I Sony World Photography Awards 2026 arrivano a Milano, in una mostra che spiega senza bisogno di parole perché la fotografia è un’arte a sé. Lo si capisce già dall’immagine scelte come copertina della mostra, Estudio sobre Volar di Maria Fernanda Garcia Freire, che ci guarda dritta negli occhi per parlare prima alle nostre emozioni, poi al nostro cervello. Impatto visivo immediato, riflessione intensa leggendo le storie dietro ogni scatto; come ogni mostra fotografica capace di lasciare un segno.
Al Museo Diocesano Carlo Maria Martini, fino al 4 ottobre 2026, arriva una selezione delle immagini vincitrici e finaliste del concorso organizzato dalla World Photography Organisation: un’edizione che ha raccolto oltre 430.000 immagini da più di 200 Paesi e territori. E l’esposizione merita di essere vista. Noi l’abbiamo fatto, e ci ha davvero colpito.
Sony World Photography Awards 2026 a Milano: immagini dirette, storie ancora più forti
Prima di salire alla mostra, essendo arrivati in anticipo sulla conferenza, abbiamo fatto un breve giro nella chiesa di Sant’Eustorgio. Milano fuori faceva Milano: traffico, caldo, caos. Dentro, invece, abbiamo ripreso a respirare, e ci siamo dimenticati la città. E, forse, farlo ci ha preparato a un lungo viaggio: Oaxaca, Bangladesh, Vanuatu, fino a Roma e Bronte.
Un viaggio che ispira chi ama la fotografia. Ma che non richiede assolutamente di essere esperti per emozionarsi. Durante la presentazione, il Museo Diocesano ha insistito su un punto importante: la fotografia è un linguaggio accessibile, giovane, invitante, capace di portare al museo pubblici diversi, soprattutto d’estate, quando il chiostro si apre anche in orario serale e il museo diventa un luogo da vivere con più calma.

La mostra arriva dopo l’esposizione londinese alla Somerset House, ma la versione milanese non è una semplice fotocopia con cornici diverse. Anzi: una delle cose più riuscite è proprio l’allestimento italiano, curato da Barbara Silbe, che rilegge il percorso e gli dà un ritmo più narrativo.
Durante la conferenza stampa ha sottolineato che la mostra italiana segue un percorso “completamente diverso” rispetto a quello londinese, con scelte locali pensate per valorizzare meglio le opere negli spazi del Museo Diocesano. E anche chi non si intende di fotografia può capire i temi attorno a cui ruota la selezione: cambiamenti climatici, diritti, disuguaglianze, identità culturale.
Le opere professionali: il cuore più forte dei Sony World Photography Awards 2026
La sezione Professional resta probabilmente il cuore più potente della mostra. È qui che capite perché i Sony World Photography Awards 2026 siano diventati un appuntamento internazionale così riconoscibile: non solo per la qualità tecnica degli scatti, che c’è e si vede, ma per la capacità di trasformare un’immagine in una storia che vi resta addosso.
Sony presenta l’esposizione come uno sguardo sulle “migliori espressioni della fotografia contemporanea”, Stéphane Labrousse, Country Head di Sony in Italia, parla della mostra come di un “punto di incontro tra culture, linguaggi e visioni”: definizione precisa, perché il percorso funziona proprio così, come un atlante emotivo più che geografico.


Durante la presentazione è stato spiegato che le gallerie principali accolgono i lavori dei professionisti, articolati in dieci categorie, con un vincitore assoluto scelto all’interno della competizione Professional. L’allestimento milanese dà inoltre spazio anche a una selezione di finalisti non premiati, scelta pensata per valorizzare immagini che, pur non avendo conquistato il podio, meritano comunque lo sguardo del pubblico.
Citlali Fabián, Photographer of the Year 2026
La vincitrice assoluta è Citlali Fabián, artista visiva messicana della comunità indigena Yalalteca, premiata come Photographer of the Year 2026 per il progetto Bilha, Stories of my Sisters. La serie unisce ritratti fotografici e illustrazioni digitali per raccontare donne indigene di Oaxaca attive in ambiti come diritto, linguistica, arte ed ecologia.


Qui la fotografia diventa davvero, per usare le parole della curatrice Barbara Silbe, “testimonianza e memoria della società contemporanea”. Non documenta soltanto qualcosa che esiste: prova a rimettere al centro chi troppo spesso viene lasciato ai margini dell’inquadratura.
I vincitori Professional dei Sony World Photography Awards 2026
Tra i vincitori della competizione Professional troviamo dieci progetti molto diversi tra loro, e proprio questa varietà rende la sezione così interessante. I vincitori delle categorie Professional sono:
- Architecture & Design: Joy Saha, Bangladesh, con Homes of Haor
- Creative: Citlali Fabián, Messico, con Bilha, Stories of My Sisters
- Documentary Projects: Santiago Mesa, Colombia, con Under the Shadow of Coca
- Environment: Isadora Romero, Ecuador, con Notes on How to Build a Forest
- Landscape: Dafna Talmor, Regno Unito, con Constructed Landscapes
- Perspectives: Seungho Kim, Corea del Sud, con Sunny Side Up: A Portrait of the Most Average K-Parenting Today
- Portraiture: Jean-Marc Caimi & Valentina Piccinni, Italia, con The Faithful
- Sport: Todd Antony, Nuova Zelanda, con Buzkashi
- Still Life: Vilma Taubo, Norvegia, con Talking Without Speaking
- Wildlife & Nature: Will Burrard-Lucas, Regno Unito, con Crossing Point
Gli italiani in mostra, da Piazza San Pietro ai pistacchi di Bronte


La presenza italiana è tutt’altro che decorativa. Jean-Marc Caimi e Valentina Piccinni vincono la categoria Portraiture con The Faithful, mentre Federico Borella conquista il terzo posto nella stessa categoria con Koryo-Saram: How Descendants of Deported USSR Koreans Are Rediscovering Their Roots in Uzbekistan.
Ci sono poi Matteo Trevisan, secondo nella categoria Environment con Jinê Land: Where Women Keep the Earth Alive, e Daniele Vita, terzo nello Still Life con The Bronte Pistachio. A questi si aggiunge Giulia Pissagroia, vincitrice della categoria Street Photography nella competizione Open.


Open, Student e Youth: le storie fuori dal nostro ordinario
La mostra però non vive soltanto della competizione Professional. Anzi, una delle cose più riuscite del percorso è proprio il modo in cui le sezioni Open, Student e Youth ampliano lo sguardo. Qui il tono cambia: a volte è più immediato, altre più istintivo, ma non meno potente.
La vincitrice assoluta della competizione Open è Elle Leontiev, australiana, premiata come Open Photographer of the Year 2026 per The Barefoot Volcanologist, ritratto di Phillip Yamah, vulcanologo autodidatta sull’isola di Tanna, a Vanuatu.


Nelle categorie Open, Sony riporta anche questi vincitori:
- Architecture: Markus Naarttiijärvi, Svezia
- Creative: Siavosh Ejlali, Iran
- Landscape: J Fritz Rumpf, Stati Uniti
- Lifestyle: Vanta Coda III, Stati Uniti
- Motion: Franklin Littlefield, Stati Uniti
- Natural World & Wildlife: Klaus Hellmich, Germania
- Object: Robby Ogilvie, Regno Unito
- Portraiture: Elle Leontiev, Australia
- Street Photography: Giulia Pissagroia, Italia
- Travel: Megumi Murakami, Giappone
La competizione Student premia invece Jubair Ahmed Arnob, dal Bangladesh, studente del Counter Foto – A Center for Visual Arts, con The Place Where I Used To Play: un progetto sulla trasformazione di Green Model Town, a Dhaka, dove l’urbanizzazione modifica il paesaggio e la memoria personale. Il premio Youth Photographer of the Year 2026 va a Philip Kangas, svedese, 16 anni, per Saving History from the Flames: due vigili del fuoco che portano in salvo un’opera durante un incendio alla Royal Academy of Fine Arts di Stoccolma.
Perché vale la visita
All’inizio dell’articolo avevamo citato Estudio sobre Volar di Maria Fernanda Garcia Freire, la key visual della mostra, la stessa scelta per Londra. Racconta di un bambino, il figlio della fotografa, appassionato di birdwatching. In conferenza stampa, Barbara Silbe ha spiegato che l’immagine è stata scelta perché è “una fotografia capace di parlare anche a chi non frequenta abitualmente mostre fotografiche, dolce e diretta senza diventare zuccherosa“.
È una piccola dichiarazione d’intenti. I Sony World Photography Awards 2026 a Milano possono portarvi davanti a crisi climatiche, identità culturali, città che cambiano, comunità che resistono e storie lontanissime. Ma alla base c’è ancora quello sguardo lì: qualcuno che osserva il mondo con attenzione. Quello che rende la fotografia un’arte unica.
I Sony World Photography Awards 2026 a Milano meritano la visita perché non si limitano a mettere in fila fotografie belle. E già quello, intendiamoci, non sarebbe poco. Ma qui c’è qualcosa in più: un percorso diretto, d’impatto, che vi aggancia subito visivamente e poi vi chiede di fermarvi, leggere, collegare.
Uscite con la sensazione di aver viaggiato molto, pur restando a Milano. Che poi è una delle cose più belle che una mostra possa fare: portarvi altrove e, allo stesso tempo, farvi vivere meglio il posto da cui siete partiti.
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Stefano Regazzi
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