Igor Protti: quando una città perde uno di famiglia


Se ne va a 58 anni Igor Protti, il Sindaco e lo Zar del popolo biancorosso. Più che un campione, un simbolo capace di trasformare il calcio in un legame d’amore destinato a sopravvivere al tempo, ai risultati e persino al triplice fischio finale.

L’ultima partita

Ci sono calciatori che segnano gol. Altri che vincono trofei. Altri ancora che restano impressi per una giocata, una stagione, una fotografia custodita in un cassetto. Poi esistono uomini ai quali una città consegna qualcosa di più prezioso di una coppa: un posto nella propria memoria collettiva. Igor Protti apparteneva a questa rarissima categoria. Per questo la notizia della sua morte non provoca soltanto dolore. Provoca smarrimento. Perché quando se ne va uno come lui non muore soltanto un ex attaccante. Se ne va un pezzo della storia di Bari.
Il triplice fischio è arrivato nella notte, nella sua Marina di Cecina, accanto ai figli e agli affetti più cari. Era la partita che combatteva da mesi, quella che aveva scelto di affrontare pubblicamente con una sincerità che aveva colpito tutti. Nessun vittimismo, nessuna ricerca della compassione, nessuna retorica. Soltanto il coraggio di guardare in faccia il destino e raccontarlo con la stessa dignità con cui, per una vita, aveva affrontato i difensori più duri.
Qualche tempo fa aveva lasciato ai suoi tifosi due parole semplicissime: «Fantastico, meraviglioso». Sembravano quasi un ultimo abbraccio collettivo, il modo migliore per ringraziare chi gli era rimasto vicino durante il percorso più difficile. Oggi quelle parole assumono un significato ancora più profondo. Perché dette da un uomo che sapeva cosa lo attendeva, raccontano una serenità che commuove più di qualsiasi discorso.
Sarebbe facile, oggi, rifugiarsi nei numeri. I gol. I record. Il titolo di capocannoniere della Serie A conquistato in una stagione assurda, una di quelle che soltanto il Bari riesce a costruire, con il proprio bomber sul tetto dei cannonieri e la squadra condannata alla retrocessione. Sarebbe facile ricordare il centravanti, il leader dell’attacco formato con Anderson e Tovalieri, l’uomo del celebre trenino biancorosso che ancora oggi fa sorridere ed emozionare chi ebbe la fortuna di vivere quelle domeniche. Ma raccontare Igor Protti soltanto attraverso il calcio significherebbe raccontarne appena una parte.
Pier Paolo Pasolini sosteneva che il calcio fosse un linguaggio e che i grandi giocatori fossero poeti. Protti, forse, non era il poeta delle giocate impossibili o dei colpi da copertina. Era qualcosa di diverso. Era il poeta della generosità, della fatica, della dedizione. Di quelle qualità che finiscono per assomigliare alle persone comuni e che proprio per questo vengono amate più dei numeri.

Più dei gol

A Bari non era semplicemente Igor Protti. Era il Sindaco. Per altri era lo Zar. Soprannomi che nessun ufficio stampa può inventare e che nessuna campagna pubblicitaria può imporre. Sono titoli che assegna la gente quando riconosce in qualcuno una parte di sé. E la gente di Bari in lui si riconosceva perfettamente. Ne amava il carattere, la tenacia, l’umiltà, quella straordinaria capacità di restare una persona normale pur essendo diventato un idolo.
Basta porsi una domanda per capire quanto profondo fosse quel legame: chi tra i tifosi del Bari non possiede una fotografia con Igor Protti? Probabilmente nessuno. Per anni, ogni volta che tornava in città, si ripeteva lo stesso copione. Una richiesta di selfie, una stretta di mano, una parola, un ricordo. E lui si fermava sempre. Per tutti. Senza fretta. Senza fastidio. Senza sentirsi mai al di sopra degli altri. Era una disponibilità autentica, spontanea, figlia di una sensibilità umana che andava ben oltre il calcio.
La stessa sensibilità che lo portava a partecipare con discrezione a iniziative benefiche e manifestazioni di solidarietà. Non amava esibire questi aspetti. Li viveva. Ed è probabilmente anche per questo che il suo rapporto con Bari non si è mai consumato. Anzi, col passare degli anni è diventato ancora più forte. Sono arrivati un murale, un libro, un docufilm. Ma soprattutto è cresciuto l’affetto popolare. Un sentimento che non ha mai avuto bisogno di essere alimentato perché era già entrato stabilmente nella storia della città.
Del resto il calcio, quando incontra l’umanità, smette di essere soltanto uno sport. Diventa racconto, memoria, identità. Umberto Saba scriveva che il momento più bello di una partita è quello del gol, perché in quell’istante «si scioglie il gelo del cuore». Ecco, forse il segreto di Igor Protti era proprio questo. Non faceva sciogliere soltanto il gelo degli stadi. Faceva sciogliere le distanze. Tra il campione e il tifoso. Tra il personaggio pubblico e la persona comune. Tra chi stava in campo e chi lo osservava dagli spalti.
Per questo, a distanza di trent’anni, il suo nome continuava a essere pronunciato a Bari con un affetto che raramente accompagna gli ex calciatori. Non era nostalgia. Era riconoscenza.

Lo Zar eterno

Oggi Bari non piange soltanto uno dei più grandi attaccanti della propria storia. Piange un uomo che era riuscito a diventare famiglia. Uno di quelli che mettevano d’accordo generazioni diverse. I padri che lo videro giocare, i figli che ne hanno conosciuto le imprese attraverso i racconti, i nipoti che magari non l’hanno mai visto calciare un pallone ma hanno imparato a riconoscere quel nome come si riconosce il nome di un parente.
Eduardo Galeano scriveva che il calcio è la più importante delle cose meno importanti della vita. Eppure ci sono momenti in cui quel confine si assottiglia fino quasi a scomparire. Perché attraverso il calcio passano emozioni vere, amicizie vere, ricordi veri. E Igor Protti è stato uno di quei rarissimi protagonisti capaci di lasciare un segno profondo non soltanto nella storia sportiva di una città, ma nella sua dimensione umana.
Da oggi appartiene definitivamente alla memoria. Ma certe persone continuano a vivere nei racconti, nelle fotografie custodite negli album di famiglia, nei telefoni cellulari, nei cori di uno stadio, nelle conversazioni tra amici che iniziano con un semplice: «Ti ricordi Protti?».
I gol possono essere superati. I record possono essere battuti. Le classifiche finiscono negli archivi. L’affetto autentico della gente, invece, sfugge a qualsiasi statistica. Ed è proprio lì che si misura la grandezza di un uomo.
Per questo Igor Protti non sarà ricordato soltanto per ciò che ha fatto con un pallone tra i piedi. Sarà ricordato per ciò che è riuscito a fare nei cuori delle persone. E quella, probabilmente, è la vittoria più difficile da conquistare. Ma anche l’unica destinata a durare per sempre.
Per Bari, da oggi, Igor Protti non è soltanto un ricordo. È una di quelle presenze che il tempo non riesce a cancellare. Perché ci sono uomini che passano nella storia di una città. E poi ci sono uomini che diventano la storia di una città.
Il Sindaco e lo Zar appartengono ormai a questa seconda categoria.

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 Massimo Longo

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