Terrorismo anarchico, la minaccia reale che nessuno vuole vedere


Roma, 18 giu – Ogni due o tre mesi la stampa mainstream riscopre il pericolo dell’estremismo. Quasi sempre con lo stesso copione: un gruppo Telegram, qualche adolescente radicalizzato, simbologie neonaziste, chat deliranti, vademecum scaricati online, titoli allarmati sul “ritorno del fascismo”. Eppure, mentre ogni scheggia digitale riconducibile alla destra radicale viene immediatamente trasformata in emergenza nazionale, il terrorismo anarchico viene troppo spesso raccontato come folklore antagonista, residuo romantico, estremismo di nicchia, quando non direttamente sciolto dentro la solita nebbia del sospetto e del “complotto di Stato”.

Il terrorismo anarchico è molto più reale di quanto si creda

Eppure i fatti degli ultimi giorni dicono altro. La Digos di Roma, su richiesta della Procura, ha eseguito sette misure cautelari contro soggetti gravemente indiziati di aver costituito una cellula terroristica anarchica. Cinque in carcere, due ai domiciliari. Le accuse non riguardano opinioni, slogan o chat private, ma sabotaggi, attentati a infrastrutture pubbliche, interruzione di pubblico servizio, associazione con finalità di terrorismo o eversione dell’ordine democratico. Il cuore dell’indagine è l’attacco del 14 febbraio alla rete dell’Alta Velocità Roma-Firenze, con danni stimati in 455mila euro, ritardi, disagi e una rivendicazione apparsa su siti d’area. Nello stesso quadro vengono richiamati anche il sabotaggio sulla Roma-Napoli, il riferimento alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, gli intenti antimilitaristi e la volontà di colpire infrastrutture considerate strategiche. Qui non siamo davanti alla ragazzata da sottobosco digitale. Siamo davanti a un salto di qualità: colpire le arterie materiali della nazione. Le ferrovie, l’energia, i collegamenti, i nodi logistici. Cioè tutto ciò che permette a uno Stato di funzionare, a un’economia di muoversi, a una comunità di restare connessa. Il terrorismo moderno non ha bisogno di grandi eserciti clandestini per produrre effetti politici. Gli basta individuare i punti fragili del sistema e trasformarli in bersagli. Una centralina incendiata, un cavo tranciato, un ordigno rudimentale piazzato nel punto giusto possono paralizzare migliaia di persone, generare danni economici, produrre paura, dare l’impressione di uno Stato vulnerabile.

Colpire e delegittimare lo Stato

Per questo parlare di terrorismo anarchico non significa fare indignazione borghese da pendolari rimasti senza treno. Significa riconoscere che l’area anarco-insurrezionalista, per quanto minoritaria, possiede una cultura politica precisa: azione diretta, sabotaggio, rifiuto dello Stato, esaltazione della rottura, costruzione di reti informali, uso della propaganda clandestina e dei siti d’area per rivendicare e rilanciare. Non è un fenomeno di massa, ma non serve essere massa per colpire. Anzi, la sua pericolosità sta proprio nella capacità di muoversi per piccoli nuclei, senza strutture pesanti, senza esposizione pubblica continua, con un immaginario che trasforma ogni gesto distruttivo in “lotta”. Dentro questa cornice torna anche il nome di Alfredo Cospito, il 41 bis, la mobilitazione contro il carcere duro, l’antimilitarismo, la guerra, la Palestina, le Olimpiadi, le aziende strategiche. È il classico impasto dell’insurrezionalismo contemporaneo: cause diverse, parole d’ordine diverse, un unico obiettivo di fondo, cioè delegittimare lo Stato e colpirne i gangli materiali. Non c’è bisogno di immaginare grandi regie occulte. Basta prendere sul serio ciò che queste aree scrivono, rivendicano e praticano. La complottizzazione, in fondo, è spesso l’altra faccia della minimizzazione: invece di guardare il fenomeno per ciò che è, lo si dissolve in qualcosa d’altro.

Un doppio standard mediatico enorme

Certo, bisogna anche essere precisi. Non ogni danneggiamento ferroviario è automaticamente terrorismo anarchico. Il nuovo caso sulla linea Alta Velocità Napoli-Roma, con cavi tranciati e ritardi fino a 90 minuti, risulta al momento attribuito a ignoti. Senza rivendicazioni e senza elementi investigativi solidi, va trattato come tale. Ma proprio questa prudenza rende più forte il ragionamento: dove le accuse sono strutturate, dove esistono rivendicazioni, intercettazioni, collegamenti, contestazioni precise, non si può far finta che si tratti di semplice disordine pubblico. Il doppio standard mediatico resta enorme. Il minorenne invasato su Telegram diventa subito la prova dell’eterna minaccia nera pronta a marciare sul Paese. L’anarchico che discute di escalation, rivendica sabotaggi, colpisce linee ferroviarie e sogna l’attacco alle infrastrutture viene invece collocato in una zona grigia: militante, antagonista, attivista, compagno che sbaglia. È un riflesso antico, culturale prima ancora che giornalistico. La violenza che arriva da sinistra, anche quando assume forme terroristiche, gode sempre di una presunzione di profondità politica. La violenza attribuita alla destra, anche quando resta nel perimetro della posa digitale o della devianza minorile, viene caricata immediatamente di valore epocale.

Al terrorismo anarchico si preferisce la “trama nera”

Questo significa rifiutare una gerarchia truccata dell’allarme mediatico. Il terrorismo non si misura in base alla simpatia ideologica che suscita nei salotti editoriali, ma in base alla capacità di colpire persone, infrastrutture e ordine pubblico. E oggi l’area anarchica torna a mostrare una pericolosità concreta proprio perché agisce là dove lo Stato è più esposto: nei punti di passaggio, nei collegamenti, nei sistemi che tengono insieme il territorio nazionale. La vera domanda, allora, non è perché qualcuno denunci il terrorismo anarchico. La domanda è perché per anni sia stato più comodo ridurlo a folklore, sottovalutarlo o seppellirlo sotto narrazioni più spendibili. Perchè gli occhi del giornalismo e della televisione d’inchiesta sono puntati a senso unico sull’eterna “trama nera”? Perché il nemico perfetto, per certa stampa, deve sempre avere la forma già pronta del “nero” pronto a colpire, mentre la minaccia reale, quando brucia centraline e sabota ferrovie in nome dell’insurrezione, non viene considerato nella sua appartenenza politica?

Una minaccia minoritaria ma reale

Uno Stato serio, ma soprattutto una stampa seria, non dovrebbe permettersi questo lusso. Il terrorismo anarchico non è un fantasma, non è una suggestione securitaria, non è una montatura utile a coprire chissà cosa. È una minaccia minoritaria ma reale, ideologica ma operativa, piccola nei numeri ma capace di colpire in profondità. Riconoscerlo non significa cedere al panico. Significa semplicemente smettere di raccontarsi favole.

Vincenzo Monti




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