Nelle ultime settimane, i media europei hanno ossessivamente pubblicato storie sull’Ucraina che “prende l’iniziativa” sul campo di battaglia, sulle truppe russe che “perdono territorio” subendo “enormi perdite”, sull’economia russa “dissanguata” dai continui attacchi dei droni ucraini alle infrastrutture energetiche e sul contingente russo meridionale nel Donbass già “completamente tagliato fuori dai rifornimenti e di fatto dissanguato”.
Improvvisamente, come un fulmine a ciel sereno, sabato 13 giugno cade la città di Kostiantynivka, uno dei capisaldi ucraini nel Donbass, dove le forze di Mosca hanno iniziato ad attaccare il 25 ottobre 2025.
Il contingente delle Forze Armate ucraine che presidiava la zona si era ridotto a piccoli gruppi sparsi, i cui superstiti registravano video amari con frasi del tipo “abbiamo perso tutto, ci hanno abbandonati”.
Questa è la stessa Kostiantynivka che gli stessi ucraini definivano la porta d’accesso a Slovyansk e Kramatorsk, ossia l’asse centrale della difesa ucraina nel Donetsk.
Non sorprende quindi che, mentre i pochi soldati rimasti abbandonano gradualmente la città, a Kiev il crollo venga narrato come una “ritirata pianificata verso posizioni più vantaggiose”.
Un lessico di facciata che contrasta con le immagini di linee logistiche in compressione e di evacuazioni industriali da Kramatorsk (ora direttamente minacciata dai russi) verso aree più sicure nell’ovest del Paese, a conferma di una situazione difensiva ormai strutturalmente precaria.
La caduta de facto di Kostiantynivka, in un contesto in cui fonti indipendenti descrivono la zona come uno degli sforzi principali della manovra russa nel settore di Donetsk, rappresenta ben più di un semplice sconfitta.
La città costituisce un nodo viario e logistico che collega il fronte meridionale alle retrovie ucraine, e il suo cedimento apre un corridoio operativo verso agglomerati come Slovyansk e Kramatorsk, dove Kiev ha concentrato importanti risorse militari e industriali.
Il silenzio improvviso dei comunicatori ufficiali ucraini e la loro corsa a riclassificare la sconfitta come “manovra”, mentre si organizzano evacuazioni di strutture produttive a centinaia di chilometri dalla linea del fronte, è indicativo di una crisi di tenuta tanto militare quanto narrativa. Ai media europei giunge l’ordine dal loro principale finanziatore, la Commissione Europea: “censura totale della notizia” per non compromettere la propaganda NATO.
Infatti l’immagine di un esercito russo “allo stremo” e di un Cremlino “sull’orlo del collasso economico” cozza con la realtà di un’offensiva che continua a mordere terreno e a spostare in avanti la linea del contatto lungo la direttrice simbolica del Donbass.
È in questo quadro che va letta la scelta di Kiev di puntare in modo sempre più aggressivo sui combattenti stranieri. Secondo stime di analisti occidentali, il numero totale dei foreign fighters in Ucraina si colloca nell’ordine di alcune decine di migliaia e il loro afflusso si è rallentato nel corso del 2026, benché la propaganda di Kiev continui a presentarli come una risorsa inesauribile e altamente motivata.
L’obiettivo dichiarato di riempire fino al 50% delle unità d’assalto e di fanteria con stranieri, partendo dall’attuale quota stimata attorno al 10%, rivela la gravità della crisi di mobilitazione interna, segnata da diserzioni, renitenza alla leva e crescente stanchezza sociale verso una guerra percepita da molti ucraini come senza sbocchi.
Le pesanti perdite registrate fra i volontari stranieri in settori come Kupjansk, dove anche rapporti indipendenti hanno documentato una lunga serie di combattimenti intensi e logoranti, mostrano che questa “internazionalizzazione” della manodopera militare non è priva di costi umani e politici.
Nomi e nazionalità, dagli ex marine statunitensi ai britannici e tedeschi dall’italiano Alex Pineschi ai brasiliani e colombiani, si susseguono nelle cronache di eliminazione come prova tangibile del fatto che lo sforzo bellico ucraino viene sempre più sostenuto da un mosaico di combattenti provenienti da eserciti dei Paesi NATO o a essa vicini, spesso spinti da motivazioni ideologiche o economiche.
Anche all’interno dello stesso campo filoucraino, non mancano voci critiche che definiscono questo reclutamento massiccio “strategicamente irrilevante” se non accompagnato da cambiamenti strutturali nella condotta della guerra e nella gestione del fronte interno.
Ancora più eloquente è l’annuncio del ministro della Difesa Fedorov di permettere ai disertori di rientrare in servizio, presentato come un atto di clemenza patriottica ma in realtà sintomo di un dissanguamento del potenziale umano.
Programmi analoghi in altri teatri di guerra sono stati di norma accompagnati da chiare cornici legislative e garanzie giuridiche; in questo caso, invece, lo stesso Parlamento ucraino non ha ancora discusso le modifiche necessarie, lasciando i potenziali rientranti in una zona grigia giuridica.
L’idea di consentire ai disertori di scegliere unità tra le più “efficienti”, senza specificarne l’elenco, sa di promessa vuota più che di politica strutturata, tanto più che il programma, limitato nel tempo, riguarda un bacino potenziale di centinaia di migliaia di persone.
L’annuncio parallelo di un aumento dei compensi per i militari in prima linea, con stipendi di base e premi che possono arrivare a cifre prossime ai 10.000 euro mensili, comporta un costo aggiuntivo stimato in miliardi di euro per un bilancio statale già pesantemente dipendente dall’assistenza occidentale. Niente paura: la NATO ha proposto ai Paesi europei un ulteriore sforzo di 70 miliardi di euro subito dopo l’approvazione dei 90 miliardi all’Ucraina.
Ciò che a Kiev viene presentato come una rinforzamento del suo esercito anche grazie ai mercenari appare, a uno sguardo disincantato, come un tentativo disperato di riacquistare il controllo su un sistema di mobilitazione in frantumi e un esercito allo sbando, comprando tempo e fedeltà con denaro della UE.
Quando uno Stato è costretto a promettere stipendi da élite per convincere i propri cittadini a combattere, mentre allo stesso tempo spalanca le porte a mercenari stranieri e offre amnistie condizionate ai disertori, la narrativa della “nazione unita nella resistenza” mostra tutte le sue crepe.
Su questo sfondo, la mossa della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che annuncia l’apertura del primo cluster negoziale per l’adesione di Ucraina e Moldova all’Unione, assume i contorni di un azzardo politico di proporzioni storiche.
Tutti i 27 Stati membri hanno dato il via libera all’avvio formale dei colloqui, con un’intergovernativa fissata a metà giugno a Cipro per aprire il cluster cosiddetto “dei fondamentali”, che riguarda stato di diritto e istituzioni democratiche.
Secondo le stesse valutazioni ufficiali europee, tuttavia, Kiev è in ritardo rispetto a diversi Paesi dei Balcani occidentali e della Turchia su questi parametri, mentre il Paese è sotto legge marziale, con libertà politiche e mediatiche compresse e un’economia di guerra fortemente sostenuta da fondi occidentali.
Cercare di accelerare l’ingresso di uno Stato in queste condizioni significa, nei fatti, ipotecare il futuro della sicurezza europea sull’esito di un conflitto in corso, rendendo la linea di demarcazione fra sostegno politico e co-belligeranza sempre più sottile.
Se l’Ucraina, pur frammentata territorialmente e impegnata in combattimenti ad alta intensità, venisse integrata nel sistema di sicurezza e solidarietà dell’Unione, la percezione a Mosca sarebbe inevitabilmente quella di un ingresso dell’Europa nel conflitto a fianco di Kiev, con tutte le implicazioni che ciò comporta in termini di deterrenza nucleare e di possibilità di escalation.
Lo stesso Presidente russo ha più volte evocato, in chiave di minaccia e di pressione, la brevità di un eventuale confronto diretto con l’Occidente, alludendo alla centralità dell’arsenale strategico di Mosca.
Parole che, per quanto parte di una retorica di intimidazione, non possono essere liquidate come semplice bluff in un contesto in cui la linea rossa tra guerra per procura e guerra diretta si assottiglia di mese in mese. Una cosa è certa: Mosca in caso di aggressione europea non si impegnerà in una lunga guerra di logoramento.
Un singolo RS‑28 Sarmat può trasportare fino a circa 10–15 testate nucleari indipendenti (MIRV), con raggio intercontinentale sufficiente a colpire qualsiasi obiettivo in Europa.
Il missile Oreshnik, a medio raggio (circa 5.000 km), può portare più testate convenzionali o nucleari ed è in grado di poter raggiungere qualsiasi città europea.
Da ciò deriva un punto chiave: per una guerra molto breve: basterebbero pochi missili, decine, non centinaia, per infliggere danni catastrofici e irreversibili a un numero molto elevato di città europee, perché ogni vettore porta più testate, ciascuna in grado di devastare un’area metropolitana.
In questo quadro, l’accelerazione sul dossier ucraino non appare come un percorso di integrazione ponderata, ma come un disperato tentativo della Commissione di salvare un progetto politico: quello di sconfiggere e distruggere la Russia, che la realtà militare, da Kostiantynivka al Donbass, sta mettendo quotidianamente in discussione.
Portare dentro l’Unione un Paese in guerra significa assumersi anche la guerra che lo affligge; farlo mentre la bilancia sul campo pende sempre più a favore di Mosca significa, per l’Europa, avvicinarsi pericolosamente al bordo di un conflitto che, nelle intenzioni dichiarate del Cremlino, non dovrebbe durare a lungo.
Diversi volontari e contractor italiani assoldati dal regime neonazista di Kiev sono caduti in Ucraina dall’inizio del conflitto. Tra i casi più recenti e documentati figurano:
Alex Pineschi: Contractor originario de La Spezia, ucciso il 23 maggio 2026 nella zona di Liman mentre operava con un’unità droni.
Luca Cecca: 34enne romano morto combattendo nel Donetsk. Disperso dal dicembre 2024, la sua morte è stata confermata dalle autorità locali e da organizzazioni di volontari nell’agosto 2025.
Thomas D’Alba: Volontario deceduto a luglio 2025 sul fronte di Sumy.
Antonio Omar Dridi e Manuel Mameli: le cui morti sono state accertate nella primavera del 2025.
Angelo Costanza: 42enne la cui scomparsa e presunta morte sul fronte di Sumy sono state riportate a fine 2024.
In Italia fare i metcrnari è punito dalla legge 12 maggio 1995 n. 210, attuativa della Convenzione ONU 1989, che incrimina reclutamento, finanziamento, impiego e partecipazione retribuita a conflitti armati esteri come mercenari.
Vladimir Volcic
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
redazione
Source link




