COSENZA Studia e aiuta gli altri detenuti a rivendicare i propri diritti, ricalcola pene che ritiene sbagliate, invoca la grazia per reclusi anziani e malati, scrive le domande alla Direzione e le istanze ai Tribunali di Sorveglianza, racconta agli avvocati il “mondo di sotto” che lui vive dal di dentro. Lo chiamano lo “scrivano di Rebibbia” ed è calabrese: detenuto da oltre 16 anni, condannato per concorso in omicidio, Fabio Falbo ha trascorso 13 anni in Alta Sicurezza ma si è sempre dichiarato innocente. In carcere si è laureato, scrive e recita: così lo racconta Gianni Alemanno, che tra una settimana esatta sarà scarcerato e ha avuto in Falbo (con cui ha scritto il recente libro “L’emergenza negata. Il collasso delle carceri italiane”) uno dei compagni di cella più vicini. Non foss’altro che per la campagna informativa che ha reso l’ex ministro e sindaco di Roma una figura centrale nel dibattito relativo alle condizioni dei detenuti e al sovraffollamento delle carceri.
Il reinserimento possibile
Generando non poche polemiche nell’eterna disfida tra garantisti e giustizialisti, l’esponente oggi vicino al vannacciano Futuro Nazionale – il Generale ha annunciato che il 24 giugno si farà trovare all’uscita della casa circondariale romana – coi suoi post lunghi e meditati ha quanto meno riacceso i riflettori sulle condizioni carcerarie che solitamente finiscono nei notiziari solo dopo l’ennesimo gesto estremo di un detenuto, o in occasione di rivolte e aggressioni al personale di polizia penitenziaria.
«I detenuti diventano assaggiatori di oli extravergine di oliva. Accade in Calabria con il progetto formativo e “Coltivare Speranze”, progetto di coltura e formazione negli istituti carcerari»: in 24 sosterranno l’esame finale a Laureana di Borrello dopo un protocollo d’intesa che vede l’Arsac tra i firmatari e i docenti di Agraria dell’UniRc tra i formatori; mail come questa – arrivata ieri alla nostra redazione – raccontano piccoli segnali di luce in fondo al tunnel e soprattutto mostrano come la sfida della rinascita e del reinserimento sia possibile.
Ma a fronte di iniziative lodevoli a macchia di leopardo nelle carceri italiane e calabresi, le cronache purtroppo riportano notizie ben meno edificanti e aggiornano un’emergenza, quella del sovraffollamento e delle ingiuste detenzioni, che percorre carsicamente il dibattito pubblico e l’agenda politica: è per questo che la storia di Falbo merita di essere raccontata.
‘Nduja, studio e partite a carte
Nato a Corigliano Calabro, Fabio Falbo è stato arrestato per concorso in omicidio, associazione mafiosa e altri reati minori 16 anni fa in Germania, dove faceva l’imprenditore di import-export: condannato in via definitiva a 22 anni e 9 mesi, viene però assolto dall’associazione mafiosa e riceve una pena incredibilmente bassa per un concorso in omicidio, mentre l’aggravante mafiosa, reato ostativo, gli viene riconosciuta solo per piccoli reati complementari che contribuiscono alla pena per soli 9 mesi. Si è sempre dichiarato innocente.
I 13 anni vissuti passando da una cella all’altra in “alta sicurezza” – quel carcere rigidissimo istituito per isolare i capi mafiosi dal mondo esterno – sono stati per Falbo un regime da cui ha fatto fatica a uscire perché, dichiarandosi innocente, non poteva “collaborare” con la Giustizia. In compenso si è laureato in Giurisprudenza con esame pubblico nel teatro di Rebibbia, alla presenza di un sottosegretario alla Giustizia. Non solo: è arrivato a quattro esami dalla seconda laurea in Scienze Politiche, poi abbandonata per protesta perché il Tribunale di Sorveglianza gli negava sistematicamente la rieducazione, e ora si è iscritto a Scienze della Comunicazione all’Università di Tor Vergata e in un intervento pubblicato proprio da UniRoma2 ha rivendicato di provenire dalla «terra che ha dato i natali a due nostri padri costituenti come il prof. Costantino Mortati e come il prof. Giuseppe Ferrari».
Negli anni, tra una partita a carte e la condivisione di una cucina a base di ‘nduja, si susseguono l’amicizia personale con Marco Pannella e la militanza nel Partito Radicale (su Radio Radicale anche 4 suoi interventi raccolti nell’ultimo decennio), mentre diventa animatore delle attività in carcere di associazioni come “Nessuno tocchi Caino” e “Gruppo Idee”.
L’ultima battaglia
La battaglia sul sovraffollamento è stata rilanciata da Falbo e Alemanno dopo il recente caso della casa circondariale della Dogaia di Prato (con un’escalation di episodi di presunte violenze e torture) che «rappresenta un punto di svolta che non può essere considerato isolato, ma deve essere letto come indice di una criticità sistemica» dal momento che – hanno scritto nella lettera “Celle o cellette?” pubblicata sul blog Ultimafermata – «come emerso da una perizia promossa dalla Camera Penale di Prato, le misurazioni ufficiali delle celle fornite dall’amministrazione penitenziaria non risultavano corrispondenti alle dimensioni reali degli spazi detentivi. In particolare, è stato accertato che, in numerose celle occupate da 3 persone detenute, non veniva garantito lo spazio minimo vitale di 3 metri quadrati per persona. (…) Oggi più che mai, è necessario un impegno collettivo dell’avvocatura penalista perché quando i metri quadrati non sono verificati, non è solo la dimensione della cella a essere incerta, ma il confine stesso tra esecuzione legittima della pena e trattamento inumano».
Alemanno: «Un simbolo contro le ingiustizie»
«Fabio è un vero e proprio simbolo dell’epopea che può nobilitare la popolazione detenuta e dell’ingiustizia che oggi grava sugli istituti di pena» ha scritto Alemanno lo scorso dicembre in una lettera al Dubbio. «Dopo qualche giorno di “studio reciproco”, non potevamo non allearci nella battaglia comune contro il degrado del sistema penitenziario, contro il sovraffollamento carcerario, per una pena che, come dice l’art. 27 della Costituzione, deve avere un valore di rieducazione e di riscatto. Una “strana alleanza” tra un politico della destra sociale e una persona detenuta che ha fatto dei diritti civili la sua bandiera, un po’ calabrese e un po’ pannelliana. E siamo riusciti insieme a gridare che “il Re è nudo”, a costringere tutti a tornare ad accorgersi di questa drammatica realtà che è il carcere in Italia. Fabio, nella dedica di un suo libro che mi ha regalato, mi ha definito “compagno di pensiero e di resistenza”, usando parole – “compagno” e “resistenza” – che per me sono decisamente nuove. Ma nella dedica si legge “anche chi è innocente può curare una ferita che non ha causato, e trasformare il dolore in consapevolezza”. È la nostra condizione comune, quello che ha fatto di noi, con tante altre persone detenute al G8, una comunità di lotta. E, sorridendo, possiamo dire insieme: “combattere è un destino”».
Non a caso i detenuti vanno sempre più spesso a chiedere consigli ai due che negli anni hanno costituito «una specie di desk legale», ha dichiarato Alemanno al Foglio che nell’ultima edizione weekend gli ha dedicato una lunga intervista in apertura di prima pagina.
Tra un paio d’anni Fabio Falbo rivedrà, finalmente fuori dalle mura di un carcere, sua moglie Maria che ha educato da sola i loro tre figli Francesco, Denise e Marco Aurelio. Nel frattempo continua a studiare e a scrivere per rivendicare i diritti dei detenuti. Ai quali di sicuro mancherà il loro “scrivano” una volta che lascerà la cella. (redazione@corrierecal.it)
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