Il calcio italiano deve tornare a sognare


Nel 2026 il calcio italiano attraversa uno dei momenti più delicati della sua storia recente. Campionati sempre più statici, difficoltà nella valorizzazione dei giovani talenti e l’ennesima assenza dell’Italia dal palcoscenico mondiale hanno alimentato una domanda che tifosi e appassionati si pongono con crescente preoccupazione: che fine ha fatto il nostro calcio?

In questa intervista esclusiva, Fabio Rossitto ripercorre i momenti più significativi della sua carriera, condividendo ricordi, emozioni e insegnamenti maturati sui campi di Serie A e con la maglia azzurra. Ma lo sguardo non è rivolto soltanto al passato. Con l’esperienza e il senso critico di chi vive il calcio da allenatore, Rossitto analizza le trasformazioni del gioco moderno, le difficoltà del movimento italiano e le prospettive per il futuro.

Abituati a un calcio vincente, a un campionato che faceva dell’italianità, del senso di appartenenza e della passione per la maglia i suoi valori distintivi, oggi siamo chiamati a riflettere su ciò che è stato e su ciò che potrà essere. Attraverso i ricordi di un protagonista e l’analisi del presente, questo viaggio nel calcio italiano vuole riscoprire il talento, la qualità e l’identità che hanno reso grande il nostro Paese, nella speranza di ritrovare la strada per il futuro.

Il calcio di ieri e quello di oggi: la nascita di una passione e uno sguardo al presente

Rossitto, lei ha vissuto il calcio italiano sia da protagonista in campo sia da allenatore. Vorrei partire dall’inizio: com’è nato il suo amore per il calcio e quando ha capito che sarebbe diventato qualcosa di più di una semplice passione?

“È iniziato un po’ come per tutti i bambini della mia generazione. Prima si giocava all’oratorio, oggi forse un po’ meno, ma allora bastava avere un pallone tra i piedi per essere felici. Eravamo sempre in tanti a giocare, soprattutto d’estate, ma anche durante tutto l’anno: dopo la scuola si andava all’oratorio e si giocava tantissimo.

Piano piano ti rendi conto di avere magari qualche qualità e così ho iniziato quella che, tra virgolette, è stata la mia scalata. Ho cominciato nel mio paese, Polcenigo, dove ho giocato per due anni, poi sono passato al Fontanafredda. Lì ho incontrato una persona straordinaria, Omero Tognon, che è stato un padre per me e mi ha plasmato sia come uomo sia come calciatore. Con lui abbiamo raggiunto obiettivi importanti e vinto diversi titoli.

Successivamente sono arrivato all’Udinese e lì è iniziata una nuova avventura. Il calcio non era più soltanto un divertimento, anche se rimaneva tale, ma diventava qualcosa che poteva regalarti grandi soddisfazioni. Dopo l’esordio in prima squadra è iniziato tutto. Da bambino sogni di giocare in Nazionale, sono quei sogni che coltivi mentre giochi all’oratorio. Io ho avuto la fortuna di realizzarli e ringrazierò sempre il cielo per aver potuto vivere ciò che sognavo. Non è semplice, ci vuole un po’ di tutto, anche una dose di fortuna, ma è stata davvero una bellissima scalata.”.

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Fabio Rossitto con la maglia della Nazionale italiana.

Dalle sue parole emerge il calcio di una volta, vissuto con grande passione e senso di appartenenza. Secondo lei oggi si è perso qualcosa sotto questo aspetto? La minore passione può essere uno dei problemi del calcio italiano?

“Sono domande che ci poniamo tutti e alle quali non è facile dare una risposta. Negli altri sport stiamo andando benissimo: nel tennis, nella pallavolo e perfino in Formula 1 abbiamo un campione straordinario. Quindi è naturale chiedersi cosa stia succedendo nel calcio.

Ai nostri tempi il calcio era praticamente l’unico obiettivo, lo sport di riferimento per tutti. Evidentemente lungo il percorso abbiamo perso qualcosa. A volte anche a me passa un po’ la voglia di guardarlo, perché effettivamente qualcosa è cambiato. Dobbiamo capire cosa sia cambiato e ripartire da lì”.

Che cosa manca oggi al calcio italiano: la passione, la grinta, il senso di appartenenza o la capacità di trasmettere ai giovani l’orgoglio e la responsabilità di indossare una maglia?

Il rispetto della maglia deve essere fondamentale. Dobbiamo tornare a certe regole. Quando giocavo all’Udinese vestivo la maglia della mia terra e la sentivo in modo speciale. Ricordo una cosa molto semplice: ai nostri allenamenti poteva assistere chiunque, non c’erano teli a coprire i campi. Oggi, invece, si preferisce lavorare lontano dagli occhi della gente.

Noi non avevamo questo problema. Dopo la partita uscivi e stavi in mezzo ai tifosi. A Udine li trovavi fuori dallo stadio, con tavolate improvvisate e il salame da condividere. Si mangiava insieme, si parlava, si viveva il calcio come un momento di aggregazione. Perché, alla fine, il calcio è questo: condivisione. E i tifosi ne sono la parte più importante. Oggi questo rapporto si è un po’ affievolito: finita la partita, molti ragazzi vanno subito via e manca quel contatto diretto che una volta era naturale.

Faccio un esempio. Ogni giovedì, grazie a un’intuizione di Zaccheroni, disputavamo un’amichevole in un paese diverso, ospiti delle società del territorio. Dopo la gara ci fermavamo a mangiare insieme. Era un modo per avvicinarci alle persone e, allo stesso tempo, un motivo di orgoglio per le società che ci accoglievano. Per noi era un piacere: giocavi 45 minuti, facevi un buon allenamento e respiravi l’entusiasmo di chi veniva a vedere la partita.

Sono aspetti che non dovrebbero andare persi. I tifosi vengono allo stadio, soffrono, fanno sacrifici economici e dedicano tempo alla loro squadra. Per questo il rispetto verso chi ti sostiene deve esserci sempre. Dobbiamo ripartire da qui: dalle regole, dai valori e dai ragazzi, che devono tornare a innamorarsi di questo sport e a sognare. Forse oggi si sogna troppo poco, ed è una mancanza che vedo in molti giovani. Alla lunga potrebbe diventare un problema serio”.

Il crescente disinnamoramento dei tifosi è anche una conseguenza dei cambiamenti che il calcio ha vissuto negli ultimi anni?

“Il calcio è cambiato. Oggi inizi la stagione ad agosto e a settembre hai già una squadra diversa per via del mercato aperto. Ci sono tanti stranieri, come succede anche in altri campionati, ma dobbiamo trovare il modo di recuperare qualcosa del passato.

Credo molto nei giovani e Baldini, in questi giorni, ha dato un segnale importante. Ha dimostrato che quando credi nei ragazzi non sbagli mai. In pochissimo tempo ha costruito una squadra che ha lottato e ha fatto bene, ridando entusiasmo. Quando punti sui giovani, l’entusiasmo ritorna. Abbiamo bisogno di cambiare qualcosa, perché il fuoco in questo momento è un po’ spento e bisogna riaccenderlo”.

Rossitto e il ruolo dell’allenatore e la crescita dei giovani

Dal punto di vista tecnico, qual è la qualità indispensabile per un grande allenatore e quale quella imprescindibile per un grande calciatore?

L’allenatore è una figura fondamentale. Certamente deve esserci una società che condivide il suo lavoro, ma l’allenatore ha un ruolo importantissimo. Deve lavorare sull’aspetto tecnico e tattico, ma soprattutto sulla testa e sull’entusiasmo. Quando hai davanti una persona onesta, sincera, che rappresenta quasi una figura paterna, tutto diventa più semplice. Oggi i giovani hanno bisogno di figure forti, persone che non pensino soltanto a sé stesse ma che si dedichino davvero alla loro crescita”.

In Serie A sembra sempre più difficile costruire progetti duraturi: la scarsa pazienza nei confronti degli allenatori è uno dei problemi del calcio italiano?

Oggi un allenatore deve essere ancora più preparato, non solo sotto l’aspetto tattico ma anche sotto quello psicologico, un ambito sul quale, secondo me, si lavora troppo poco. Spesso si dà tutto per scontato, mentre i ragazzi di oggi si trovano disorientati e hanno bisogno di essere compresi. Bisogna saper parlare il loro linguaggio.

C’è un modo diverso di comunicare e di pensare rispetto al passato. Per questo un allenatore deve essere aggiornato, capire i giovani nel profondo e cercare di aiutarli con sincerità. È fondamentale. Poi c’è un altro problema che riguarda tutto il mondo del calcio: si lavora meno. Abbiamo perso metodologia e cultura del lavoro. In altri sport si lavora di più, ed è qualcosa che dobbiamo recuperare.

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Non è per parlare sempre di quello che è stato, perché altrimenti siamo vecchi, però noi in campo ci stavamo tante ore. Vuoi perché eravamo liberi, vuoi perché stavamo all’oratorio, ma passavamo sei o sette ore al giorno a giocare. Oggi bisogna avere la scuola calcio, perché non c’è più nessuno che gioca spontaneamente. La scuola calcio ti fa allenare un’ora, tre volte a settimana, un’ora e mezza, tra quello che devi parlare, ed è troppo poco.

Bisogna lavorare di più, anche tra i professionisti. Per formare i giovani serve un insieme di fattori: attenzione all’aspetto mentale, preparazione fisica e cultura del sacrificio. Da questo punto di vista abbiamo smarrito un po’ la strada. Ed è anche per questo che riusciamo a creare meno rispetto ad altri sport. Nel tennis e nella pallavolo si lavora molto di più. Lo ha detto anche Baldini e mi trovo perfettamente d’accordo”.

Talenti italiani, tra vivai vincenti e poche opportunità: cosa non funziona?

Lei ha detto di essersi trovato molto d’accordo con Baldini. I talenti italiani ci sono, lo dimostra anche l’Europeo Under 17 vinto dall’Italia. Secondo lei dove si crea la frattura tra settore giovanile e Nazionale maggiore?

“Credo che ci sia un problema enorme e non possiamo nasconderlo. Io sono dell’idea che ci siano troppi stranieri. È vero, ci dicono che anche in Premier League ce ne sono tanti, poi che con l’Europa aperta non si possono mettere limiti, ma resta un problema evidente: i posti sono occupati.

Ci sono squadre che giocano con uno o addirittura nessun italiano in campo. E allora dove possono giocare i nostri ragazzi? Quando giocavo io c’erano tre stranieri e basta. Numericamente era tutto diverso.

A un certo punto si crea inevitabilmente una frattura, perché questi ragazzi hanno bisogno di giocare. Se non giocano, dove vuoi andare? Poi finiscono nelle categorie inferiori e tutto diventa più complicato”.

Il divario tra stranieri e italiani nei minuti giocati in Serie A (70% contro 30%) può spiegare la difficoltà dei nostri giovani a crescere e a diventare giocatori da Nazionale?

“C’è poco da fare. Possiamo fare tutti i discorsi che vogliamo, ma i numeri sono quelli. Hai detto bene: vinciamo i titoli a livello giovanile e poi da lì finisce tutto. Invece dobbiamo trovare incentivi e soluzioni per far giocare i nostri ragazzi. Perché se non fanno esperienza e non giocano ad alto livello, poi chi va in Nazionale?

Chi guida il calcio italiano deve sedersi attorno a un tavolo e fare una riflessione seria. Non possiamo far finta di nulla. Credo che qualcosa si voglia cambiare e ne abbiamo davvero bisogno, perché altrimenti rischiamo di non andare più ai Mondiali. Sarebbe drammatico, soprattutto pensando al talento che abbiamo“.

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ROMA, ITALIA – 2 OTTOBRE: Presentazione del nuovo logo della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) al Museo Maxxi il 2 ottobre 2017 a Roma, Italia. (Foto di Paolo Bruno/Getty Images)

In Serie A sembra esserci sempre meno spazio per i giovani, forse anche per la paura di sbagliare o di “fare brutta figura” nel lanciarli. Eppure molti di loro, spesso cresciuti nei settori giovanili dei club, potrebbero offrire più di alcuni giocatori stranieri anche per il loro legame con la maglia. Quanto conta, secondo lei, questo senso di appartenenza nella crescita di un giovane calciatore?

“Un ragazzo cresciuto nel settore giovanile di una squadra sente quella maglia in maniera diversa. A me è successo così con l’Udinese. Quando arrivi in prima squadra ti innamori ancora di più della maglia e senti una responsabilità maggiore. Uno straniero viene qui con il desiderio di emergere, ed è giusto così, ma difficilmente può avere fin da subito lo stesso legame. Una volta i giocatori restavano tanti anni nella stessa squadra e allora nasceva quel rapporto speciale. Oggi succede molto meno.

Dobbiamo ridare passione, formare uomini oltre che giocatori e fare in modo che vestire la maglia della Nazionale torni a essere un grande orgoglio e non quasi un peso.

Purtroppo siamo un Paese che, sotto molti aspetti, pensa ancora in maniera vecchia. Abbiamo bisogno di credere di più nei giovani, perché sono una risorsa straordinaria. Abbiamo talenti incredibili, non solo nel calcio ma in tutti i settori, e troppo spesso li vediamo andare all’estero per trovare opportunità. Eppure tutto il mondo cerca gli italiani perché sa che abbiamo qualità.

Dobbiamo tornare ad avere fiducia in noi stessi. Siamo un grande popolo, con grandi capacità. Dobbiamo valorizzarci di più e aiutare i giovani, perché hanno davvero tantissimo talento”.

La notte di Wembley

Tra i tanti ricordi della sua carriera, ce n’è uno che le fa ancora battere il cuore?

“Il primo in assoluto è la promozione dalla Serie B alla Serie A con l’Udinese, conquistata ad Ancona. È stata la prima emozione davvero forte. Poi ci sono l’esordio in Nazionale e soprattutto la notte di Wembley. Per me è stata una serata magica. Mia figlia era nata il giorno prima, sono stato premiato come migliore in campo e con la Fiorentina abbiamo vinto contro l’Arsenal. Credo che quella resterà per sempre una delle serate più belle della mia carriera”.

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27 ottobre 1999: Marc Overmars dell’Arsenal affronta Fabio Rossitto (a sinistra) e Angelo Di Livio della Fiorentina durante la partita del Gruppo B della UEFA Champions League disputata allo stadio di Wembley, a Londra. L’incontro si concluse con la vittoria per 1-0 della Fiorentina in trasferta e sancì l’eliminazione dell’Arsenal dalla seconda fase della competizione. (Foto di Gary Prior/Allsport)

Guardando al presente e al futuro, ci sono giovani talenti che la entusiasmano particolarmente?

“Abbiamo parlato prima di Samuele Inacio, che è andato al Borussia Dortmund, ma ce ne sono tanti. Guardando i settori giovanili vedo ragazzi importanti che stanno crescendo bene e questo mi rende tranquillo. Dobbiamo credere in loro, farli giocare e fare in modo che non siano costretti ad andare all’estero per trovare spazio. Abbiamo bisogno di valorizzarli qui”.

Se invece, spostando il discorso sui giocatori già affermati, gli faccio presente che personalmente sono una grande estimatrice di Kenan Yildiz e mi piace molto anche Lamine Yamal, due giocatori che considero fantastici.

Yildiz, in particolare, in questo momento accende qualcosa di speciale. Ricorda quei numeri dieci che sapevano emozionare, un po’ nello stile di Del Piero. Quando lo guardi giocare ti trasmette davvero qualcosa. Anche Pisilli è un ragazzo interessante. In Italia abbiamo tanti giovani di qualità, dobbiamo soltanto avere il coraggio di credere in loro”.




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 Carola Contino

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