Esoterismo: tra bisogno di maggiore consapevolezza e ricerca di spiritualità. Intervista a Stefano Migliore, sensitivo Amon


L’esoterismo è un fenomeno sociale e culturale ricco di sfaccettature che non può essere assolutamente ridotto ad etichette e definizioni. Attorno ad esso nel corso degli anni si sono radicati dei falsi miti.

 

Negli ultimi anni nei confronti di esso è emerso un grande interesse e una grande attenzione veicolato spesso da contenuti diffusi dai social che non sempre hanno alla base la verità.

 

Attorno a questo fenomeno che merita attenzione, Stefano Migliore, noto come sensitivo Amon, serio e professionale ritualista, autore de “Prima delle parole, la mia vita da sensitivo, ci fa chiarezza in questa intervista accurata.

Quali sono i principali falsi miti che aleggiano attorno all’esoterismo?

Credo che il primo grande equivoco sia pensare che l’esoterismo sia una sorta di scorciatoia per ottenere tutto e subito. In realtà non sostituisce l’azione concreta, ma può aiutare una persona a trovare maggiore consapevolezza e chiarezza.

Un altro falso mito riguarda la distinzione tra magia bianca e magia nera. Gli strumenti sono neutri: ciò che fa la differenza è sempre l’intenzione e l’etica di chi li utilizza.

Infine, molti lo associano all’oscurantismo o alla superstizione. Per me è esattamente il contrario. È un percorso che richiede studio, metodo e osservazione. Lo definisco spesso un artigianato dell’anima.
L’esoterismo come fenomeno culturale e sociale che fase sta attraversando al giorno d’oggi?

Stiamo vivendo una fase particolare. Da una parte assistiamo a una sorta di “industrializzazione del mistero”: i social hanno trasformato molti simboli e contenuti esoterici in prodotti da consumo rapido, spesso molto accattivanti ma privi di profondità.

Dall’altra parte, però, vedo una crescente ricerca di senso. In un’epoca dominata dalla velocità e dalla tecnologia, molte persone sentono il bisogno di fermarsi e comprendere meglio se stesse.

Per questo credo che l’esoterismo stia lentamente uscendo dai circuiti di massa per tornare a essere una ricerca più consapevole, fatta di studio, appartenenza e percorsi autentici.
Per diventare un ritualista che tipo di formazione è necessaria?

Non esiste un percorso accademico codificato, ma serve una preparazione molto ampia. Bisogna studiare simbologia, storia delle religioni, antropologia, filosofia ermetica e tradizioni iniziatiche.

Accanto allo studio c’è poi la pratica. Come ogni artigiano, anche il ritualista si forma attraverso l’esperienza diretta.

Ritengo inoltre fondamentale comprendere le dinamiche psicologiche delle persone. Chi si rivolge a noi spesso porta con sé desideri, paure e fragilità. Per questo servono ascolto, sensibilità e una formazione continua che non termina mai.

Quando hai percepito che questo ambito era la tua “missione”?

Non c’è stato un momento preciso. È qualcosa che mi accompagna fin dall’infanzia.

Da bambino mi avvicinavo ai simboli e ai tarocchi con una naturalezza che oggi mi sorprende ancora. Crescendo ho capito che quella sensibilità doveva essere disciplinata e affiancata allo studio.

A un certo punto ho compreso che potevo utilizzare questa capacità per aiutare gli altri a fare chiarezza nel loro caos interiore. È stato allora che ho iniziato a percepire questo percorso come una vera missione.

Quali sono i rituali più richiesti?

Senza dubbio quelli legati alla sfera sentimentale. La maggior parte delle persone arriva da me per questioni d’amore.

È un ambito molto delicato, perché spesso chi si rivolge a un ritualista vive un momento di sofferenza o fragilità.

Per questo motivo considero fondamentale l’etica professionale. Sono spesso il primo a dire di no quando percepisco richieste ossessive o tentativi di forzare situazioni che non dovrebbero essere forzate.

Il mio obiettivo non è alimentare dipendenze o illusioni, ma aiutare la persona a ritrovare equilibrio e benessere.

Un ritualista professionale come dovrebbe essere?

Prima di tutto una persona integra.

Un professionista deve avere il coraggio di dire no quando una richiesta non è corretta o rischia di diventare dannosa.

Deve essere trasparente, spiegare il proprio metodo e non promettere miracoli. Chi lavora seriamente offre strumenti di crescita personale, non soluzioni magiche.

Infine deve saper unire empatia e distacco. Ascoltare profondamente chi soffre senza perdere la lucidità necessaria per aiutarlo davvero.

Entrare in empatia con le persone che si affidano a te è positivo oppure può diventare fonte di problemi?

L’empatia è uno strumento fondamentale nel mio lavoro. Senza empatia sarebbe impossibile comprendere davvero ciò che una persona sta vivendo.

Naturalmente bisogna mantenere dei confini. Talvolta chi si sente ascoltato sviluppa un forte legame emotivo e rischia di trasformare il professionista in una figura di riferimento costante.

In questi casi è importante ricordare che il nostro compito è accompagnare la persona verso la propria autonomia, non creare dipendenza. L’obiettivo è che, terminato il percorso, possa camminare con le proprie gambe.

In questi anni di pratica professionale c’è stato mai un momento di ripensamento o scoraggiamento?

Sì, certamente.

I momenti più difficili arrivano quando una lettura o un’intuizione non trovano riscontro nella realtà. Fa parte del percorso e rappresenta sempre un momento di confronto molto duro.

Bisogna però ricordare che non stiamo parlando di una scienza esatta. Le persone cambiano, le circostanze cambiano e tutto è in continua trasformazione.
Ci sono stati momenti in cui ho pensato di fermarmi, ma ogni volta ho capito che questo lavoro fa parte profondamente di me e del mio modo di guardare il mondo.

Sei molto attivo sui social, quanto questo mezzo di comunicazione può essere utile per diffondere pratiche serie e professionali?

I social sono uno strumento potentissimo, ma vanno utilizzati con responsabilità.

Oggi c’è molta confusione e spesso l’esoterismo viene banalizzato o trasformato in semplice intrattenimento. Essere presenti online permette invece di fare chiarezza e spiegare cosa significhi lavorare seriamente in questo settore.

Per me i social rappresentano soprattutto uno spazio di divulgazione. Non cerco la viralità a tutti i costi, ma la possibilità di raggiungere persone interessate a un approccio più consapevole e profondo.

Se non avessi intrapreso questa carriera che lavoro avresti scelto?

Probabilmente qualcosa legato alla psicologia, alle discipline umanistiche o allo studio dell’essere umano.

Mi ha sempre affascinato il modo in cui le persone costruiscono significati, paure, desideri e speranze.

Oppure mi sarei dedicato a un mestiere artigianale. In fondo il filo conduttore sarebbe stato lo stesso: dare forma a qualcosa di invisibile, che si tratti dell’animo umano o di un oggetto creato con le proprie mani.
Progetti futuri…

Non ho in programma rivoluzioni particolari. Il mio obiettivo è continuare a svolgere questo lavoro con la stessa dedizione e serietà.

Sto lavorando al mio secondo libro, un progetto a cui tengo molto e che spero possa offrire nuovi spunti di riflessione a chi mi segue.

Più in generale, il mio desiderio è continuare a crescere senza perdere equilibrio. Oggi il successo, per me, non significa fare di più, ma fare meglio, con maggiore presenza e consapevolezza.

 

 

 

 




#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Mariangela Cutrone

Source link

Di