un autunno di lotta contro la legge Valditara



Le norme, prima ancora di diventare disposizioni giuridiche, contribuiscono a produrre realtà: legittimano sospetti e normalizzano pratiche di controllo. Così l’ispezione smette di apparire come uno strumento eccezionale e diventa un messaggio rivolto a tutte le scuole. Da settembre il suo effetto più profondo rischia di essere la dissuasione sistemica

È raro che una legge nasca nel vuoto, spesso prende forma dentro una cornice discorsiva che la precede, la rende plausibile, costruisce i soggetti da proteggere e quelli da temere, stabilisce quali parole possano circolare e quali siano interpretate come minacce. Prima ancora di diventare disposizione giuridica, contribuisce a produrre realtà: legittima sospetti e normalizza pratiche di controllo.

Nel caso della legge Valditara sul consenso informato in materia di educazione sessuo-affettiva, questo terreno è stato preparato per anni dal discorso portato avanti dalla destra: l’allarme permanente contro il “gender” e la trasformazione della famiglia, da parte della comunità educante, in soggetto chiamato a difendersi dalla scuola pubblica.

Le associazioni Lgbtqia+, i centri antiviolenza, le organizzazioni femministe sono state descritte come portatrici di un’agenda occulta; parole come consenso, salute sessuale e omolesbobitransfobia sono state sottratte al campo educativo e trascinate nell’emergenza ideologica.

Ora che la legge è stata approvata, quel discorso rischia di diventare pratica amministrativa quotidiana, alimentando la macchina della sfiducia, trasformando l’autonomia scolastica in un campo da sorvegliare.

È quello che sta già accadendo. A pochi giorni dall’approvazione della legge Valditara, una nota diffusa dal consigliere capitolino Federico Rocca e dalla consigliera regionale Chiara Iannarelli, entrambi di Fratelli d’Italia, ha attaccato il bando di Roma Capitale sull’educazione all’affettività e ha chiamato direttamente in causa l’associazione SCOSSE, descritta come una delle «solite associazioni transfemministe» che da anni insegnerebbe «negli asili di Roma» che i generi sono fluidi e che «mamma e papà» sarebbero stereotipi pericolosi da superare.

Sono affermazioni false. E proprio per questo vanno prese molto sul serio.

SCOSSE è una realtà romana che da anni lavora con i servizi educativi per l’infanzia attraverso la formazione professionale. I percorsi sono rivolti solo a persone adulte e riguardano stereotipi di genere, qualità delle relazioni, linguaggi, albi illustrati, giochi, ambienti educativi.

Ma il punto politico non riguarda soltanto la smentita. Il punto è il meccanismo.

Attribuire a un’associazione pratiche mai svolte significa costruire diffamazione, trasformare la prevenzione in minaccia e la formazione in indottrinamento. Significa dire alle scuole: attenzione, se collaborate con loro qualcuno potrà accusarvi di manipolare i minori, chiedere accesso ai materiali non per comprenderli, ma per estrarne una parola, deformarla e usarla contro di voi, danneggiando la vostra credibilità e la fiducia nella scuola.

Clima intimidatorio

È questo il rischio dell’autunno. E non riguarda soltanto l’educazione sessuo-affettiva. Lo stesso clima intimidatorio si manifesta in altri ambiti della vita scolastica.

Era già accaduto quando Valditara aveva disposto ispezioni in diverse scuole, in particolare in Toscana e in Emilia-Romagna, dopo incontri con Francesca Albanese, relatrice speciale Onu sui territori palestinesi occupati. Accade di nuovo in questi giorni al liceo Monti di Cesena, dopo che due studenti sono stati sanzionati per aver esposto uno striscione con la scritta “L’Italia agli italiani”. Anche qui, una scelta assunta dagli organi scolastici viene trasformata in questione politica nazionale, rilanciata sui giornali e sottoposta a verifica ispettiva.

La sequenza è la stessa: un episodio scolastico viene estratto dal contesto, trasformato in caso pubblico e consegnato all’intervento ministeriale. È così che l’ispezione smette di apparire come uno strumento eccezionale e diventa un messaggio rivolto a tutte le scuole: ogni scelta educativa, evento, libro o percorso formativo può diventare oggetto di controllo politico.

La legge Valditara sul consenso informato si inserisce dentro questo clima, offrendo un lessico che rende la sorveglianza più facile. Da settembre non produrrà soltanto moduli e procedure: il suo effetto più profondo rischia di essere la dissuasione sistemica. Molte dirigenze scolastiche e consigli di istituto potrebbero scegliere di non esporsi, non perché questi temi siano illegittimi o secondari, ma perché il rischio di campagne politiche o social potrebbe apparire troppo alto.

Se ogni progetto può essere trasformato in un caso, ogni parola estrapolata in una prova, ogni associazione in un nemico pubblico, il risultato sarà l’arretramento dell’intero sistema di contrasto alla violenza di genere.

Caccia alle streghe

La caccia alle streghe funziona quando riesce a isolare i bersagli: un’associazione trasformata in un caso, una scuola in uno scandalo, un albo illustrato in una colpa, una parola in una menzogna. Per questo la risposta non può essere soltanto difensiva: serve un autunno di lotta, capace di tenere insieme scuola pubblica, centri antiviolenza, consultori, servizi sanitari, associazioni, università, sindacati, studenti e famiglie.

In questo contesto le opposizioni al governo Meloni hanno una responsabilità precisa: non limitarsi a denunciare la legge Valditara, ma dare una direzione nelle città e nelle regioni che governano, con bandi pubblici, sostegno alle scuole, atti amministrativi, mozioni, occasioni di dibattito. Anche le elezioni del prossimo anno saranno un banco di prova: diranno se educazione sessuo-affettiva, contrasto alla violenza di genere e difesa della scuola pubblica resteranno temi marginali o diventeranno parte di un’alternativa politico-istituzionale.

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