La Certosa di Trisulti resta un bene della collettività e il lungo tentativo della Dignitatis Humanae Institute di rientrare in possesso dell’antico monastero certosino subisce una nuova e pesante battuta d’arresto. Il TAR del Lazio ha infatti respinto il ricorso con cui l’associazione legata a Benjamin Harnwell e all’area politica di Steve Bannon chiedeva di annullare il provvedimento del Ministero della Cultura che aveva a sua volta respinto l’istanza di revoca della revoca della concessione. Una vicenda giuridica complessa che, nella sostanza, conferma quanto già affermato negli anni dal Consiglio di Stato e dalle amministrazioni pubbliche: l’affidamento della Certosa alla DHI era viziato da gravi carenze nei requisiti richiesti dal bando.
La sentenza rappresenta un motivo di soddisfazione non soltanto per il Ministero della Cultura e per la Regione Lazio, ma soprattutto per quella rete di associazioni, cittadini, amministratori locali e operatori culturali che da quasi un decennio si battono per sottrarre Trisulti a un progetto percepito come estraneo alla sua storia e alla sua identità.
Una battaglia iniziata molto prima delle aule giudiziarie
La vicenda di Trisulti non è stata soltanto una controversia amministrativa. È diventata negli anni il simbolo di uno scontro tra due diverse idee di patrimonio culturale. Da una parte il progetto promosso dalla DHI, sostenuta dall’entourage dell’ex stratega di Donald Trump Steve Bannon, che immaginava la Certosa come luogo di formazione politica e culturale dell’area sovranista internazionale. Dall’altra un vasto movimento civico che ha rivendicato per il monastero una funzione pubblica, culturale, spirituale e territoriale.
Già nel 2018 le inchieste giornalistiche avevano sollevato dubbi sulla reale sussistenza dei requisiti richiesti per l’assegnazione della concessione. Dubbi che successivamente sarebbero stati confermati dalle verifiche amministrative e dalle sentenze definitive del Consiglio di Stato, che riconobbero la mancanza dei requisiti previsti dal bando al momento della presentazione della candidatura.
La battaglia conobbe una prima svolta nel 2019 con la revoca della concessione da parte del Ministero. Seguì una lunga stagione di ricorsi, culminata nel 2021 con la sentenza del Consiglio di Stato che confermò definitivamente la legittimità della revoca e aprì la strada alla restituzione della Certosa allo Stato.
Il ruolo decisivo della Rete Trisulti Bene Comune
In questi anni un ruolo fondamentale è stato svolto dalla Rete Trisulti Bene Comune, nata dall’unione di numerose associazioni culturali, ambientaliste e sociali della Ciociaria. Nel marzo 2021, proprio dopo la vittoria davanti al Consiglio di Stato, le associazioni decisero di consolidare formalmente la loro alleanza per accompagnare il futuro della Certosa e promuovere un modello di valorizzazione fondato sulla partecipazione delle comunità locali. L
Da allora la Rete non ha mai smesso di vigilare. Ha seguito ogni passaggio amministrativo, ogni progetto di valorizzazione, ogni nuova iniziativa riguardante il complesso monastico, rivendicando costantemente il coinvolgimento del territorio nelle scelte strategiche sul futuro del monumento.
Per questo motivo la decisione del TAR viene accolta oggi con particolare sollievo.
«Abbiamo accolto con sollievo la notizia del rigetto del ricorso proposto da DHI», ha dichiarato l’avvocata Maria Elena Catelli, presidente della Rete Trisulti Bene Comune.
Ma la soddisfazione non significa abbassare la guardia. La stessa Catelli ha ribadito che la Rete resterà «attenta e vigile su tutto ciò che concerne la conduzione della Certosa e sulle relative problematiche», sottolineando come «solo un reale ed effettivo coinvolgimento del territorio potrà garantire un percorso di tutela e valorizzazione adeguato alla straordinaria importanza del monumento».
Una sentenza che rafforza la prospettiva del bene comune
La nuova pronuncia del TAR assume un valore che va oltre il mero aspetto processuale. Essa rafforza infatti una visione che negli anni è stata sostenuta con coerenza da cittadini e associazioni: la Certosa non può essere considerata un semplice immobile da assegnare, ma un patrimonio storico, culturale e spirituale che appartiene all’intera comunità.
Non a caso, già all’indomani dell’uscita definitiva della DHI dalla Certosa nel luglio 2021, la Rete parlò della necessità di restituire il complesso alla libera fruizione dei cittadini e di trasformarlo in un motore di sviluppo sostenibile per tutto il territorio ciociaro.
Anche nei mesi scorsi, mentre il nuovo ricorso della DHI tornava davanti ai giudici amministrativi, le associazioni avevano ribadito che «il monastero non è un laboratorio politico» e che il futuro di Trisulti deve essere costruito attraverso la partecipazione delle comunità locali, delle istituzioni culturali e delle realtà sociali del territorio.
Verso una nuova fase
Con il rigetto del ricorso, la posizione della DHI esce ulteriormente indebolita, mentre si consolida il percorso di valorizzazione promosso dal Ministero della Cultura e dalla Regione Lazio. La sentenza non rappresenta soltanto una vittoria giudiziaria, ma anche il riconoscimento della perseveranza di un territorio che ha scelto di mobilitarsi per difendere uno dei suoi simboli più preziosi.
Dopo anni di polemiche, ricorsi e scontri politici, la prospettiva che emerge con maggiore forza è quella indicata sin dall’inizio dalle associazioni civiche: fare della Certosa di Trisulti non il quartier generale di una corrente ideologica internazionale, ma un luogo di cultura, spiritualità, accoglienza e partecipazione.
Una prospettiva che oggi appare più vicina e che rende la decisione del TAR non soltanto una vittoria legale, ma anche una vittoria della cittadinanza attiva e del concetto stesso di bene comune.
Sante Cavalleri
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