Le Nozze Alchemiche
Non bisogna mai distogliere lo sguardo dall’obiettivo principale di questa lunga e approfondita riflessione circa gli Arcani Maggiori.
E, per non perderci nel labirinto delle interpretazioni divinatorie, è necessario ricordare sempre quali sono i due infiniti campi di conoscenza da cui attingiamo lungo il nostro cammino: Alchimia e Kabbalah.
In questa meditazione condivisa utilizzeremo concetti e linguaggi propri della scienza della Trasmutazione. Nessuno, infatti, ci vieta di pensare che possa esistere un parallelismo tra i due arcani appena trattati e le figure del Re e della Regina in ambito alchemico.
In molti testi le fasi della Grande Opera vedono come protagonisti queste due figure, sia nei momenti iniziali, dove ad esempio viene mostrata la regina con in mano tre fiori, a indicare che le operazioni vanno svolte per tre volte; nei momenti intermedi, dove re e regina fanno bagni nella medesima vasca; e anche nelle fasi finali, dove, finalmente, li vediamo progressivamente fondersi fino a divenire un’unica cosa: Il Rebis.
In questa prima Composizione la Materia è chiamata Rebis. Cioè (due cose) per numero, poiché puoi ancora separare ciascuna dall’altra nella sua interezza… Nel Rebis le materie sono confuse, nell’Elisir sono divise, e nell’Azoth sono congiunte con un’unione inseparabile.
Il Re, l’Imperatore, come sappiamo, è testimonianza diretta dell’energia maschile, che possiede specifiche caratteristiche. La Regina, l’Imperatrice, ci mostra le qualità e le caratteristiche dell’energia femminile.
Ma lo stesso fanno molti altri simboli presenti tra le varie pagine degli antichi manoscritti alchemici e nelle successive Lame che approfondiremo: il Sole e la Luna, La Rosa e il Giglio, lo Zolfo e il Mercurio, il Rosso e il Bianco, la Spada e la Coppa, il Fuoco e l’Acqua, l’Oro e l’Argento.
È tutto un gioco di simmetrie e opposti che devono imparare a convivere e amalgamarsi fino a giungere alla figura descritta dalle parole precedentemente citate, questo attraverso la Conjunctio Oppositorum che, partendo dalle fasi laceranti della Nigredo, giunge fino all’unione mistica denominata, appunto, Matrimonio Alchemico.
Oggi, oggi, oggi. Sono le Nozze del Re. Se tu sei nato per questo. Eletto da Dio per la gioia, puoi sopra il monte salire, Là dove sorgono tre templi. Per contemplare l’evento. Osserva te stesso, d’esser puro sii certo, o dalle nozze avrai male. Quivi l’impuro è in periglio. Chi è troppo leggero si guardi.
Le Nozze Chimiche
Da questa cerimonia fatta di immagini vivide, forti, talvolta tragiche, nascerà il Filius Philosophorum, risultato concreto della loro unione. Due sono le figure che la Tradizione usa principalmente come simboli di questo risultato. Uno è chiaramente Hermes o Mercurio, l’altro è Orione. In entrambi i casi ci troviamo di fronte a personaggi dalle caratteristiche particolari.
Prendiamo, ad esempio, Orione; egli è considerato dalla Mitologia latina come Tripater, ovvero avente tre padri. Uno di questi è Giove, un altro Nettuno e il terzo è proprio Mercurio. Il racconto narra di un giorno in cui i tre Dei si recarono nelle campagne della Beozia e, all’imbrunire, incontrarono Ireo, un contadino del luogo, che offrì loro ospitalità nella sua capanna.
Si mantennero inizialmente anonimi, per vedere come quell’agricoltore li avrebbe trattati. Ireo versò loro da bere e offrì il meglio a sua disposizione. Compiaciutisi della grande ospitalità del mortale, nonostante la sua povertà, decisero di palesarsi, con grande stupore da parte di Ireo. A questo punto, egli uscì fuori dalla capanna e immolò un toro per i suoi ospiti.
Come ricompensa a tutto questo impegno, Giove chiese quali fossero i desideri del contadino, così da poterli esaudire. Ireo chiese di poter avere un figlio ma senza dover passare attraverso un altro matrimonio e un altro lutto, dato che la moglie era morta da poco e lui aveva promesso alla sua anima che non avrebbe preso in moglie alcuna altra donna. Giove, allora, gli ordinò di portare la pelle del toro immolato.
Insieme a Nettuno e Mercurio, sparsero la loro orina su essa e la piegarono. Ordinarono, poi, al contadino di seppellirla nell’orto e di ritirarla dopo nove mesi. Ireo ubbidì e, trascorso il tempo opportuno, dissotterrò la pelle, trovandovi avvolto un bambino che allevò come suo figlio e al quale diede il nome di Urion, da urina appunto.
Successivamente, sostituendo la U con la O, divenne Orion, il gigante che tutti conosciamo e che si presenta in cielo sotto forma di costellazione, le cui tre stelle facenti parte della cintura pare siano allineate con le tre piramidi della piana di Giza. Albert Pike, in uno dei suoi testi lega chiaramente queste tre stelle al primo dei numeri esoterici che si incontrano in uno specifico cammino iniziatico.
Orione divenne cacciatore e, secondo alcune versioni del Mito, fu fedele servitore di Diana, fino a che non decise di cedere alla bassezza e alla barbarie, tentando di violarla. Fu così che la Dea lo uccise con le sue stesse mani. In una versione più romantica, Orione e Diana si amavano, ma Apollo non era d’accordo e tese una trappola alla povera sorella che, inconsapevolmente, si ritrovò a uccidere l’amato con una delle sue frecce d’argento.
Il testo che mostra un’incisione dedicata alla nascita di Orione è l’Atalanta Fugiens di Michael Maier. L’Epigramma XLIX della celebre opera, si intitola, appunto, Infans Philosophicus tres agnoscit patres, ut Orion, ovvero L’infante filosofico riconosce tre padri, come Orione.
Quindi, così come Orione nasce da tre padri, il risultato della conjuncio oppositorum nasce da tre istanze: Zolfo, Mercurio e Sale.
Tra il principio maschile rappresentato dall’Imperatore – Re Rosso – Zolfo – Sole e il principio femminile rappresentato dall’Imperatrice – Regina Bianca – Mercurio – Luna, vi è un terzo elemento senza il quale non è possibile far avvenire il matrimonio alchemico.
In alcuni antichi testi, infatti, il Re e la Regina vengono rappresentati con due fiori in mano che si incrociano al centro e dall’alto cala una colomba bianca che porta un terzo ramoscello; la figura geometrica risultante dall’incrocio di questi tre “assi” è la stella a sei punte, simbolo alchemico della Pietra Filosofale.
Triplicis in corium bovis urinam fudere
Phoebus, Vulcanus, Mercuriusque simul:
Inde patres triplices Orion agnovit, et ortum
Debuit is matri non nisi postpositae.
Sic quoque Sapientum Proles agnoscere debet
Tres patres: Sol est primus, et huic sequitur
Vulcanus: Sed in extrema stat sede recurvus
Hermes: Tu matrem linque, sit ille labor.
Questo il testo riportato da Meier sotto l’immagine. Insieme al commento in prosa, l’autore offre anche uno spartito musicale per ogni epigramma. Cercando su YouTube si trova qualcuno che si è cimentato a riprodurne suoni e melodie, che vi invito ad ascoltare e approfondire con molta attenzione.
Tutto è parte di una tecnica specifica atta ad aprire la mente dell’alchimista, una sorta di metodo occidentale di meditazione, fatto di suoni, immagini e riflessioni che aprono la strada alla mente e al cuore per la comprensione dell’Arte Regia.
Orione è sempre affiancato al suo fidato cane, compagno di caccia. Dentro la costellazione che lo rappresenta, Canis Major, troviamo Sirio, stella fra le più luminose il cui simbolismo si perde nella notte dei tempi.
Sono infatti molte le culture, oltre chiaramente quella egizia, che legano a questa stella e a questa geometria cosmica leggende, miti e simbolismi profondi e antichi, basti per esempio pensare ai Dogon, all’antica Cina e agli stessi Nativi Americani.
Tutti hanno costruito racconti e miti su questa stella che da Tolomeo veniva descritta come di una luce rossa intensa. Lo stesso nome Sirio, deriva dal greco Seirios, che vuol dire splendente ma anche ardente, infatti le venivano attribuiti poteri spesso nefasti a causa della sua capacità di “bruciare” raccolti e far insorgere malattie.
Nell’Antico Egitto prendeva il nome di Sothis e rappresentava Iside; conseguentemente Orione come costellazione trova un collegamento con Osiride, tant’è vero che rappresentava l’anima di quest’ultimo.
Considerando che l’Alchimia viene direttamente dall’Antico Egitto c’è da chiedersi se quando si parla di Orione inteso come figlio filosofale non si stia facendo riferimento a Osiride. Il Filius Philosophorum appare come un re incoronato, splendente, capace di trasmutare il metallo vile in oro e di guarire ogni malattia, aspetto importante e mai trascurato del lavoro Alchemico Reale.
Attraverso tale medicina universale gli Alchimisti Rosacrociani riuscivano a curare chiunque ne avesse bisogno, non solo nel corpo ma anche e, soprattutto, nello spirito. Questo dettaglio non è cosa da poco.
Anticamente la malattia era una questione profonda, poiché coinvolgeva ogni aspetto dell’individuo e non solo il corpo. Secoli dopo furono poche le menti che ritornarono a questo concetto esprimendolo attraverso un linguaggio scientifico diverso dai misteriosi concetti portati avanti dall’Alchimia.
In chiusura vorrei ricordare che l’Imperatrice ha valore tre e l’Imperatore ha valore quattro.
Tutto quello che esce fuori da questi numeri è già stato oggetto di riflessione, ma è bene ricordarlo, poiché, in tale ambito, rafforza il legame tra i due Arcani.
Solo attraverso l’unione del maschile e del femminile su questo piano possiamo pensare di avanzare lungo il cammino rivelato dagli Arcani Maggiori e giungere, finalmente, al quinto Arcano, il Papa, che non opera più sull’orizzontale, ma costruisce un ponte con i piani superiori, agendo, dunque, verticalmente.
Visivamente questa carta sarà la prima ad avere una struttura triangolare ben definita dove sia le dimensioni del personaggio che la sua posizione apicale la pongono al vertice in alto, mentre, alla base, troveremo due figure intente ad ascoltare le sue parole e i suoi insegnamenti.
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Ercole H. Fiandro
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