Serve l’Intelligenza Artificiale per capire la legge Meloni sull’Intelligenza Artificiale



La lettura dei cinquantatré articoli dello schema di decreto legislativo varato ieri dal Consiglio dei Ministri in attuazione della legge italiana sull’intelligenza artificiale, insieme a quello in materia di utilizzo dell’IA per l’attività di polizia e di responsabilità civile e penale, dovrebbe in teoria risultare rassicurante. Almeno a una prima lettura superficiale. Sono disciplinati i principali ambiti di applicazione, abbondano i sacrosanti richiami alla visione antropocentrica della tecnologia, sono previste dure sanzioni in caso di violazione della normativa europea e italiana, si dispone e coordina il lavoro di vigilanza e controllo di una miriade di autorità e agenzie, con al centro della galassia regolamentare le due autorità nazionali designate, l’Agenzia per l’Italia digitale e l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale.

Eppure, a un’analisi più attenta, l’impressione che si ricava fin dall’ordine nel quale sono presentati gli argomenti contraddice l’intento iniziale. Stupisce dunque che di tutti i temi possibili, prima ancora di aver descritto le attività da mettere in campo per volgere al meglio gli impatti della tecnologia, ci si preoccupi di definire la governance e i rispettivi ruoli di ciascuna agenzia o autorità. E che, dopo averlo fatto in modalità sostanzialmente inintellegibile al comune cittadino, si passi direttamente, ancor prima del delitto, al castigo, con un’intera sezione e ben sette articoli dedicati alle disposizioni sanzionatorie. Anche in questo caso con pochi margini di comprensione all’ignaro lettore che prima ancora di essere formato all’intelligenza artificiale si augurerebbe di poter capire il testo delle leggi senza la necessità di possedere una laurea in giurisprudenza, ammesso che questa basti dati i continui rimandi a numeri di articoli senza neppure il bisogno di specificare a cosa si riferiscano. Con il risultato di raggiungere e superare il limite cacofonico nell’articolo 23 che declina con formule pressoché identiche ben dieci casi di irrogazione di sanzioni corrispondenti ad altrettanti articoli dell’AI Act e a valori monetari di diverso importo ma sempre potenzialmente monstre. Secondo il principio un po’ bizantino che tanto è più oscuro il motivo per il quale si punisce qualcuno tanto maggiore sarà il livello di deterrenza.

Ma la rassicurazione delle norme delineate nel decreto viene meno non solo per la loro incomprensibilità o un ordine tematico che sembra dare maggiore rilevanza ad alcuni aspetti anziché altri. Lo è anche per il lessico usato e soprattutto per l’attenzione ossessiva ai rischi rispetto alle opportunità offerte dall’IA. Quasi un riflesso condizionato di un’attitudine mentale ben consolidata. Espressa ieri piuttosto chiaramente dal presidente del consiglio Giorgia Meloni nel suo discorso alla Confcommercio nel quale ha anticipato i provvedimenti che avrebbe adottato il consiglio dei ministri di lì a poche ore. Correttamente rimarcando inizialmente che la “questione è tra le più complesse del nostro tempo. Da una parte noi abbiamo tra le mani uno strumento dal potenziale straordinario, dall’altra….uno strumento dal potenziale così impattante che la sua potenza nel complesso potremmo scoprirla davvero molto tardi. E allora non è facile trovare l’equilibrio tra valorizzare questo strumento e dare a questo strumento delle regole che consentano di coglierne il potenziale e di limitarne i rischi”. Peccato però che nel prosieguo del discorso i benefici siano stati lasciati da parte e mai approfonditi mentre sia seguita una descrizione con diversi esempi a supporto dei possibili rischi, dalla sostituzione dei lavoratori alla disinformazione e ai deep fake e ai possibili impatti sulla democrazia.

Non si tratta evidentemente di rischi da sottovalutare ed è del tutto auspicabile che chi occupa posizioni di responsabilità ne parli ma proprio da chi gode di un uditorio così largo e potenzialmente attento a quello che ha da dire il vertice del governo italiano ci si aspetterebbe che, accanto al rovescio negativo della medaglia, si faccia quantomeno altrettanta menzione delle opportunità e di quanto l’esecutivo che si guida stia facendo per coglierle. Specie in un paese come il nostro così refrattario all’innovazione.

E così nello schema di decreto approvato ieri colpiscono i continui riferimenti all’utilizzo sicuro e consapevole della tecnologia, come se qualcuno, al di là di qualche tecnoentusiasta da strapazzo, potesse augurarsene uno insicuro e inconsapevole. E anche nella descrizione delle attività di formazione da promuovere nei vari ambiti colpisce il richiamo molto maggiore ai rischi che alle capacità effettive di utilizzarla, non sia mai, per aumentare la produttività e l’efficienza di questo paese (oltre che dei diretti interessati). Fino ad arrivare al paradosso che nel comunicato stampa del Governo che sintetizzava i contenuti del decreto in questione il solerte estensore di Palazzo Chigi ha aggiunto di suo pugno, senza che questo fosse indicato nel testo, che nella formazione dei professionisti articolata su tre piani, tecnico, giuridico e deontologico, “quest’ultimo è il profilo di maggiore rilievo in quanto riguarda la responsabilità del professionista nell’uso dell’IA, gli obblighi informativi verso il cliente e il rispetto del principio antropocentrico della legge 132 del 2025”. Per la serie meglio l’incompetenza se responsabile.

Dati tutti i rischi evocati dal presidente del consiglio e dal decreto ci si sarebbe aspettati che almeno in questo decreto si fosse messo mano al portafoglio per investire quantomeno nei tanti interventi riferiti alla formazione, giustamente declinati in numerosi articoli e nelle diverse professioni. Ma in realtà di soldi nel decreto non c’è traccia tranne 100 milioni di euro stanziati alla voce “emergenza educativa relativa all’uso dei social e dell’intelligenza artificiale”. Che per carità vanno benissimo ma se sono gli unici ad essere stanziati di nuovo confermano il modulo tattico di un governo che sull’IA schiera il catenaccio di antica memoria. E che per il resto prova a galleggiare con soluzioni da finanza creativa. Come quando prevede di finanziare le attività supplementari svolte dalle due autorità nazionali con i proventi delle sanzioni oppure chiama docenti di ogni ordine e grado ad impegnarsi in attività di formazione e divulgazione (si suppone a titolo gratuito) in cambio di un riconoscimento nelle valutazioni della carriera scientifica. Come però nel calcio rimane il consueto dubbio sulle concrete prospettive di vittoria di una squadra prevalentemente votata alla difesa.

Dato che siamo in tempi di Mondiale la memoria non può che andare a quell’Italia-Corea del Sud di trapattoniana memoria di ventiquattro anni fa. Una squadra infarcita di campioni come poche volte nella nostra storia perdeva incredibilmente l’appuntamento con la storia, punita certamente da circostanze sfortunate e da un arbitro discusso. Ma soprattutto dall’incapacità di valorizzare i talenti a disposizione. Ieri come oggi, nel calcio ma anche nella gestione della cosa pubblica in Italia.


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 di Stefano da Empoli

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