Dazi, indagini, misure per imporre restrizioni commerciali. Negli ultimi anni l’Unione ha moltiplicato gli sforzi per difendersi dall’offensiva di Pechino. Eppure, nell’articolato arsenale europeo di armi contro la concorrenza cinese, c’è una grande omissis, la svalutazione dello yuan. A dirlo con nettezza, ma pure con ritardo, in questi giorni sono stati Friedrich Merz ed Emmanuel Macron. La sveglia è suonata, anche se tardi. Mercoledì a Évian, in chiusura del G7, pur senza nominare la Cina, aveva parlato di “un’economia la cui moneta è svalutata tra il 25 e il 30%”. Uno svantaggio competitivo “talmente enorme da dover essere affrontato”, ma senza ancora aver trovato un “accordo definitivo” sul come. Appena 48 ore dopo, a Bruxelles, i toni si sono fatti più diretti. Interpellato sul tema, Merz ha cambiato registro: “Quando vediamo che singoli Paesi rappresentano il 13-14% della domanda mondiale, e contemporaneamente oltre il 30-40% della produzione industriale, hanno una valuta che non è liberamente convertibile e capacità produttive sistematicamente sovvenzionate, significa che ci troviamo di fronte a distorsioni della concorrenza che non vogliamo accettare”. Lo ha seguito a ruota il presidente francese Macron: la Cina “deve affrontare la questione monetaria (la sottovalutazione del renminbi, ndr), ridurre le sovvenzioni eccessive e il consumo interno insufficiente”.
Parole nette che suonano come un cambio di passo. Ma rispetto a cosa? La manipolazione valutaria è un fatto acclarato, accademicamente riconosciuto e discusso, persino condiviso politicamente tanto in Europa quanto negli Stati Uniti. Tuttavia continua a non trovare una risposta, nonostante la questione degli squilibri cinesi sia da tempo finita al centro dell’agenda dell’Ue.
Per capire la posta in gioco bisogna partire da un dato. Dal 2020 il deficit commerciale dell’area euro con la Cina è raddoppiato. Nello stesso periodo il valore dello yuan rispetto all’euro è rimasto sostanzialmente invariato, come rilevato da un report dell’Institut der deutschen Wirtschaft di Colonia del 2025. I prezzi alla produzione nell’area euro sono saliti di oltre il 35% in cinque anni come effetto della pandemia prima e della guerra poi. Mentre in Cina sono rimasti sostanzialmente fermi. Una dinamica che, in un mercato libero, avrebbe dovuto spingere la valuta cinese a rafforzarsi, come conseguenza di una maggiore domanda di beni cinesi e di una maggiore domanda di yuan sul mercato dei cambi. E invece la moneta non si è mossa, e il vantaggio di Pechino ha finito per pesare sulle imprese europee. Tradotto: un produttore europeo che nel 2020 era competitivamente alla pari con un concorrente cinese oggi sconta un gap di costo di oltre il 40%. Lo stesso schema si ripete su scala globale. A documentarlo sono gli economisti Brad Setser e Shahin Vallée su Foreign Affairs. Dal 2021 lo yuan si è deprezzato del 15% in termini reali, proprio negli anni in cui la produttività cinese cresceva. Nel frattempo, il surplus commerciale cinese è triplicato dal 2018.
Ebbene, dietro questi numeri ci sarebbe una scelta deliberata che alcuni identificano come “sottovalutazione sistematica” e altri come “manipolazione valutaria”. Ogni mattina la Banca popolare cinese fissa infatti un tasso di cambio di riferimento per lo yuan per quella giornata. Le banche statali intervengono poi sul mercato per impedire che la valuta si discosti troppo da quel valore. I controlli sui movimenti di capitali in entrata e in uscita dal Paese fanno il resto. Senza la possibilità di comprare e vendere liberamente yuan, il mercato non può spingere la moneta verso il suo valore reale. Dal 2025, scrivono Setser e Vallée, la Cina ha ripreso ad acquistare direttamente valuta estera per tenere lo yuan artificialmente basso, abbassando di fatto il prezzo di tutti i prodotti cinesi contemporaneamente in tutti i mercati e in tutti i settori. In questo modo, lo yuan non segue le leggi del mercato, non segue le altre monete nelle fluttuazioni convenzionali, ma gli orientamenti guidati dalle autorità di Pechino. Lo stesso vale per buona parte dell’Asia, con won coreano, yen giapponese e dollaro taiwanese tutti ai minimi storici malgrado i surplus commerciali record. Nel caso della Cina, date le dimensioni della sua economia e della sua macchina produttiva che l’ha resa “la fabbrica del mondo”, e date le relazioni commerciali con il vecchio continente sempre più squilibrate, si impone la necessità di trovare una soluzione. Con le buone o, al più tardi, con le cattive.
Di fronte a questa situazione, la risposta occidentale si è concentrata su altro. Gli Stati Uniti hanno alzato i dazi, mentre l’Europa li ha introdotti sulle auto elettriche cinesi, prima di iniziare a discutere nuovi strumenti di difesa commerciale. Il problema è che le tariffe applicate sulle merci che varcano i confini hanno un limite strutturale quando la valuta del Paese esportatore è artificialmente debole. Una moneta svalutata, infatti, abbassa il prezzo di partenza di tutta la produzione cinese ancora prima che qualsiasi dazio entri in gioco. Entrano in gioco le triangolazioni commerciali. Non è un caso, allora, che i dazi Usa non siano riusciti a fermare l’export cinese, con prodotti che transitano da Vietnam e Messico per perdere l’etichetta “made in China” e sbarcare tranquillamente oltreoceano. Dall’altro lato, neppure il dialogo ha dato i suoi frutti. Nell’ultimo anno i leader Ue hanno provato senza successo a convincere Pechino a cambiare rotta, trovandosi davanti a un governo che promuove attivamente le esportazioni con ingenti sostegni e una pianificazione strategica mirata.
La risposta, secondo gli analisti Setser e Vallée, potrebbe essere la diplomazia valutaria. Un apprezzamento coordinato di tutte le principali valute asiatiche, sul modello dell’Accordo del Plaza del 1985. La Cina non può essere costretta, ammettono, a sedersi al tavolo ma potrebbe arrivare a concludere che uno yuan più forte è preferibile a restrizioni commerciali sempre più dure. Il punto, però, è che né il G7 di Évian né il Fondo monetario internazionale sembrano voler battere questa strada. Il comunicato finale del vertice francese non ha menzionato il livello dello yuan, mentre l’FMI ha sostenuto che le variazioni valutarie vengono compensate nel tempo dai prezzi interni e che bisogna aspettare che cambino le politiche interne cinesi o la politica fiscale americana.
Un immobilismo che lascia l’Europa stretta in un paradosso. Il deficit commerciale con Pechino supera un miliardo di euro al giorno, tutti i 27 lo riconoscono come insostenibile, ma nessuno pare disposto a una guerra tariffaria aperta. “L’Europa ha bisogno di amici”, aveva sintetizzato il premier spagnolo Pedro Sánchez giovedì entrando al Consiglio europeo. Il risultato è un blocco che a parole riconosce la gravità della sfida cinese ma fatica a tradurla in azione concreta. Il conto però cresce. Il 2025 è stato il primo anno in cui tutti e tutti gli Stati membri hanno registrato un deficit con la Cina, per un totale record di 360 miliardi di euro. Merz e Macron hanno datoha fatto di più degli altri, nominando il problema al G7 e portandolo con forza al Consiglio europeo. Ma tra il dire e il fare la distanza è ancora grande.
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di Maria Sole Betti
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