La Germania “pronta a combattere la Russia stasera”? Quando i Generali parlano “a vanvera” (Lee Morgan)


Le dichiarazioni del comandante dell’Aeronautica militare tedesca Holger Neumann (nella foto) secondo cui l’aviazione militare tedesca colpirebbe Kaliningrad, la Penisola di Kola, San Pietroburgo e la flotta russa del Mar Nero in caso di conflitto con la Russia, e la Germania sarebbe “pronta a combattere contro la Russia già da stasera”, non sono soltanto imprudenti. Sono, sul piano strategico e politico, semplicemente assurde e incarnano perfettamente quel parlare “a vanvera” che è un’espressione utilizzata principalmente per descrivere un discorso impulsivo e superficiale, totalmente privo di contenuto o di utilità pratica.

E lo sono ancora di più se collocate nel contesto reale delle capacità militari tedesche, della fragilità energetica ed economica del Paese, delle divisioni interne all’Unione europea e della natura tutt’altro che automatica delle garanzie NATO.

Un vero militare non va in giro a declamare pubblicamente i piani operativi, a maggior ragione quando si tratta di scenari che prevedono attacchi diretti al territorio di una potenza nucleare.

Chi lo fa, non si comporta da professionista delle armi ma da buffone mediatico, più attento al clamore dei titoli che alla serietà del deterrente.

La realtà della Bundeswehr dietro la retorica

Partiamo dai fatti. La Germania ha avviato una svolta strategica importante dopo il 2022, con il fondo speciale da 100 miliardi per il riarmo e la proclamata “Zeitenwende”. Ma questa svolta nasce proprio dal riconoscimento di decenni di sottofinanziamento, che hanno lasciato la Bundeswehr in condizioni di grave insufficienza anche solo per la difesa del territorio nazionale. A questo si aggiunge l’escalation della corruzione nel periodo della Ursula von der Leyen come ministro della difesa. Corruzione che permane tutt’ora con il “piatto ricco” ucraino.

La stessa pianificazione tedesca indica il 2028 come orizzonte minimo per avere uno strumento militare più credibile e meglio equipaggiato: non esattamente l’idea di un Paese che può “combattere stasera” contro la Russia. Gli obiettivi di forza: 260 mila militari attivi e 200 mila riservisti sono proiettati in avanti, non già raggiunti.

Oggi Berlino si trova ancora in una fase di transizione: potenziamento della difesa aerea, sviluppo di capacità di attacco di precisione a più lunga gittata, riorganizzazione logistica e dottrinale. Parlare di piena prontezza per una guerra ad alta intensità contro Mosca significa ignorare volutamente questa realtà. È propaganda, non analisi strategica.

Le stesse forniture di armi all’Ucraina hanno messo in luce, accanto alle potenzialità dell’industria tedesca, anche i limiti degli stock e dei ritmi produttivi europei. La Germania è diventata un hub essenziale per la logistica e i rifornimenti, ma la sua base industriale non è ancora in modalità “economia di guerra” in grado di sostenere un confronto prolungato con una potenza che ha già mobilitato il proprio apparato bellico da anni.

Un Paese diviso fra guerra, riarmo e gas russo

La narrativa del Generale Holger, cioè una Germania pronta a colpire immediatamente, è smentita non solo dai dati materiali, ma anche dal quadro politico e sociale interno.

La società tedesca è profondamente divisa. La crescita dell’AfD, l’opposizione al riarmo da parte di settori della sinistra e dei comunisti, i movimenti pacifisti e i collettivi anti‑industria bellica mostrano un Paese in cui il consenso per un’escalation frontale con la Russia è tutt’altro che consolidato.

AfD capitalizza il malcontento di una parte dell’opinione pubblica contraria alla prosecuzione indefinita del conflitto per procura in Ucraina e favorevole alla ripresa dei rapporti economici ed energetici con Mosca.

Una parte rilevante dell’establishment industriale, ferito dal venir meno del gas russo a basso costo e dalla crisi di settori chiave come l’automotive, guarda con crescente inquietudine alla prospettiva di una “economia di guerra” che potrebbe essere l’ennesimo colpo alla competitività tedesca. Al contrario la nutrita presenza di industriali tedeschi al Forum Economico di San Pietroburgo evidenzia una chiara volontà di distensione verso la Russia.

Gli analisti più lucidi ricordano che la Germania è “lacerata in due”: da un lato una manciata di finanzieri, industriali di armamenti e fanatici politici chi vedono nel riarmo e nel prolungamento del conflitto ucraino uno sbocco industriale, dall’altro la maggioranza delle forze vive produttive della popolazione tedesca, ritengono inevitabile un ritorno al dialogo con la Russia.

È difficile immaginare un Paese in questa condizione impegnarsi in una guerra totale con Mosca senza esplodere politicamente dall’interno.

Articolo 5: il mito dell’automatismo

A rendere ancora più velleitarie le sparate di Neumann c’è la natura giuridica e politica delle garanzie NATO. L’articolo 5 parla di difesa collettiva, ma non obbliga automaticamente gli alleati a un intervento militare diretto e uniforme.

Ogni Stato decide che cosa sia “necessario” fare: aiuti militari, misure politiche, supporto logistico, intelligence, ma non necessariamente truppe sul campo.

Immaginare che, in caso di escalation tedesco‑russa, tutti i membri dell’Alleanza si precipitino compatti a colpire Kaliningrad, Kola, San Pietroburgo e il Mar Nero significa ignorare volutamente la realtà delle opinioni pubbliche occidentali, dei governi divisi, dei parlamenti restii a nuove guerre terrestri su larga scala.

Soprattutto significa dare per scontato l’intervento statunitense, proprio nel momento in cui negli Stati Uniti prendono forza correnti politiche orientate a ridimensionare gli impegni globali e a ridurre il coinvolgimento diretto in conflitti europei.

La stessa UE, a sua volta, è lontana dall’unità su difesa comune e strategia verso la Russia. I progetti di riarmo europeo avanzano fra sospetti incrociati, rivalità industriali e reticenze a mutualizzare il debito per finanziare le spese militari.

Pensare che, in questo contesto, un attacco tedesco a obiettivi strategici russi verrebbe automaticamente accompagnato da un blocco europeo coeso è un esercizio di fantasia, non di realismo strategico.

Energia, industria e il limite strutturale della guerra

C’è infine il fattore energetico, che in qualsiasi guerra di lunga durata diventa decisivo. La Germania ha costruito la propria potenza industriale su un mix di energia a basso costo e mercati globali aperti. Oggi è senza gas russo, con costi energetici elevati, con un’economia in rallentamento e con la prospettiva di dover contemporaneamente finanziare transizione verde e riarmo.

Una guerra totale contro la Russia’ Paese dotato di immense risorse energetiche, e materie prime, comporterebbe un ulteriore shock energetico e industriale che colpirebbe proprio la base materiale su cui si regge il potere tedesco.

In queste condizioni, la retorica del “pronti a combattere stasera” suona come una minaccia fatta a spese dei cittadini e delle imprese, senza alcun serio calcolo dei costi reali.

Quando i militari si trasformano in comunicatori

Nella dottrina militare, la credibilità della deterrenza si fonda su tre pilastri: capacità, volontà e comunicazione. Neumann, con dichiarazioni di questo tenore, mette in crisi tutti e tre.

Ostenta una capacità che la Germania oggi non possiede, sopravvaluta una volontà di combattere che né la società tedesca né molti alleati sembrano avere, e utilizza la comunicazione non come strumento sobrio di deterrenza ma come megafono propagandistico.

Un vero militare non espone pubblicamente i propri piani operativi, non trasforma ipotesi estreme in slogan da giornale, non gioca con nomi e mappe di città. Chi parla così non rafforza la sicurezza del proprio Paese, la indebolisce. Non è un professionista della difesa, è un buffone travestito da stratega.

Un attacco tedesco alla Russia equivale al suicidio

Una risposta nucleare russa contro la Germania qualora venissero attaccati gli obiettivi descritti dal Generale Buffone, si baserebbe probabilmente su uno stryke nucleare usando le nuove testate tattiche e strategiche a rendimento variabile, montate su missili ipersonici.

Parliamo di ordigni contenenti decine di testate nucleari autonome che vengono liberate dal “missile madre” per colpire simultaneamente decine di obiettivi diversi. Sono armi concepite per annientare in pochi minuti centri di comando, nodi logistici, basi aeree e grandi agglomerati industriali.

In una dottrina di “escalation per de‑escalare”, Mosca potrebbe combinare attacchi mirati su Berlino, sulla Ruhr, su snodi ferroviari e portuali del Nord, con l’obiettivo di paralizzare la struttura statale e industriale tedesca in poche ore, infliggendo perdite umane e materiali tali da spezzare la volontà politica di continuare il conflitto.

La capacità tedesca di fermare tali vettori è estremamente limitata: la difesa aerea e antimissile nazionale, anche integrata con sistemi NATO, è dimensionata per minacce convenzionali e cruise, non per una salva coordinata di missili balistici e ipersonici.

In definitiva, dietro l’immagine di una Germania pronta a colpire “già da stasera” c’è un Paese militarmente in riarmo ma non ancora pronto, socialmente spaccato, energeticamente fragile, inserito in un’alleanza priva di automatismi e in un’Unione europea divisa.

La distanza fra la sceneggiatura bellicista di certi vertici militari tedeschi e la realtà è tale che la vera minaccia, oggi, non è tanto la guerra che la Germania potrebbe scatenare, quanto la leggerezza con cui alcuni dei suoi comandanti la evocano davanti alle telecamere.

 

 

Lee Morgan

 

 


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