In un contesto politico e sociale profondamente mutato, dove la mafia ha dismesso la veste stragista per farsi più invisibile e manageriale, il suo pensiero resta un punto di riferimento etico rilevante nell’esercizio della memoria. La nostra intervista alla professoressa Maria Falcone inizia proprio da lì, da quel sospiro sospeso del fratello Giovanni mai svanito: “La memoria ha valore solo se riesce a parlarne al presente. Se dopo 34 anni Giovanni Falcone continua a essere un punto di riferimento per tanti giovani – racconta Maria Falcone a BE Sicily Mag – è perché la sua storia non appartiene soltanto al passato, ma rappresenta ancora oggi un esempio concreto di impegno, competenza, coraggio e responsabilità”.

La lezione di Giovanni
Il testamento morale di Giovanni Falcone, nonostante il tragico boato di Capaci, rimane attuale non più come il frastuono di una disfatta ma come la detonazione della coscienza collettiva: “Ricordare Giovanni – continua Maria Falcone – non vuol dire celebrarne la figura in modo rituale o retorico, significa comprendere il metodo con cui ha affrontato i problemi. La mafia cambia nel tempo, si trasforma, si infiltra nell’economia, nei circuiti finanziari e nelle nuove tecnologie. Per questo la lezione di Falcone resta straordinariamente attuale: ci insegna che per contrastare ogni forma di illegalità servono conoscenza, senso critico, partecipazione e una forte coscienza civica”.
In questo senso le nuove generazioni hanno dimostrato di aver appreso l’insegnamento del giudice: “Quando incontro i ragazzi nelle scuole, vedo un interesse autentico. Molti di loro – continua – non hanno vissuto gli anni delle stragi, ma percepiscono che quella storia riguarda anche il loro futuro. La memoria diventa allora uno strumento di libertà: aiuta a riconoscere i rischi dell’indifferenza e a comprendere il valore delle scelte quotidiane”. Proprio per questa ragione diventa essenziale raccontare Giovanni Falcone “non come un eroe distante e irraggiungibile, ma come un servitore dello Stato che ha creduto profondamente nella forza del diritto e nella possibilità di cambiare le cose”.
La verità parziale sulla stagione delle stragi
In tutti questi anni l’attività investigativa e processuale ha consentito di individuare gli esecutori e i mandanti appartenenti a Cosa nostra, ma persiste una certa opacità riguardo possibili coinvolgimenti di apparati deviati dello Stato: “La ricerca della verità sulla stagione del ’92 – ricorda la professoressa Falcone – non è una questione che riguarda solo il passato o i familiari delle vittime: è una ferita aperta nel cuore della nostra democrazia e un tassello fondamentale per il futuro della Sicilia. Parlare dei ‘mandanti occulti‘ significa affrontare la complessità di un periodo in cui la mafia non ha agito da sola”.
Anche se in questi anni la sensazione che l’Italia non fosse ‘matura’ per conoscere la verità sulla stagione stragista è stata molto diffusa nell’opinione pubblica: “Spesso, in passato, si è temuto che scoperchiare determinati sistemi o rivelare complicità eccellenti potesse indebolire le istituzioni. La storia ci ha dimostrato il contrario: ciò che indebolisce lo Stato sono il silenzio, l’omertà e le zone d’ombra”. Proprio il giudice Falcone, dopo l’attentato fallito all’Addaura nell’estate del 1989, ha parlato di ‘menti raffinatissime‘ lasciando chiaramente intendere che la mafia non agisse da sola: “Mio fratello era un magistrato estremamente rigoroso e prudente”.
“In quel contesto non pronunciò parole casuali ma una riflessione maturata sulla base della sua esperienza investigativa: la convinzione che dietro alcuni eventi particolarmente gravi e complessi potessero agire interessi e soggetti che andavano oltre la sola dimensione mafiosa. Mio fratello, però, non indicò mai pubblicamente chi fossero queste ‘menti’ e credo sia importante non attribuirgli affermazioni che non fece”.
“A distanza di tanti anni – continua – il valore di quelle parole non risiede tanto nell’individuazione di un nome o di una categoria precisa, quanto nel metodo che Giovanni ci ha lasciato: non fermarsi mai alle apparenze, cercare sempre la verità attraverso i fatti e le prove, comprendere che la lotta alla mafia richiede la capacità di indagare anche le connessioni più complesse tra criminalità, potere e interessi occulti”.

Il valore dell’antimafia
La Sicilia, in particolare Palermo, non è un luogo qualunque. Il ricordo, da queste parti, ha un valore diverso e non può essere circoscritto all’interno di un mero esercizio passivo. Lo sa bene Maria Falcone che, dal 23 maggio 1992, ha trasformato il dolore della perdita del fratello in una missione civica di legalità volta a sensibilizzare soprattutto le nuove generazioni: “Oggi fare antimafia significa, prima di tutto, essere cittadini responsabili. Ma perché ciò accada è necessario costruire una cultura della legalità che parta dalle scuole, dalle famiglie e dai luoghi di lavoro”.
“La lotta alla mafia riguarda ciascuno di noi e si esercita ogni giorno attraverso il rispetto delle regole, la difesa della legalità e il rifiuto di ogni forma di sopruso, corruzione e compromesso. Per questo, come Presidente della Fondazione Falcone, ritengo che l’antimafia debba essere sempre più un impegno culturale e sociale, oltre che giudiziario. Non può ridursi a una celebrazione della memoria o a una ricorrenza annuale”.
Il rapporto con Fabrizio Miccoli
In tal senso, in un periodo storico dominato dal monopolio mediatico dei social network, può essere determinante l’esempio di figure iconiche seguite da migliaia di giovani come Fabrizio Miccoli. L’ex capitano rosanero, in passato, “ha pronunciando parole – ricorda Maria Falcone – che hanno ferito la memoria di Giovanni e che hanno provocato dolore non solo nella nostra famiglia ma in tante persone che riconoscono mio fratello un simbolo di giustizia e di impegno civile. Su questa vicenda preferisco esprimermi con serenità e senza toni di contrapposizione.
Col tempo ho potuto vedere da parte di Miccoli un percorso umano di riflessione e di crescita. Si è scusato più volte, con sincerità, mostrando di aver compreso la gravità di quanto accaduto e cercando di trasformare quell’errore in un’occasione di consapevolezza personale. Per questo, nel mio cuore, ho scelto di perdonarlo. Credo profondamente, infatti, che la memoria debba anche saper aprire spazi di dialogo e di umanità, senza mai perdere però il rispetto e la verità storica che dobbiamo a chi ha sacrificato la propria vita per la giustizia”.
Il testamento morale di Giovanni
Il ricordo del fratello Giovanni come testamento morale e fonte di ispirazione di una vita devota ad alimentare la speranza di una Sicilia diversa e migliore: “Se avessi la possibilità di parlare con Lui – conclude commossa Maria Falcone – credo che non avrei bisogno di molte parole. Gli direi innanzitutto che il suo impegno, il suo rigore e il suo sacrificio non sono stati dimenticati. Che ciò per cui ha lavorato con tanta determinazione continua a vivere ogni giorno nelle scuole, nei giovani, nelle istituzioni e nel lavoro di chi, come noi, porta avanti la sua memoria con responsabilità. Gli direi anche che il suo esempio ha continuato a camminare sulle gambe di tante persone oneste, che non si sono arrese alla paura e che hanno scelto la strada della legalità”.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Francesco Lupo
Source link


