Fossili addio, la svolta green che protegge economia e lavoro


L’integrazione delle tecnologie green rappresenta uno scudo formidabile per l’intero sistema economico europeo. Le soluzioni per attuare la transizione energetica si trovano già all’interno dei confini comunitari, sostenute da una solida rete industriale in grado non solo di soddisfare l’attuale domanda interna, ma anche di proiettare l’Europa come leader globale nelle esportazioni ad alto valore tecnologico. Ad evidenziarlo è lo studio pubblicato dal think thank di ricerca Ember, intitolato A clean break: leaving fossil volatility for clean tech security.

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Il salatissimo conto dei combustibili fossili

Continuare a rimandare il distacco dalle fonti fossili comporta un costo economico insostenibile. Ad oggi l’Unione Europea importa dall’esterno ben l’85% dei combustibili tradizionali utilizzati per la generazione elettrica, il riscaldamento e l’alimentazione dei trasporti. Questo significa che oltre la metà dell’intera energia consumata nel continente, precisamente il 57%, è legata a filiere estrattive estere. L’estrema fragilità di questo schema è evidente nei dati storici e recenti analizzati da Ember: tra il 2021 e il 2024 l’acquisto di fonti fossili ha sottratto all’economia europea la cifra astronomica di 1,8 trilioni di euro.

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La situazione è peggiorata con le tensioni in Medio Oriente. Nei primi sessanta giorni dall’inizio del conflitto in Iran e dal blocco parziale dello Stretto di Hormuz, l’impennata dei prezzi ha imposto all’Europa una spesa supplementare imprevista di 18,5 miliardi di euro, aggravando il costo della vita di milioni di cittadini. Al contrario, i progressi sul fronte della mobilità elettrica offrono una chiara dimostrazione di resilienza: nel corso del 2025, la diffusione dei veicoli a batteria ha permesso di evitare il consumo e l’importazione di 67 milioni di barili di greggio, traducendosi in un risparmio netto immediato di 4,1 miliardi di euro.

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La superpotenza manifatturiera nascosta dell’Unione

Una delle principali obiezioni sollevate dai detrattori della transizione energetica riguarda il rischio che l’Europa possa semplicemente sostituire la dipendenza dal petrolio e dal gas con la dipendenza dalle importazioni di tecnologie pulite, specialmente dai mercati asiatici. I dati raccolti nel rapporto smentiscono categoricamente questo scenario, rivelando che il blocco europeo possiede già una capacità produttiva e di assemblaggio che eccede ampiamente le necessità domestiche per tre comparti chiave.

Nel settore dell’automotive elettrico, le fabbriche europee hanno la capacità di sfornare ben 4,6 milioni di veicoli all’anno, a fronte di una domanda interna che si attesta sui 2,5 milioni di unità. Un primato analogo si registra nei sistemi di riscaldamento: la filiera europea conta circa 270 produttori ed è in grado di produrre annualmente 7,5 milioni di pompe di calore, quasi il triplo rispetto ai 2,6 milioni di impianti installati nel 2025.

Anche l’industria dell’eolico mostra grande slancio, con una capacità teorica di produzione di turbine pari a 30 gigawatt all’anno per le pale, 36 gigawatt per le navicelle e 42 gigawatt per le torri di supporto. Si tratta di valori doppi rispetto ai 14 gigawatt effettivamente installati nell’ultimo anno, una sovracapacità che ha permesso a giganti continentali di dominare i mercati internazionali al di fuori della Cina. Questa imponente macchina industriale genera ricchezza reale, registrando nel 2025 un valore delle esportazioni pari a 3,1 miliardi di euro per l’eolico e ben 28,7 miliardi di euro per le automobili elettriche.

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Logica del flusso contro logica dello stock

Il fulcro della tesi degli analisti di Ember risiede in un cambiamento radicale di paradigma economico e geopolitico: la transizione verso l’elettrificazione modifica intrinsecamente la natura stessa del rischio legato agli approvvigionamenti. Il sistema fossile tradizionale si basa sulla logica del flusso continuo. Il carbone, il gas e il petrolio sono materie prime monouso che vengono irrimediabilmente distrutte nel momento in cui generano energia; di conseguenza, se una rotta commerciale viene interrotta, l’effetto sul consumatore è immediato e le attività rischiano il blocco totale. Al contrario, l’economia verde risponde alla logica dello stock infrastrutturale.

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I moduli fotovoltaici, gli aerogeneratori e le batterie accumulano valore nel tempo e non svaniscono con l’utilizzo. Un singolo carico di pannelli solari richiede un unico trasporto iniziale ed è in grado di generare elettricità in modo continuativo per oltre vent’anni. In termini di efficienza logistica, per produrre 10 terawattora di elettricità in un ventennio occorre una sola spedizione navale di pannelli, contro le venti imbarcazioni di gas naturale liquefatto necessarie nello stesso arco temporale.

Se le catene di approvvigionamento globali dovessero bloccarsi a causa di una crisi internazionale, la conseguenza per l’Europa sarebbe un rallentamento della crescita di nuovi impianti, ma l’infrastruttura già installata sul territorio continuerebbe a funzionare senza sosta, garantendo energia a fabbriche, case e veicoli.

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I nodi strategici della catena del valore green e il riciclo

Nonostante l’eccellenza nell’assemblaggio finale, l’Europa presenta ancora scoperte alcune caselle nevralgiche situate a monte delle catene globali del valore. Il rapporto evidenzia una forte vulnerabilità nell’approvvigionamento di materie prime critiche e sub-componenti specifici. Per fare un esempio, oltre il 90% dei magneti permanenti utilizzati nei generatori eolici offshore viene importato dall’estero, a causa dell’assenza sul suolo europeo di impianti di estrazione di terre rare e della presenza di soli due centri di raffinazione funzionanti.

Nel campo delle batterie per la mobilità elettrica, sebbene la produzione interna copra già il 93% della richiesta di celle, l’Unione Europea è quasi totalmente dipendente dalle importazioni per elementi chimici fondamentali come il litio raffinato, il cobalto e il nichel. La quota di mercato globale controllata da Bruxelles per l’estrazione di questi metalli non supera lo 0,1% per il litio e l’1,5% per il nichel.

Tuttavia, a differenza dei combustibili fossili, i metalli rari incorporati nelle tecnologie green costituiscono una miniera permanente che può essere recuperata attraverso lo sviluppo di una vera economia circolare. I consorzi industriali europei stanno già investendo massicciamente nel riciclo dei rifiuti tecnologici, ponendosi l’obiettivo strategico di soddisfare il 30% della domanda continentale di terre rare tramite il recupero interno entro il 2030.

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Occupazione e sicurezza informatica

L’espansione della manifattura pulita rappresenta anche un formidabile motore per la stabilità occupazionale del continente. Attualmente, il macro settore delle tecnologie green a zero emissioni offre un impiego stabile a circa 1,8 millioni di cittadini europei. Nel dettaglio, il comparto dell’energia eolica sostiene 443.000 posti di lavoro, seguito da vicino dalle pompe di calore con 433.000 addetti, mentre il solare fotovoltaico guida la classifica impiegando ben 865.000 persone tra occupati diretti e indiretti. Le stime per i prossimi anni indicano un trend di forte crescita: il settore delle batterie, che oggi conta 62.000 lavoratori, potrebbe quintuplicare le proprie necessità arrivando a 300.000 addetti entro l’inizio del prossimo decennio, portando la forza lavoro complessiva della green tech europea a superare la soglia dei 2.3 milioni di occupati entro il 2030.

Accanto alle grandi opportunità industriali, Ember invita però a non sottovalutare i nuovi rischi legati alla sicurezza digitale delle infrastrutture connesse, in particolare per quanto riguarda gli inverter solari. Nel 2024, l’80% degli inverter installati nell’Unione Europea proveniva da produttori extra-comunitari, sollevando lo spettro di potenziali attacchi informatici coordinati da governi ostili volti a destabilizzare la rete elettrica. Un pericolo concreto, che Bruxelles può arginare blindando i protocolli di cybersecurity e imponendo l’utilizzo di componentistica interamente europea nei segmenti più sensibili della rete di trasmissione e della difesa nazionale.

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Un piano d’azione per blindare l’industria europea

Per consolidare questo vantaggio competitivo e neutralizzare le minacce geopolitiche, gli esperti tracciano una chiara rotta politica ed economica rivolta alla Commissione Europea e agli Stati membri, articolata in interventi normativi e finanziari urgenti. Il primo passo prevede l’inserimento sistematico di criteri legati alle produzioni locali all’interno dei bandi di gara pubblici, delle aste per le rinnovabili e dei programmi di sussidio statali, allineando i flussi finanziari europei con gli obiettivi industriali interni. Diventa poi fondamentale imporre il requisito del Made in Europe per tutti i sistemi software e digitali considerati critici per il bilanciamento della rete elettrica.

Sul fronte internazionale, l’accesso al Mercato Unico Europeo deve essere sfruttato come leva politica per imporre joint venture tecnologiche ai gruppi esteri che intendono investire in Europa, assicurando il trasferimento di competenze scientifiche soprattutto nella filiera delle batterie. Infine, l’Unione Europea deve incrementare le proprie capacità industriali intermedie nella raffinazione dei metalli e nella produzione di semiconduttori, applicando controlli rigorosi sulle esportazioni di rottami metallici e scarti elettronici per trattenere le materie prime sul territorio.

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