“Gli occhi di Gaza”: così la giornalista Plestia Alaqad strappa l’identità di un popolo all’oblio


«Israele può bombardare le nostre case, può distruggere le nostre vite, ma l’unica cosa su cui non può avere controllo è il nostro spirito. Siamo resilienti perché non abbiamo altra scelta che esserlo». Plestia Alaqad, giornalista palestinese, inserita dalla Bbc nella lista delle 100 donne più influenti al mondo nel 2024, raggiunta telefonicamente a Beirut dove si è trasferita dopo aver lasciato Gaza nel 2023 crede nello spirito del suo popolo, ma con la lucidità e la consapevolezza che è necessario «evitare di romanticizzare il dolore».

«Non è mai mia intenzione mostrare che i palestinesi siano incredibilmente resilienti, a prescindere da tutto, perché in fin dei conti siamo esseri umani, abbiamo energia, risentiamo di ciò che ci accade» commenta la giornalista che ormai da più di due anni segue quanto succede a Gaza non più con l’elmetto in mezzo alle macerie, ma dal Libano, dove si sta consumando un’altra fase della guerra scoppiata il 7 ottobre 2023 con l’attacco da parte di Hamas al Supernova festival, un festival di musica trance che si teneva vicino al kibbutz di Re’im, nel sud di Israele, non lontano dalla Striscia di Gaza. Nel suo romanzo “Gli occhi di Gaza”, edizioni Sonda, Alaqad racconta cosa significa vivere e convivere quotidianamente con un’ingiustizia e non farla diventare parte di sé.

 Cronologia della tragedia

La mattina del 7 ottobre 2023, Alaqad non ci vuole credere. Ancora assonnata, guarda la sequenza convulsa di notizie che appaiono sullo schermo del suo cellulare. Ha già cominciato da un po’ a fare la giornalista, un lavoro che l’ha sempre affascinata e che ha scelto prestissimo. «Questo lavoro per me è una missione prima ancora che una professione» spiega. Il racconto di quegli attimi, la lista della spesa fatta dalla madre al telefono, le chiamate dei colleghi, le persone per strada che, come schegge impazzite, entrano ed escono dal supermarket per fare incetta di beni di prima necessità, restituiscono un’immagine di Gaza abituata agli scontri e al tempo stesso scossa e sorpresa da quello che era appena accaduto.

Giorno dopo giorno, dal 7 ottobre fino alla dolorosa evacuazione forzata, assistiamo al crollo fisico dell’ambiente circostante. Alaqad si muove tra macerie e ospedali al collasso insieme ai colleghi e amici fidati Mohamed e Hatem. Con una cinepresa, un giubbotto con scritto “Press” e lo smartphone sempre in mano, documenta la progressiva sfigurazione delle strade in cui è cresciuta, le interminabili e angoscianti file per un pezzo di pane, e l’ingegnosità disperata di chi conserva i corpi delle vittime nei camion dei gelati per mancanza di spazio negli obitori.

Prima del 7 ottobre

Ma facciamo un passo indietro. Come si viveva a Gaza prima del 7 ottobre? La quotidianità, racconta nel libro Plestia Alaqad, scorreva inesorabile, nonostante i bombardamenti si sentissero spesso in lontananza e le persone che vivevano in questo piccolo lembo di terra, dovessero affrontare mille peripezie anche solo per entrare e uscire dai suoi confini. Alaqad, come i suoi amici e coetanei, si è trovata di fronte a questo dilemma quando ha dovuto scegliere dove studiare. Molti giovani di Gaza, infatti, decidono di andare all’estero per formarsi.

Ma chi fa questo passo, è consapevole che il ritorno a Gaza non è né facile né scontato. I valichi potrebbero essere chiusi da un momento all’altro e rimanerlo non si sa per quanto tempo, costringendo all’esilio forzato all’estero. Chi parte, lo fa con questa pesantezza nel cuore. Plestia Alaqad sa tutto. Sa che parte lasciando la sua famiglia a Gaza e che potrebbe non rivederla chissà per quanto tempo. Ma la vita è più forte della paura e Alaqad parte per studiare giornalismo a Cipro, ma con in testa un solo obiettivo: formarsi per tornare a Gaza e mettere a disposizione della sua gente, ciò che ha studiato.

Il legame indissolubile con la famiglia

Vivere a Gaza significa vivere con una borsa sempre pronta davanti all’uscio di casa. Vestiti (pochi), beni di prima necessità e per chi come Plestia fa la giornalista, giubbotto antiproiettile e elmetto. Il telefono e il pc devono essere sempre carichi, pronti a testimoniare quello che accade minuto per minuto. Cercare una presa di corrente, è il primo pensiero che Plestia Alaqad ha ogni volta che entra in un’abitazione o in un ufficio per fare il suo lavoro. Un pensiero che a volte ha la meglio anche sul proprio spirito di autoconservazione. Ma quando si tratta della sicurezza della propria famiglia, tutto cambia.

«Più passavano i giorni e più Israele iniziava a uccidere specificamente giornalisti palestinesi – spiega Alaqad – sentivo di mettere in pericolo non solo la mia vita, ma anche quella della mia famiglia. Se si fosse trattato solo di me, non ci sarebbero stati problemi, me ne sarei assunta la responsabilità. Ma quando ho visto che Israele prendeva di mira anche le famiglie dei giornalisti, nello stesso modo in cui lo aveva fatto con la famiglia di Wael al-Dahdouh, mi sono sentita responsabile della vita dei miei cari». Wael al-Dahdouh è il capo dell’ufficio di corrispondenza di Al Jazeera nella Striscia di Gaza, diventato il simbolo globale del giornalismo e della resistenza palestinese dopo aver continuato a documentare il conflitto nonostante lo sterminio della sua famiglia e i ripetuti attacchi subiti. «Non volevo che accadesse niente di male anche alla mia famiglia come a quella di al-Dahdouh», spiega Alaqad. E qui la scelta dolorosa di abbandonare la propria terra.

La quotidianità che non fa notizia

Quando si parla di ingiustizia nei confronti del popolo palestinese, si pensa subito all’occupazione israeliana di Gaza e a tutto ciò che ne concerne. Diritti negati, violenze e soprusi di ogni genere. Per Plestia Alaqad, però, non si tratta solo di questo, ma anche dell’attenzione che i media internazionali danno a Gaza.

«I media occidentali – spiega – si ricordano di Gaza solo quando ci sono bombardamenti e uccisioni, non si parla di Gaza al di fuori di questo. Eppure i palestinesi sono persone come tutte le altre, che anche in mezzo alle bombe, cercano di portare avanti la propria quotidianità». Per questo, il libro non parte dalla fatidica data del 7 ottobre 2023, ma da ben prima.

Una quotidianità che non è normalità

Alaqad, infatti, parte raccontando la sua vita prima di quell’evento che, come un terremoto, ha sconquassato la sua esistenza e quella della sua famiglia, anche se per i Palestinesi, nulla di tutto ciò è nuovo. Amori, amicizie, sogni, ambizioni e sofferenze. Tutto è raccontato nei suoi diari, gelosamente conservati per lungo tempo, dove Alaqad parla della sua vita da bambina e adolescente palestinese che vive sotto occupazione.

I diari di Plestia Alaqad, infatti, potevano somigliare a quelli di tante altre sue coetanee. La foto del proprio gruppo musicale preferito attaccato alle pagine o il racconto dell’ultimo litigio con la compagna di classe. E poi il percorso di studi, Plestia Alaqad è una ragazzina come tante altre che vive una quotidianità normale nonostante le mille difficoltà causate da un conflitto che per tanti anni è rimasto latente e che è riesploso quel 7 ottobre 2023. Ora quegli stessi diari sono sepolti sotto le macerie della sua casa a Gaza, portando con loro gli ultimi ricordi di una vita.

Un libro necessario

Plestia Alaqad non vuole essere dipinta come un’eroina, ma solo come una testimone oculare di una tragedia epocale. Non c’è spazio per la retorica intellettuale o per l’epica celebrativa. E’ un diario intimo dove l’autrice non nasconde le proprie fragilità: ammette la paura, il prurito nervoso per gli sfoghi cutanei dovuti allo stress, l’egoismo provato nel mangiare un pasto caldo sapendo che altri muoiono di fame. “Gli occhi di Gaza” non racconta solo la guerra ma anche e soprattutto la vita, strappando un popolo all’oblio della distruzione e alla normalizzazione della violenza . E’ una lettura necessaria, un libro che scuote le coscienze e toglie il respiro.

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 Giulia Cannizzaro

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