Negli ultimi anni le aziende hanno riscritto la propria macchina operativa per sfruttare la potenza delle tecnologie emergenti. Dalla digital identity all’automazione dei workflow, dalla firma elettronica ai nuovi modelli di analisi, fino agli agenti di intelligenza artificiale che orchestrano processi tra sistemi e fonti esterne: la spinta all’efficienza ha prodotto vantaggi tangibili in tempi, costi e resilienza. Eppure, in troppi casi, la traiettoria dell’innovazione si è inclinata verso l’ottimizzazione interna più che verso l’esperienza del cliente. Il risultato è una modernizzazione a metà: processi più veloci dietro le quinte, ma percorsi più faticosi e spesso frustranti per chi sta davanti allo sportello digitale, il cliente!
Un esempio, tanto diffuso quanto rivelatore, è l’uso delle caselle “no‑reply” per chiedere al cliente di compiere delle azioni procedurali che un tempo erano assolte dall’operatore gratuitamente. L’azienda scrive al cliente da un indirizzo che non accetta risposte, spesso per comunicazioni di rilievo; poi magari gli chiede di replicare via posta certificata (non basta quella ordinaria!), di trovare un modulo disperso nel sito o addirittura di scaricare, stampare, firmare e rispedire documenti. È una asimmetria che altera l’equilibrio del rapporto: un canale semplice per l’emittente, un percorso a ostacoli per il destinatario. Correggerla non è solo cortesia digitale, ma equità sostanziale. Se l’azienda contatta via email ordinaria, deve consentire una risposta di pari semplicità, oppure offrire un passaggio senza attriti verso un canale autenticato e trasparente. Altrimenti l’efficienza interna si traduce in inefficienza esterna, con costi reputazionali e di relazione che prima o poi emergono. Si potrebbero elencare molteplici esempi simili, il tema che emerge con forza é che spesso il cliente e’ posto in una posizione di minor rilievo rispetto all’esigenza di efficientamento dei costi di processo e soprattutto di conformità.
In questo contesto si innesta un passaggio regolamentare che rischia di essere equivocato: il Regolamento (UE) 2024/1624 (AMLR) e le norme tecniche in consultazione ai sensi dell’articolo 28, paragrafo 1, richiamano l’obbligo di mantenere aggiornate le informazioni della clientela, con orizzonti massimi di aggiornamento che, per i profili a basso rischio, possono arrivare fino a cinque anni. Letto superficialmente, il messaggio potrebbe innescare campagne periodiche di “riconoscimento” e richieste massive di dati, imponendo a intere basi clienti un fardello burocratico in nome della compliance. Sarebbe un errore di impostazione. Quella previsione non è un invito a interrogare i clienti “a calendario”, ma una cornice per strutturare aggiornamenti risk‑based, mirati, fondati prima di tutto sull’uso intelligente delle fonti già disponibili e solo laddove questi dovessero risultare insufficienti, chiedere al cliente.
Il mercato, com’è naturale, offre molte soluzioni per rispondere al nuovo scenario. Ma non tutte sono uguali, e non tutte sono eque. Trasferire al cliente l’onere di fornire informazioni che l’intermediario potrebbe ottenere da registri affidabili, servizi qualificati o sistemi interni significa confondere responsabilità e aumentare l’attrito. Chi sceglierà scorciatoie apparenti—mail seriali, portali complicati, percorsi di upload e download—pagherà il conto in termini di abbandoni, reclami e inefficienze nascoste. Al contrario, chi interpreterà correttamente la norma, minimizzando le interazioni superflue e privilegiando l’acquisizione e la verifica da fonti indipendenti, potrà trasformare un obbligo in un vantaggio competitivo: meno frizione, più fiducia, più quota di mercato.
In questo equilibrio sottile l’agentic AI può giocare un ruolo abilitante, ma va maneggiata con prudenza. È utile immaginare agenti che lavorano dietro le quinte, interrogano sistemi interni, integrano registri pubblici e qualificati, verificano in tempo reale coerenze e discrepanze, attivano aggiornamenti solo quando emergono eventi rilevanti o lacune informative. È invece profondamente sbagliato addestrare bot a telefonare ai clienti per sottoporli a questionari KYC. L’impatto sarebbe deleterio: la chiamata automatica su temi sensibili viene percepita come intrusiva, alimenta diffidenza sulla sicurezza e sul possibile phishing, genera resistenze, rifiuti e un deterioramento del dato proprio quando servirebbe precisione. A cascata, aumentano i reclami, si logora il brand e si riduce la disponibilità a collaborare in futuro. Il valore dell’AI, qui, non è nel “parlare al cliente”, ma nel ridurre il bisogno di farlo.
A sostegno di questa impostazione c’è la lettera stessa della normativa. Le bozze di RTS in consultazione e le recenti linee guida sull’articolo 26 del Regolamento 1624 insistono con chiarezza su alcuni principi: privilegiare le fonti affidabili e indipendenti; riutilizzare le informazioni già disponibili all’interno dell’organizzazione o del gruppo; adottare mezzi di identificazione elettronica e servizi fiduciari qualificati per rendere solide e rapide le verifiche, soprattutto in non‑presenza; consultare registri centrali e pubblici per la titolarità effettiva e per gli assetti societari; automatizzare lo screening su PEP e sanzioni mirate; ridurre al minimo, in contesti di rischio basso, il set informativo richiesto direttamente al cliente; calibrare frequenza e profondità dell’aggiornamento sulla base del rischio, evitando duplicazioni e richieste ridondanti. In filigrana si legge una logica di “fonti prima, cliente poi”: si chiede al cliente solo se necessario, e solo per ciò che non è reperibile o verificabile altrove con sufficiente qualità e affidabilità.
Se c’è una lezione da trarre, è che la compliance moderna non è sinonimo di burocrazia. È un esercizio di progettazione responsabile: ottenere la stessa—o maggiore—robustezza regolamentare riducendo al minimo lo sforzo imposto al cliente. Questo richiede un disegno dei canali che rispetti la simmetria nelle comunicazioni, un’architettura dati capace di integrare fonti eterogenee senza attriti, un monitoraggio continuo che attivi aggiornamenti per eccezioni invece che per ricorrenze, e un governo dell’AI orientato all’orchestrazione, non alla sostituzione della relazione umana. Non si tratta di eludere l’obbligo, ma di onorarlo con intelligenza: ottenere e verificare ciò che serve dove è già attestato, e coinvolgere la persona solo quando aggiunge valore.
Il paradosso è solo apparente: investire per non chiedere al cliente ciò che l’azienda può sapere altrimenti è, oggi, la scelta più efficiente. È anche la più giusta. Le imprese che lo capiranno trasformeranno l’aggiornamento quinquennale da incubo operativo a normalità quasi invisibile. Le altre si ritroveranno, tra qualche mese, con caselle “no‑reply” piene di messaggi non consegnati e clienti sempre più pronti a rispondere, questa volta sì, cambiando fornitore.
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