In Italia la cultura gode di una reputazione straordinaria: è il settore che viene evocato ogni volta che si discute di patrimonio e di futuro, il luogo in cui si immagina di investire quando si cerca un modello di sviluppo meno dipendente dall’industria pesante e più legato alla conoscenza.
Non si tratta soltanto di una percezione simbolica: secondo il rapporto Io Sono Cultura 2025, il Sistema Produttivo Culturale e Creativo genera 112,6 miliardi di euro di valore aggiunto e rappresenta uno dei principali fattori di competitività del Paese, contribuendo in modo significativo anche a filiere come il turismo, i trasporti e la manifattura.
La cultura viene indicata come una risorsa strategica per l’innovazione, l’attrattività territoriale, la sostenibilità e la coesione sociale, tanto che l’Italia continua a essere riconosciuta tra i Paesi con la maggiore influenza culturale a livello internazionale.
Eppure, proprio dietro questa narrazione di successo, esiste un paradosso che attraversa tutto il sistema culturale: più la cultura viene considerata importante in astratto e celebrata come motore di sviluppo economico e sociale, meno sembra essere riconosciuto il valore economico di chi la rende possibile.
Mentre il settore produce ricchezza, occupazione e prestigio, una parte significativa dei professionisti che operano nei musei, nelle biblioteche, nell’editoria, nello spettacolo e nelle industrie creative continua a confrontarsi con salari bassi, precarietà e limitate prospettive di stabilizzazione.
Le mobilitazioni di giugno
Negli ultimi mesi il malessere diffuso nel settore si è tradotto in una mobilitazione senza precedenti, culminata nello sciopero nazionale della cultura del 12 giugno 2026, proclamato dalle organizzazioni sindacali COBAS Lavoro Privato, ADL COBAS, CLAP, CUB e USI CT&S, e che ha coinvolto l’intero personale del settore cultura, sia diretto sia impiegato tramite appalti, operante nei luoghi della cultura definiti dall’articolo 101 del D.Lgs. 42/2004. Alla mobilitazione si è aggiunto anche lo sciopero proclamato dalla FP CGIL per il personale del Ministero della Cultura e del comparto Federculture.
La protesta ha interessato non soltanto le strutture statali, ma anche gli istituti culturali degli enti locali, delle università e degli enti di ricerca, evidenziando come le criticità del settore attraversino realtà professionali molto diverse tra loro.
Tra le principali rivendicazioni emerse durante la mobilitazione figurano l’aumento degli organici, il superamento della precarietà strutturale, la limitazione del ricorso ad appalti ed esternalizzazioni, il riconoscimento del CCNL Federculture come riferimento per il comparto, il contrasto alle false partite IVA e la richiesta di retribuzioni più adeguate alle competenze richieste.
Le organizzazioni promotrici hanno, inoltre, denunciato la carenza cronica di investimenti pubblici nella cultura, sottolineando come la qualità dei servizi culturali dipenda direttamente dalle condizioni di lavoro di chi li garantisce quotidianamente. Lo sciopero ha provocato disagi e riduzioni dei servizi in numerosi musei, biblioteche e istituti culturali italiani, contribuendo a riportare al centro del dibattito pubblico il tema della sostenibilità economica e professionale del lavoro culturale in Italia.
Le proteste, dunque, hanno riportato l’attenzione su una realtà spesso invisibile: dietro ogni libro pubblicato, mostra organizzata, evento culturale o progetto educativo esiste una rete di professionisti che opera in condizioni economiche fragili, caratterizzate da bassi salari, incarichi intermittenti e scarse prospettive di stabilizzazione (Giuzio, Il Manifesto, 2025).
La particolarità del lavoro culturale è che la sua precarietà viene spesso percepita come naturale, la richiesta di una retribuzione adeguata venga accolta con stupore o con sospetto. Nel mondo della cultura, infatti, l’idea che una persona possa lavorare per passione continua a esercitare una forza enorme, come se il coinvolgimento personale riducesse automaticamente il diritto a essere pagati.
È una convinzione che si manifesta in forme diverse. L’invito a partecipare gratuitamente a un evento in cambio di visibilità, la proposta di collaborazioni che promettono prestigio ma non prevedono compensi, l’aspettativa che chi opera in questo settore sia disponibile a investire tempo, energie e competenze senza una reale garanzia economica. Tutto ciò contribuisce a creare un clima in cui il lavoro culturale viene considerato qualcosa di diverso dal lavoro vero e proprio.
Il problema non riguarda soltanto il reddito individuale: se per restare nel settore è necessario poter contare su risorse familiari, su un secondo impiego o su una condizione economica di partenza favorevole, l’accesso alle professioni culturali finisce per restringersi; la selezione non avviene più soltanto sulla base del talento, delle idee o della preparazione, ma anche della capacità di sostenere anni di instabilità.
Questa dinamica è particolarmente evidente nelle aree del Paese dove le opportunità professionali sono più limitate e le reti culturali meno strutturate. In molti territori del Mezzogiorno, per esempio, costruire una carriera come scrittore, organizzatore culturale o operatore dello spettacolo significa affrontare ostacoli aggiuntivi: minori investimenti, mercati più piccoli, occasioni più rare. Il rischio è che intere esperienze sociali e territoriali restino sottorappresentate semplicemente perché chi le vive non dispone degli strumenti economici per trasformarle in una professione.
Il nodo del settore privato
Nel settore privato la fragilità del lavoro culturale assume spesso la forma della frammentazione contrattuale. Cooperative, collaborazioni occasionali, partite IVA e rapporti di lavoro discontinui convivono all’interno della stessa filiera produttiva. Musei, editoria, produzioni audiovisive, musica e spettacolo dal vivo fanno largo uso di modelli organizzativi che trasferiscono il rischio economico sui lavoratori, lasciandoli esposti all’incertezza e con limitate tutele sociali.
Molte delle rivendicazioni emerse durante le recenti mobilitazioni riguardano proprio questo aspetto: l’uso estensivo di appalti e subappalti, la diffusione di contratti poco tutelanti e la difficoltà di ottenere compensi proporzionati alle competenze richieste. Si tratta di un fenomeno che non coinvolge soltanto le professioni artistiche più visibili, ma anche figure essenziali come tecnici, bibliotecari, traduttori, redattori, educatori museali e addetti all’accoglienza, senza i quali gran parte dell’offerta culturale non potrebbe esistere (Quinto Stato, Il Manifesto, 2025).
Le responsabilità del settore pubblico
Anche il settore pubblico ha una responsabilità significativa nella costruzione di questo scenario. Da anni molte istituzioni culturali compensano la carenza di personale attraverso esternalizzazioni e affidamenti a cooperative, creando una distanza crescente tra chi gestisce il patrimonio culturale e chi vi lavora quotidianamente.
Le organizzazioni sindacali denunciano da tempo la cronica insufficienza degli organici nei musei, negli archivi, nelle biblioteche e negli altri luoghi della cultura. In molti casi, attività essenziali vengono garantite grazie a lavoratori assunti da soggetti esterni o attraverso formule contrattuali precarie. Questo modello, nato anche per contenere i costi, rischia di produrre effetti negativi sia sulla qualità dei servizi sia sulle condizioni di chi li eroga.
La questione riguarda quindi non solo il livello delle retribuzioni, ma il modo stesso in cui il Paese concepisce la gestione del proprio patrimonio culturale. Se la cultura viene considerata un servizio strategico per la collettività, allora anche il lavoro necessario a garantirlo dovrebbe essere riconosciuto come una risorsa da valorizzare e non semplicemente come una voce di spesa da comprimere.
Un settore che produce ricchezza
Il paradosso appare ancora più evidente se si osserva il contributo economico della cultura. Secondo le stime richiamate durante la mobilitazione nazionale, il comparto genera un valore rilevante per l’economia italiana e coinvolge centinaia di migliaia di lavoratori tra spettacolo, patrimonio culturale, editoria, ricerca e industrie creative (Giuzio, Il Manifesto, 2025). Le città utilizzano gli eventi culturali per attrarre visitatori, le istituzioni promuovono la creatività come fattore di innovazione sociale e le imprese investono sempre più nella valorizzazione culturale dei territori.
La cultura genera valore, visibilità e spesso anche profitti, mentre ciò che non sempre accade è che questo valore venga redistribuito in modo equo lungo tutta la filiera; la ricchezza prodotta dal settore tende, infatti, a concentrarsi nei livelli più alti della catena organizzativa, mentre una parte consistente dei lavoratori continua a operare in condizioni di vulnerabilità economica.
Per anni si è pensato che il problema riguardasse soltanto alcune categorie marginali, mentre oggi appare sempre più chiaro che interessa una parte significativa del settore.
La questione, allora, va oltre le singole vertenze: riguarda il significato stesso che attribuiamo alla cultura. Se la consideriamo davvero una risorsa strategica, occorre riconoscere che il suo valore non nasce spontaneamente dai luoghi, dai monumenti o dal patrimonio ma dal lavoro di persone in carne e ossa.
Ogni volta che quel lavoro viene sottovalutato, non si impoveriscono soltanto i professionisti coinvolti, si impoverisce anche la qualità della vita culturale di un Paese che continua a dichiarare di credere nella cultura molto più di quanto sia disposto a investirci.
Eleonora Bruno
La Rocca e Associati S.p.A.
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