Ci sono film che raccontano una storia. E poi ci sono film che, prima ancora di raccontare qualcosa agli altri, rappresentano un tentativo di comprensione di sé, come Frammenti, al cinema dall’11 giugno. A prima vista potrebbe sembrare un racconto generazionale. Un film sulla ricerca della propria identità, sulla danza, sui sogni, sulle aspettative e sul peso di diventare adulti. Ma dopo aver parlato con Bianca Marcelli, appare evidente che Frammenti è qualcosa di più complesso e, per certi versi, di più intimo. È il luogo in cui una giovane artista ha smesso di fuggire da una parte di se stessa. Per anni Bianca Marcelli ha tenuto il cinema a distanza. Non per mancanza d’amore, ma forse proprio per eccesso di consapevolezza. Cresciuta in una famiglia che con il cinema ha sempre avuto un rapporto diretto, ha scelto altre strade, altri linguaggi, altre forme espressive. Prima la musica, poi la scrittura. Come se il cinema fosse una chiamata troppo ingombrante per essere accolta subito. Come se fosse necessario compiere un lungo giro prima di tornare nel punto da cui tutto era iniziato. Frammenti nasce anche da questo ritorno. Ascoltandola parlare, si ha l’impressione che il film non sia stato soltanto un progetto artistico, ma un atto di riconciliazione. Con il proprio passato. Con le proprie fragilità. Con quella vocazione che continuava a bussare alla porta e che, a un certo punto, non poteva più essere ignorata. Nel corso dell’intervista esclusiva per Virgilio Notizie emerge continuamente una parola che Bianca Marcelli non pronuncia quasi mai in maniera esplicita ma che attraversa ogni risposta: autenticità. Autenticità nel creare. Autenticità nel soffrire. Autenticità nel vivere. Frammenti non nasce dall’ambizione di costruire una carriera, di conquistare uno spazio nell’industria cinematografica o di raccontare una generazione attraverso formule precostituite. Nasce da un’urgenza. Da quella necessità quasi biologica che molti artisti conoscono bene: trasformare ciò che si prova in qualcosa che possa essere condiviso. È significativo che la paura più grande confessata da Bianca Marcelli non sia il fallimento. Non sia il giudizio degli altri. Non sia nemmeno la possibilità di non realizzare i propri sogni. La sua paura più profonda è smettere di sentire. In una società che ci spinge costantemente verso l’efficienza, la produttività e il risultato, questa affermazione assume un valore quasi rivoluzionario. E improvvisamente si comprende che Frammenti non è soltanto il racconto di Romeo. È il racconto di chiunque abbia provato a sopravvivere anestetizzando il dolore. Di chiunque abbia cercato rifugio nel controllo per non affrontare il caos. Non è un caso che la regola che Bianca Marcelli sente di aver infranto durante la realizzazione del film sia proprio quella del controllo. Il set, gli imprevisti, la fatica, le responsabilità e persino il peso di essere una regista molto giovane l’hanno costretta ad accettare una lezione difficile: non tutto può essere governato. Forse anche per questo Frammenti rifiuta la struttura rassicurante del classico film di formazione. Non esiste una grande rivelazione finale. Non c’è una risposta definitiva. Non c’è il momento magico in cui ogni dubbio si dissolve. Esattamente come nella vita. Bianca Marcelli sembra diffidare delle conclusioni semplici. La sua idea di identità non è mai statica. Non esiste una definizione definitiva di sé. Esiste soltanto un processo continuo di scoperta. Una trasformazione permanente. Una negoziazione costante tra ciò che siamo stati e ciò che stiamo diventando. Anche per questo colpisce la scelta di affidare il cuore emotivo del film a un protagonista maschile. Una decisione che nelle sue parole assume quasi una dimensione politica e umana insieme. Raccontare la fragilità di un uomo significa rifiutare l’idea che la vulnerabilità appartenga a un solo genere. Significa riconoscere che il dolore, la rabbia, la confusione e il bisogno di essere amati sono territori comuni. Universali. Bianca Marcelli non offre risposte definitive. E probabilmente non le interessa farlo. Le interessa qualcosa di più difficile: ricordarci che vivere non significa soltanto raggiungere una meta, ma attraversare pienamente ogni esperienza, anche quelle che fanno male. Forse è questo il vero cuore di Frammenti. Non la danza. Non la crescita. Non il conflitto generazionale. Ma il coraggio di restare in contatto con ciò che sentiamo. Perché, come emerge da ogni parola pronunciata durante questa conversazione, la vera sconfitta non è soffrire: la vera sconfitta è smettere di sentire.
Frammenti: conosciamo il film, ma nessuno sa che cosa rappresenti per Bianca Marcelli. Ce lo vuole raccontare?
“Frammenti rappresenta moltissimo per me. È stato senza dubbio un punto di svolta nella mia vita. Realizzare questo film ha avuto un impatto profondo per diverse ragioni. Per molto tempo ho cercato di ignorare questa attrazione verso il cinema che mi accompagna fin dall’infanzia. Pur lavorando in ambiti diversi, i miei genitori hanno sempre avuto un legame con il mondo cinematografico, che è stato costantemente presente nella mia vita. Da bambina mi era stata persino proposta la carriera di attrice, ma non era una strada nella quale mi riconoscessi davvero. Inoltre, non avrei mai voluto trovarmi nella situazione di essere considerata, passatemi il termine, la ‘raccomandata di turno’. Per questo ho sempre cercato di mantenere una certa distanza da quell’ambiente e da quella parte della mia storia. Allo stesso tempo, però, sono sempre stata una persona profondamente creativa. Ho sempre sentito il bisogno di esprimermi attraverso linguaggi artistici diversi. Il mio percorso nasce soprattutto dalla musica: ho iniziato come cantautrice e continuo ancora oggi a scrivere e comporre. Una componente fondamentale del lavoro su Frammenti è stata proprio la colonna sonora. Me ne sono occupata personalmente insieme a due musicisti straordinari, Federica Bello e Michele Sallicandro. Questo film ha significato anche accogliere finalmente una parte di me che continuava a richiamarmi verso il cinema. È stato il riconoscimento di una vocazione che esisteva da sempre e alla quale ho deciso di concedere spazio. Mi ha permesso di scoprire una nuova forma espressiva, capace di andare oltre le parole e di affidarsi anche alla forza delle immagini”.
‘Bisogna avere un caos dentro di sé per generare una stella che danzaì. Lei ha sempre avuto un rapporto profondo con l’arte. Quale tumulto interiore sentiva il bisogno di esprimere attraverso di essa?
“Sicuramente questo aspetto è centrale e, in parte, il film parla proprio di questo. Credo che il messaggio più importante che desideravo trasmettere attraverso Frammenti fosse l’idea di creare per necessità, per esigenza espressiva, per amore. Non per arrivare da qualche parte, ottenere riconoscimenti o raggiungere obiettivi esterni, ma per essere autentici e liberi. È questo il principio che attraversa l’intero film. Si tratta di un messaggio che sento profondamente mio, perché il desiderio di raccontare storie, sia nelle canzoni sia attraverso il cinema, nasce da un’esigenza comunicativa che considero vitale. Non è qualcosa che viene dopo: è una necessità primaria. Nel corso della vita ho attraversato molte esperienze, alcune anche molto dolorose. In tutto questo ho sempre avvertito un forte bisogno di essere vista e di comunicare. Credo che sia un tratto comune a molti artisti: fare arte perché si avverte l’urgenza autentica di esprimere ciò che si ha dentro, non per apparire”.
Pensa che l’arte l’abbia aiutata a trovare delle risposte oppure che abbia generato nuove domande?
“Entrambe le cose, senza alcun dubbio. L’arte è stata una risposta a un’urgenza interiore. Mi ha permesso di incanalare ciò che provavo e di dare forma a emozioni, pensieri ed esperienze. In questo senso è stata una risposta anche sul piano del significato della mia esistenza. Ognuno, nel proprio percorso, cerca di attribuire un senso a ciò che vive. Nelle mie sofferenze e nelle mie esperienze ho trovato uno dei significati più importanti proprio nell’arte e nella possibilità di creare qualcosa che le appartenesse. Questa è stata certamente una risposta. Allo stesso tempo, però, l’arte mi ha posto davanti a molti interrogativi. Mi ha costretta a chiedermi quale direzione volessi seguire e verso quali orizzonti desiderassi orientarmi. Quando si crea un’opera e la si condivide con gli altri, inevitabilmente ci si espone. Fare arte significa arrivare a una fase conclusiva che è quella della condivisione. Nella nostra generazione, fortemente influenzata dai media, questo significa esporsi allo sguardo del pubblico. E torna così, ancora una volta, il bisogno di essere visti. Mi sono chiesta spesso se fosse davvero la mia strada, quali fossero i linguaggi più adatti per esprimere ciò che sentivo e come trasformare le mie emozioni in qualcosa capace di raggiungere gli altri. L’arte, però, mi ha anche insegnato molto. Mi ha insegnato ad ascoltarmi. Mi ha fatto comprendere che non dovevo temere ciò che provavo, perché soltanto accogliendo davvero quelle parti di me avrei potuto offrire qualcosa di autentico agli altri”.
È riuscita a trovare una risposta alla domanda più difficile di tutte: chi è Bianca? Oggi saprebbe descriversi in poche parole?
“Credo di averne compreso una parte e di continuare a scoprirla ogni giorno. Bianca è molte cose e probabilmente lo sarà in modi diversi nel corso della vita. Per me la conoscenza di sé è un processo continuo. Accade anche nelle relazioni. Credo che l’amore inizi e finisca anche perché le persone si scoprono reciprocamente. Non smettono di conoscersi; semplicemente cambiano. Nel corso della vita tutti siamo in continua trasformazione. Per questo è importante mantenere la volontà di osservare l’altro, comprendere chi sta diventando e capire se la sua evoluzione resta compatibile con la nostra. Lo stesso lavoro va compiuto su se stessi. Si continua sempre a scoprire qualcosa di nuovo, a comprendere quali aspetti emergano e verso quale direzione si desideri andare. Oggi direi di essere molte cose. Se però dovessi individuare un elemento centrale, direi di essere una persona che vuole vivere e sentire pienamente. Una persona che non desidera più rifugiarsi lontano dal proprio passato né allontanarsi dalla vita stessa. Per me vivere significa attraversare ogni sfumatura dell’esperienza umana: la gioia più intensa, il dolore più profondo e tutto ciò che si colloca tra questi estremi”.
Lei è regista, scrittrice e musicista. Quale di questi linguaggi la tradisce meno quando deve esprimere qualcosa di importante?
“Forse il linguaggio originario resta la musica. Non perché il cinema mi permetta di esprimere meno; anzi, un film è un’opera infinitamente più complessa e consente di raccontare molto di più. La differenza sta nell’immediatezza. Una canzone può nascere anche in dieci minuti. Posso essere da sola nella mia stanza, sedermi al pianoforte e trasformare immediatamente ciò che provo in qualcosa di concreto. Mi viene in mente una frase che il mio amico Paolo Buonvino ripete spesso: una canzone è una fotografia dell’anima nell’istante esatto in cui viene scritta. Credo sia davvero così. La musica possiede questa straordinaria immediatezza. Permette di mettere a fuoco un’emozione quasi nel momento stesso in cui la si vive. Il cinema, invece, segue un processo completamente diverso. Un film richiede anni di lavoro. Nel frattempo si accumulano idee, immagini, significati e livelli di lettura differenti. In Frammenti, per esempio, sono presenti numerosi simbolismi: la regia, la fotografia, il passaggio dal bianco e nero al colore, l’uso degli specchi e molti altri elementi visivi. Nessuno di questi aspetti esiste soltanto per ragioni estetiche. Ognuno racchiude un significato più profondo. Per questo amo entrambe le forme espressive. La scrittura accompagna naturalmente la musica, ma se devo indicare il linguaggio più immediato, quello che riesce a tradirmi meno quando provo qualcosa di intenso, allora scelgo la musica”.
Tra rigore e istinto, da quale dei due nasce il processo creativo di Bianca Marcelli?
“Dall’istinto prima, dal rigore dopo. Generalmente tutto ciò che creo nasce in modo spontaneo. Parte dalla pancia, da una reazione immediata, da una sensazione che avverto con forza e che sento il bisogno di esprimere. Successivamente entra in gioco un’altra parte di me. A mente più lucida torno su ciò che ho realizzato e inizio a rielaborarlo. In realtà sono una persona molto metodica e precisa. Correggo, rifinisco, elimino ciò che ritengo superfluo e continuo a lavorare finché non sento di essermi avvicinata il più possibile all’idea che avevo in mente. Dunque sì, all’inizio c’è l’istinto, ma poi interviene anche molto rigore. Sono una persona che porta a termine ciò che intraprende e che tende a essere estremamente accurata. La scintilla iniziale, però, nasce sempre da qualcosa di profondamente viscerale”.
Il rigore implica anche il rispetto di alcune regole. Qual è la regola che ritiene di aver infranto grazie a Frammenti?
“Probabilmente quella del controllo. Ho imparato a lasciare andare molte situazioni, pur restando una persona che tende a tenere tutto sotto controllo. Fa parte del mio carattere: ho bisogno che il lavoro venga svolto bene e sono piuttosto perfezionista sotto questo aspetto. Sul set, però, mi sono trovata spesso nella condizione di dover accettare dei compromessi. È inevitabile: esistono vincoli di tempo, di budget e imprevisti che impediscono alle cose di realizzarsi esattamente come le avevi immaginate. In quelle circostanze ho dovuto imparare ad adattarmi. Credo che la regola infranta sia stata proprio l’idea del controllo assoluto. Ho compreso che non tutto può essere governato fino all’ultimo dettaglio e che, talvolta, è necessario accogliere ciò che accade e trovare percorsi alternativi per raggiungere comunque il risultato desiderato”.
La difficoltà maggiore nella realizzazione di questo primo lungometraggio l’ha incontrata durante le riprese, quindi nella fase più tecnica, oppure nella produzione, quando era necessario reperire risorse e convincere gli altri della validità del progetto?
“In realtà ogni fase ha presentato le proprie difficoltà. Se devo essere sincera, però, il momento più impegnativo non è stato né la pre-produzione né la produzione vera e propria. Erano fasi certamente complesse, ma sostenute dall’entusiasmo degli inizi. Quando si avvia un progetto si dispone ancora di tutta l’energia e dell’adrenalina che accompagnano ciò che si sta per realizzare. Poi sono arrivate le riprese. Poi la post-produzione. Infine la promozione. Probabilmente è stata proprio quest’ultima la fase più difficile. Ci sono arrivata molto stanca. Venivo da un lungo percorso durante il quale avevo dovuto gestire personalmente una quantità enorme di aspetti. Essendo un’opera prima, mi sono assunta molte responsabilità e ho dovuto prendere decisioni continuamente. In numerose occasioni mi sono occupata direttamente di attività che, in produzioni più strutturate, vengono affidate a professionisti diversi o a interi reparti. Quando alle spalle c’è una macchina produttiva importante, il regista può concentrarsi maggiormente sul proprio lavoro. Nel mio caso, invece, ho dovuto seguire contemporaneamente moltissimi aspetti. Alla fine credo che le difficoltà maggiori siano emerse proprio nella fase conclusiva, quella in cui bisogna confezionare e presentare il progetto. Entrano allora in gioco le strategie di comunicazione, il modo di raccontarlo e di proporlo al pubblico. Personalmente, è stato l’aspetto che ho trovato più faticoso. La ringrazio per queste domande: le trovo molto belle e profonde. Le sto apprezzando davvero. Spesso, quando si parla di un film, si finisce inevitabilmente in una dimensione più superficiale, legata all’immagine, a ciò che bisogna mostrare e al modo in cui ci si deve presentare. Ci si ritrova così a investire enormi quantità di energie in questi aspetti. Eppure, alla fine, la ragione per cui si realizza un film è molto più semplice: si vuole comunicare qualcosa, dare forma a un progetto che si ama e che appassiona. Quando però ci si deve occupare di tutto il resto, si rischia persino di dimenticarlo. Per me quella è stata senza dubbio la fase più impegnativa”.
Ha mai avvertito il peso di essere contemporaneamente una donna e una regista molto giovane?
“Sì. Mentirei se dicessi il contrario. Mi piacerebbe poter affermare che non è stato così, ma non sarebbe vero. Detto questo, credo che il problema non riguardi soltanto l’essere donna. In generale, per un regista giovane è molto difficile affermarsi. Ho girato questo film a ventiquattro anni, quasi venticinque. Oggi sto per compierne ventisei. Questo significa lavorare quotidianamente con persone che hanno cinquanta o sessant’anni, possiedono molta più esperienza e conoscono l’ambiente da decenni. Significa anche confrontarsi con professionisti che avrebbero voluto trovarsi nella tua posizione e che, per ragioni diverse, non ne hanno ancora avuto l’opportunità. Sono dinamiche complesse. Una delle esperienze più particolari l’ho vissuta in Tunisia. Lavoravamo con una troupe tunisina e, oltre alla barriera linguistica, era evidente anche una differenza culturale. Ricordo perfettamente il primo giorno sul set. Erano sinceramente sorpresi che la regista fossi io. Non erano affatto abituati a una situazione del genere. Inoltre ci trovavamo nel deserto tunisino, con quaranta gradi all’ombra. Ero vestita come qualsiasi professionista impegnato su un set in quelle condizioni, con abiti pratici e funzionali. Anche questo, per loro, risultava piuttosto insolito. Quindi sì, è stato complesso. E, in generale, il fatto di essere donna non ha reso il percorso più semplice”.
Ci sono stati episodi concreti in cui ha percepito questa difficoltà?
“Non farò nomi perché non avrebbe senso, ma ci sono state diverse situazioni significative. Durante la realizzazione del film ho voluto accanto a me il mio compagno, Giorgio Caporali, che è a sua volta regista. Ha ricoperto il ruolo di coordinatore artistico e tecnico. Considero questo film tanto mio quanto suo, perché molte scelte sono nate da un lavoro condiviso e il suo contributo è stato fondamentale. Per questo era sempre presente sul set. Molto spesso, però, mi capitava di notare che alcune persone si rivolgessero prima a lui che a me. Quando c’era da prendere una decisione, affrontare un problema o chiedere un parere, la tendenza spontanea era spesso quella di cercare Giorgio. Eppure la regista ero io. In quei momenti pensavo: ‘Ci sono anch’io’. Naturalmente non accadeva sempre e non riguardava tutti, ma sono episodi che si sono verificati. Per questo non potrei affermare onestamente che il problema non esista”.
Che cosa la infastidiva maggiormente: essere sottovalutata perché donna o perché giovane?
“Probabilmente perché giovane. Forse persino più che per il fatto di essere donna. Lo dico perché è una dinamica che vedo manifestarsi anche nei confronti degli uomini giovani. Quando si ha poca esperienza anagrafica, spesso si viene percepiti automaticamente come meno autorevoli o meno preparati, indipendentemente dalle proprie competenze. Credo quindi che l’aspetto generazionale sia stato quello che ho avvertito maggiormente. Naturalmente il fatto di essere donna non ha aiutato e non sarebbe onesto negarlo. Allo stesso tempo, però, sono una persona che tende a proseguire per la propria strada. Conosco il valore del mio lavoro. A volte ciò che realizzo è molto valido, altre volte meno, come accade a chiunque. Cerco però di mantenere sempre uno sguardo lucido su ciò che faccio. Durante un set ci sono talmente tante questioni da affrontare che non ci si può permettere di consumare energie interrogandosi continuamente sul giudizio degli altri. Avevo un unico obiettivo: dare il massimo. Alla fine tutta la mia attenzione era concentrata lì. Dovevo realizzare il miglior lavoro possibile e portare a termine il film nel modo più onesto ed efficace di cui fossi capace”.
Frammenti racconta molto della sua generazione. Il suo sguardo ha cercato di spiegarla oppure si è limitato a osservarla?
“In realtà credo che il film non si limiti a osservare i giovani. Piuttosto, cerca di rivolgere loro un messaggio, quasi un invito. Ciò che mi premeva maggiormente trasmettere era un’idea molto precisa: la mia generazione rincorre continuamente obiettivi materiali, traguardi da raggiungere, mete che spesso vengono percepite come la chiave della felicità. A mio avviso, però, questa corsa perde significato nel momento in cui si dimentica la ragione profonda per cui si intraprende un percorso. L’unico vero motivo per cui vale la pena dedicarsi a qualcosa è il piacere di farlo. E non mi riferisco soltanto all’ambito artistico. Lo ripeto spesso: è un discorso che riguarda chiunque. Ho molti amici che svolgono professioni completamente diverse dalla mia, anche lavori d’ufficio. Alcuni scelgono una determinata strada esclusivamente per raggiungere un certo reddito o acquistare una casa. Poi, però, finiscono per detestare ciò che fanno ogni giorno. Vivono nell’attesa del fine settimana e attendono il fine settimana per spendere quei soldi e allontanarsi, almeno per qualche ora, dalla quotidianità che conducono. A quel punto mi chiedo: perché? Qual è il senso di tutto questo? Quello che desideravo dire ai ragazzi della mia generazione è molto semplice: vivete. Vivete davvero. Perché è l’unica cosa che conta. Se si trascorrono gli anni più belli inseguendo un futuro idealizzato, si rischia di non accorgersi che il futuro coincide già con il presente. La vita dovrebbe essere qualcosa che viviamo oggi, non qualcosa che continuiamo a rimandare a domani”.
Una delle qualità che ho apprezzato nel film è la capacità di raccontare la sua generazione con lucidità, senza rinunciare a celebrare la vulnerabilità e la confusione. Non c’è il classico momento rivelatore tipico del cinema di formazione: la presa di coscienza passa proprio attraverso le fragilità del protagonista. Mi ha colpito anche un’altra scelta: il protagonista è un ragazzo e non una ragazza. Perché?
“La ragione è molto precisa. Bisogna partire da un presupposto: la sceneggiatura originale dalla quale io e Giorgio siamo partiti non era nostra. Il soggetto era stato scritto da Mario Germano e Costanzo Bongiorni. Quando abbiamo iniziato a lavorarci, abbiamo mantenuto i cardini fondamentali della storia, ossia la struttura narrativa e gli eventi principali. Al tempo stesso, però, abbiamo rimodellato il racconto affinché esprimesse ciò che volevamo comunicare. Tra le modifiche apportate c’è stata anche quella relativa al protagonista. Nella versione originaria, infatti, il personaggio principale era una ragazza. Per questo la ringrazio per la domanda: finora nessuno me l’aveva ancora posta. La scelta di un protagonista maschile nasce da diverse ragioni. Da un lato desideravo confrontarmi con una prospettiva diversa dalla mia, pur mantenendo un nucleo emotivo che conoscevo bene: la confusione, la rabbia, il senso di smarrimento. In fondo, i sentimenti sono universali. Per certi aspetti considero questa una scelta profondamente femminista. Da donna, raccontare un uomo e affermare implicitamente ‘tu sei uguale a me’ significa riconoscere che fragilità, sensibilità e profondità emotiva appartengono a tutti. Ciò che provo io può provarlo un uomo. Ciò che prova un uomo può provarlo una donna. Chiunque può riconoscersi nell’esperienza di un altro essere umano. Per questo mi sono chiesta: perché continuare a raccontare lo stereotipo della ballerina? Perché non raccontare un uomo? Perché non mostrare che anche un uomo può attraversare fragilità profonde? Che possiede un mondo interiore con il quale, prima o poi, deve confrontarsi? Che la complessità emotiva non appartiene esclusivamente alle donne? C’era poi un’altra ragione. Non volevo sessualizzare Romeo. Esiste il personaggio di Ele, una figura particolare, quasi mistica, ma non desideravo costruire una relazione convenzionale. Non volevo il ballerino affascinante per definizione, né un personaggio imprigionato negli stereotipi. Volevo raccontare semplicemente una persona. Ed è questo che mi interessava davvero”.
In questa scelta ha avuto un peso anche la storia personale di Giorgio? Mi riferisco all’infortunio che lo ha costretto a rivedere alcune priorità della sua vita, tra cui il calcio.
“Sì, in parte sicuramente. Abbiamo costruito il film insieme e credo che le storie funzionino meglio quando affondano le radici in esperienze autentiche. L’infortunio era già presente nella sceneggiatura originale. Era uno degli elementi che sapevamo di dover mantenere. Quando ho capito che quel tema sarebbe rimasto centrale, ho chiesto a Giorgio se avesse voglia di inserire qualcosa di personale all’interno di quella parte del racconto. Perciò sì, nel film è presente anche il suo punto di vista sul calcio e sull’esperienza dell’infortunio. Non perché volessimo realizzare un film sul calcio. L’obiettivo era un altro. La danza, nel film, è semplicemente uno strumento per parlare di qualcosa di più ampio. Tutto ciò che raccontiamo attraverso la danza potrebbe essere raccontato attraverso qualsiasi sport, un’altra disciplina o persino una professione. Potrei applicare gli stessi ragionamenti alla musica. Per questo mi interessava integrare anche la prospettiva di Giorgio: contribuiva a rendere il racconto ancora più universale”.
E il punto di vista di Bianca, all’interno del film, a quale personaggio appartiene?
“Direi soprattutto a Romeo. Ma anche a Ele. In realtà, per me Romeo ed Ele rappresentano quasi due parti della stessa persona. Per questo credo che il mio sguardo sia distribuito tra entrambi. È lì che si trova la componente più vicina a me”.
Quale personaggio del film non inviterebbe mai a un aperitivo?
“Forse la maîtresse de ballet interpretata da Jenny De Nucci. Lo dico con affetto, perché Jenny, nella vita reale, è una mia carissima amica e la inviterei molto volentieri a bere qualcosa. Il suo personaggio, invece, probabilmente no. Tra tutti, è quello con cui farei più fatica a trascorrere una serata”.
E i genitori di Romeo li inviterebbe?
“Sì, assolutamente. Credo che siano due persone che nascondono moltissime fragilità. Senza entrare nei dettagli per non anticipare troppo della storia, penso che siano personaggi che sbagliano perché sono umani. Come viene detto anche nel film, sbagliano perché sono vivi. Per me i personaggi migliori sono quelli che riescono a essere, nello stesso tempo, meravigliosi e terribili. L’essere umano è fatto così. Ed è proprio questa complessità a renderli interessanti”.
Quei genitori rappresentano anche qualche traslazione personale?
“Non credo siano la trasposizione diretta di persone reali. Piuttosto incarnano idee, visioni del mondo e sistemi di valori. In questo senso, sì: possono rappresentare anche il conflitto tra generazioni diverse e tra differenti modi di interpretare la vita”.
Lei ha ventisei anni. Che cosa c’è nel mestiere del regista che nessuno le aveva raccontato e che ha scoperto soltanto esercitandolo?
“In realtà ritengo di essere arrivata abbastanza preparata. Avevo ascoltato molti racconti e avevo cercato di immaginare quanti più scenari possibili. Per questo non c’è stato un aspetto che mi abbia colta completamente di sorpresa. La vera differenza, piuttosto, sta tra conoscere qualcosa e viverla. Per quanto fossi consapevole delle difficoltà che avrei incontrato, sperimentarle in prima persona è stato molto diverso. E molto più impegnativo di quanto immaginassi. Soprattutto dal punto di vista decisionale. Molte scelte dovevano essere prese rapidamente e, nella maggior parte dei casi, la responsabilità finale ricadeva su di me. Bisognava decidere come intervenire su una scena, che cosa modificare, che cosa eliminare, come dirigere gli attori e come affrontare una quantità di situazioni impreviste. Non direi quindi di aver scoperto qualcosa che nessuno mi aveva raccontato. Piuttosto, ho scoperto che assumersi davvero quelle responsabilità è molto più complesso di quanto avessi previsto”.
Proviamo a proiettarci dieci anni nel futuro. Spesso le opere vengono comprese fino in fondo soltanto con il passare del tempo. Quale sarebbe la recensione più bella che qualcuno potrebbe scrivere di Frammenti tra dieci anni?
“Credo che la recensione che mi emozionerebbe di più sarebbe quella capace di riconoscere che Frammenti aveva intercettato qualcosa del proprio tempo. Mi piacerebbe che qualcuno scrivesse che il film aveva colto quella tendenza al materialismo che caratterizza gran parte della nostra generazione. Che aveva osservato questa corsa continua verso obiettivi esterni e traguardi materiali e che, allo stesso tempo, aveva provato a suggerire una prospettiva diversa. Mi piacerebbe che si riconoscesse come Frammenti invitasse a costruire la propria esistenza su qualcosa di più profondo. Che incoraggiasse a scegliere per amore, per passione, per autentica necessità interiore. E soprattutto spero che una recensione del genere possa esistere perché, nel frattempo, le cose saranno cambiate. Mi auguro che la generazione che oggi vive queste dinamiche riesca a evolversi e a trovare una direzione diversa. Credo che stiamo attraversando un periodo storico particolarmente complesso e spero davvero che qualcosa cambi. Forse la recensione più bella sarebbe proprio questa: il riconoscimento del fatto che il film aveva individuato una problematica reale del proprio tempo e aveva tentato di indicare un’alternativa”.
Quale forma di ambizione muove oggi Bianca Marcelli? Qual è il suo sogno?
“Il mio sogno è riuscire a realizzarmi attraverso questo lavoro. Non necessariamente raggiungendo traguardi straordinari o risultati eccezionali. Ciò che desidero davvero è poter continuare a fare cinema e musica per tutta la vita. Realizzare questo film è stata un’esperienza meravigliosa. Vorrei poter vivere di questo e continuare a esprimermi attraverso queste forme artistiche. Ma c’è un aspetto ancora più importante. Vorrei continuare a farlo accanto alle persone che amo. Una parte fondamentale di questa esperienza è stata la possibilità di lavorare insieme a Giorgio. Abbiamo percorso questo cammino fianco a fianco, nel film come nella vita. Senza quella dimensione umana, per me, tutto perderebbe significato. Quello che desidero per il futuro è continuare a esprimermi al meglio delle mie capacità, sentirmi realizzata e soddisfatta del mio percorso. Ma soprattutto continuare a vivere nell’amore. Perché, alla fine, è ciò che considero davvero essenziale”.
Se però le togliessimo proprio ciò a cui tiene di più? Se le togliessimo l’arte e l’amore, che cosa resterebbe di Bianca?
“Dipende da che cosa intendiamo per amore. Se togliamo Giorgio, restano comunque tutte le altre persone a cui voglio bene. Per me vivere significa vivere insieme agli altri. Significa condividere esperienze, costruire relazioni, amare ed essere amati. L’amore non è soltanto quello di coppia. È anche amicizia, famiglia, vicinanza umana. È l’insieme dei legami che dà forma alla nostra esistenza. Per me questa dimensione è fondamentale. Se dovessimo privarmi persino di questo, allora direi che amo il mio cane alla follia. E se togliessimo anche lui… Credo che, alla fine, l’essere umano trovi sempre un modo per reinventarsi. Possediamo una straordinaria capacità di adattamento. Forse vivrei persino per soffrire. Può sembrare una risposta paradossale, ma credo davvero che valga la pena vivere anche solo per attraversare l’esperienza umana in tutte le sue sfumature. Anche la sofferenza fa parte della vita. E, in qualche modo, possiede un valore”.
Qual è, invece, la sua paura più grande? O quella che non vorrebbe mai più rivivere?
“La mia paura più grande, nella sua forma più concreta e immediata, è molto semplice: gli aghi. Sono profondamente agofobica. Può sembrare una risposta banale, ma è una paura autentica e molto intensa. Esiste però anche una paura più profonda, più legata alla sfera psicologica. La mia reazione istintiva al dolore, alla sofferenza o ai momenti difficili è spesso quella di chiudermi. Di isolarmi. Di anestetizzarmi. Compio continuamente un lavoro su me stessa per imparare ad ascoltarmi davvero e ad attraversare fino in fondo ciò che provo, perché la mia tendenza naturale sarebbe quella di spegnere tutto e non sentire. Per questo credo che la mia paura più grande sia proprio smettere di sentire. Diventare superficiale. Vivere le esperienze senza attraversarle davvero. Perdere la capacità di andare in profondità. Forse è questa la paura che temo più di ogni altra”.
Se Bianca guardasse Bianca allo specchio dopo la realizzazione di Frammenti, quale complimento si farebbe?
“Probabilmente la prima frase che mi rivolgerei sarebbe: ‘Sei sopravvissuta’. Più che un complimento, è quasi una constatazione. Sei ancora qui. Sei ancora viva. Ed è già moltissimo. Poi credo che mi direi anche: ‘Brava’. Brava per essere riuscita a gestire tutto. Brava per aver portato avanti il progetto. Brava per essere riuscita a costruire una squadra. Uno dei momenti che mi ha colpita di più è stata la prima del film. In quell’occasione ho ricevuto moltissime manifestazioni di affetto, stima e fiducia. Sia da parte del cast sia da parte di tutte le persone che hanno lavorato con me. Mi sono sentita davvero circondata dall’affetto di chi aveva condiviso un percorso tanto lungo e impegnativo. Quando ricevi così tanto sostegno da chi ha vissuto con te un’esperienza così intensa, finisci inevitabilmente per pensare che qualcosa di buono devi averlo fatto. Per questo credo che lo sguardo degli altri sia diventato, in qualche modo, anche il mio specchio. E probabilmente il complimento che mi rivolgerei nasce proprio da lì”.
Foto: Elena Lippiello / US: Davide Musto
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