una rete Internet e il gioco è fatto.
Se questa modalità di trasmissione dell’informazione ha semplificato la vita di molti, esiste anche l’altra faccia della medaglia. “Non si parla più di una semplice distorsione della comunicazione, bensì di una vera e propria infrastruttura trasformativa”, ha dichiarato la vice.presidente del Parlamento europeo Pina Picierno.
La minaccia informatica è tale proprio perché, tramite manipolazione, demolisce la fiducia degli utenti nei confronti di tutte le notizie che riscontrano online. Molti contenuti, ormai, hanno proprio l’obiettivo di confondere e di creare una sorta di “caos informativo”, così definito da Cristina Monti, capo del settore politico della Rappresentanza in Italia della Commissione europea.
Gli esperti presenti alla conferenza hanno provato a dare dei suggerimenti utili per tentare di fronteggiare il fenomeno. Innanzitutto, malgrado il titolo dell’incontro richiami in modo chiaro un contesto bellico, il deputato del Parlamento europeo Salvatore De Meo ha sottolineato la necessità di creare un termine specifico, che richiami la gravità e l’irreversibilità della situazione che stiamo vivendo.
In molti hanno fatto poi riferimento a un prezioso strumento da cui prendere spunto per destreggiarsi tra le intricate fila del web: l’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV, pubblicata il 25 maggio, ci suggerisce che il problema non sta nella tecnologia in sé, ma nel modo in cui ne usufruiamo. “Bisognerebbe puntare sulle notizie di qualità e usare i social e l’IA a supporto dell’informazione, non in sostituzione di essa”, ha spiegato la direttrice dell’Agi Rita Lofano.
Tuttavia, più il sistema è debole, più rimarrà esposto agli eventuali rischi di una propaganda ostile. Gina Nieri, direttrice deli affari istituzionali di Mediaset, ha parlato del fatto che è già stato tracciato un perimetro giuridico adeguato rispetto ai rischi della disinformazione, che però non si è ancora concretizzato del tutto in una legge organica. Come affermato anche dal presidente di Confindustria Radio Televisioni Antonio Marano: “Non basta l’educazione digitale, servirebbero delle normative mirate che vadano a tutela dell’editoria sana”.
Alcune leggi contro la vulnerabilità delle informazioni in rete sono già in vigore. Esempi concreti sono il Digital Services Act, che interviene contro la manipolazione algoritmica, garantendo la trasparenza dei criteri di selezione dei contenuti, o l’AI Act europeo, prima legge al mondo che regola l’intelligenza artificiale in base al livello di rischio, vietandone gli usi considerati pericolosi. Esistono poi singole iniziative, ancora non compattate in una singola legge unitaria, definite “anti-slop”. Letteralmente il termine indica una strategia che si oppone ai contenuti spazzatura prodotti in massa dall’IA, così da limitare l’inquinamento dell’ecosistema digitale e proteggere la qualità dell’informazione e la fiducia pubblica.
Pur essendo riusciti ad arginare in qualche modo la situazione, si potrebbero mettere in pratica ulteriori misure utili a sostegno delle infrastrutture digitali. Come spiegato da Vittorio Calaprice, funzionario della Commissione europea, è stata richiesta la costituzione di un ufficio apposito, dedicato ai sistemi IA. Sarebbero poi utili degli investimenti o dei fondi europei che tutelino gli editori. Un grosso ostacolo per la messa in pratica di queste iniziative è dato dalla crisi del sistema economico dell’informazione: televisioni e media tradizionali hanno, infatti, perso gran parte delle entrate pubblicitarie a favore delle grandi piattaforme digitali e dell’IA, il cui utilizzo non è soltanto rapido, ma anche gratuito. “L’investimento di fondi sarebbe ottimale, poiché garantirebbe un giornalismo economicamente più sostenibile e pluralista, che possa contrastare meglio la disinformazione”, ha affermato Gina Nieri, a conclusione del suo intervento.
—.

L’esperto, “l’IA è la nuova bomba atomica”, di Micol Vinci
In “Io, Robot” Isac Asimov immaginava macchine governate da leggi infallibili, progettate per proteggere l’uomo da sé stesso. Il nostro intervistato Jacopo Rossi, esperto di cyber security del Cor (Comando per le Operazioni in Rete), ci racconta una realtà che ha preso una piega diversa. Per Rossi, la cyber security è il fronte invisibile su cui si misura il potere tra Stati e la tenuta delle economie. Se durante la Guerra Fredda la competizione si valutava in termini di testate nucleari, oggi si gioca sul terreno dei dati e della capacità computazionale. Infatti sviluppare, controllare e proteggere questi sistemi sta rapidamente diventando uno dei principali fattori di influenza geopolitica del nostro secolo.
Quale attacco basato sull’IA preoccupa davvero gli esperti ma è quasi assente nel dibattito pubblico?
È il patch exploitation con effetto domino: analizza le patch di sicurezza – aggiornamenti di sicurezza di sistema – e le decodifica per capire come aggirarle e trasformarle in delle vulnerabilità sfruttabili. È gravissimo perché così non si deve attendere settimane o mesi per trovare una falla ma si sfruttano immediatamente questi bug, compromettendo un sistema, non dico all’istante, ma quasi.
A livello pratico quali settori sono più a rischio?
Sicuramente quello bancario, perché è un sistema interconnesso, fatto a nodi, quindi la compromissione di un nodo fa cascare tutto con un effetto domino. Riguarda anche la sanità o le infrastrutture critiche come Windows, Google o Meta. Sicuramente questa è una nuova arma, probabilmente di distruzione di massa.
L’IA sta cambiando gli equilibri tra Stati e cyberspazio?
Si. Più che altro sta cambiando il cyberspazio. Prima era una cosa nostra, umana. Ora non lo è più. Per questo gli Stati si stanno muovendo per avere l’IA migliore. Il problema è che la concorrenza è spietata e al momento la vera Guerra Fredda dell’IA è tra Stati Uniti e Cina: gli Stati Uniti hanno ChatGPT, Gemini e Claude, la Cina ha Deepseek.
Si può dire che le grandi potenze stanno facendo una nuova corsa agli armamenti?
Assolutamente sì. Per come la vedo io, stiamo sottovalutando il problema. Noi europei siamo agli albori. Non abbiamo un modello nostro, l’unica che si sta muovendo è la Francia, ma non è paragonabile a Stati Uniti e Cina. Entrambi non combattono per averla, ma combattono a livello di sviluppo e hardware. L’IA è solo la punta dell’iceberg, il vero motore sono i data center, dove Nvidia e Tsmc (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company) la fanno da padroni. Al momento gli Stati Uniti hanno un vantaggio critico.
Chi ha oggi il vantaggio competitivo: chi possiede più dati, più chip o migliori algoritmi?
Non basta una sola cosa, ma servono tutti e tre. Sul lato della programmazione degli algoritmi la Cina è avanti. Nvidia e Taiwan sono strettamente connessi agli Stati Uniti. È un sistema molto strutturato perché senza data center non c’è IA, e senza IA ci sarebbero i data center ma in minore quantità e grandezza fisica.
Secondo lei, potrebbe verificarsi un momento Sputnik dell’IA?
Secondo me è già avvenuto, forse siamo alla fine di questo momento. Adesso c’è una vera e propria Guerra Fredda sull’hardware. Basta osservare quello che è successo quest’anno a livello geopolitico e conflittuale: in Ucraina c’è la questione delle terre rare, fondamentali per il settore IT; la crescente tensione tra Cina e Taiwan e, di conseguenza, tra Cina e Stati Uniti; c’è la situazione in Iran, perché bloccando il passaggio si rallenta l’arrivo di greggio alla Cina e di conseguenza rallenta tutta la produzione industriale. Per me, l’IA è la nuova bomba atomica. Bisogna vedere solo se sarà usata come a Hiroshima.
Come risolverebbe questo problema?
Io ho paura che sia già troppo tardi. Ma non tanto per le scelte dei vari governi o Stati ma per il fatto che l’IA secondo le stime è a un livello più avanzato di quello che dovrebbe essere. Non posso trovare una soluzione ma una cosa posso dirla: per capire in che direzione stiamo andando, per prima cosa dovremmo fare attenzione di più alla storia e consiglio la lettura del libro “Io, Robot” di Isac Asimov e delle tre leggi della robotica, soprattutto la prima: “Un robot non può recare danno ad un essere umano, né permettere che, a causa della propria negligenza, un essere umano patisca danno”.
(2 – segue)
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Media Duemila
Source link





